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A Teatro - articoli, recensioni, interviste

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A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Ven 4 Mar - 21:34

Eventi teatrali,balletto

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Dom 6 Mar - 12:25

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/03/paolo-rossi-e-il-vangelo-secondo-ruby/95035/

Il nuovo 'Mistero Buffo' di Paolo Rossi

Paolo Rossi e il Vangelo secondo Ruby Si comincia con battute folgoranti come questa: “Il ministro Sandro Bondi è un caso clamoroso di cervello fuggito dall’Italia. Infatti il cervello, come si può intuire, è all’estero da tempo: ma il corpo, purtroppo, è rimasto a far danni qui”. O da stoccate al vetriolo come questa: “Trovo seria la scelta della camorra di chiamarsi ‘criminalità organizzata’: evidentemente sentivano il bisogno di distinguersi dal ministero della Cultura”. E allora vai, una sera, a vedere il nuovo “Mistero Buffo” di Paolo Rossi, per scoprire che l’omaggio (dichiarato) alla più celebre piéce di Dario Fo, è diventata il pretesto per una meravigliosa, dissacrante digressione nell’Italia contemporanea, lo spunto per costruire un bestiario del tempo berlusconiano, in cui un nuovo stranissimo grammelot (“Quello di Dario è padano, il mio è triestino, ma contaminato con l’inglese basic”) e la forma narrativa delle scritture sacre (e molto aprocrife), rielaborata dal re dei monologhisti satirici, producono un esilarante “Vangelo secondo Ruby”.

E allora vai al teatro Vittoria di Roma (chi volesse ha tempo fino al 20 marzo) a vedere questo strano Mistero Buffo che si contamina continuamente con la realtà, cambia di sera in sera, “perché noi raccontiamo il mondo che sta lì fuori”. Così vedi questo strano spettacolo che a tratti diventa vertenza civile: “Confesso che sono in dissenso con il sindacato degli attori di cui teoricamente faccio parte. Se non altro perché, nell’anno in cui ci sono stati i più massacranti tagli al mondo del teatro, sono riusciti a proclamare una unica giornata di protesta. Sapete quando? Di lunedì, quando le sale sono chiuse!”. Controproposta: “Per noi lo sciopero non è fermare la fabbrica. Ma recitare gratis”. Vai a vedere quel finale incazzato e fiammeggiante in cui Paolo Rossi, mentre il suo alter ego, chitarrista e partner (Emanuele Dell’Aquila) sul palco inizia a pizzicare gli accordi furibondi dei Depeche Mode (nella versione elettrica di Marylin Manson) e in cui la scena allestita dalla regista Carolina De La Calle Casanova è la più sobria che si possa immaginare. Un Ciao della Piaggio (che secondo l’inverosimile versione di Paolo è stato rubato dai teatranti per arrivare sulla scena), una grande vela, un piccolo palco sul palco: “E’ il corredo minimo dei saltibanchi. Così – scherza Rossi – siamo già pronti: quando il ministro ci metterà sul marciapiede lo prendiamo e lo montiamo in mezz’ora”. E poi un manichino di emigrato, Goran (destinato ad essere crocifisso in scena “in omaggio alla Lega”) che “Rappresenta tutti gli immigrati destinati a fuggire in questi tempi feroci”. Paolo sorride: “Pensate che anche Cristo era clandestino, e infatti quando le fermavano ai posti di blocco spiegava: ‘Sono un extracomunitario di Betlemme”. Una delle prime meravigliose affabulazioni della serata, è lo sbarco (simulato) di Rossi, del suo chitarrista (e del manichino) a Salò, con i tedeschi che vanno sul lago convinti di essere sull’Adriatico (“Lo vedi che è l’Adriatico? Infatti arrivano i boat people”). Una delle cose che non si possono descrivere, è la camminata ansiogena e nervosa del giovane Cristo (cattivissimo) che, accompagnato dagli accordi di Jesus Christ super star, si apposta dietro gli angoli per picchiare i figli dei ricchi.

Poi, ogni tanto, affiora Berlusconi. “Ho iniziato a prenderlo per il culo nel lontano 1982. Ancora non ho capito se ci ho visto giusto o se ho portato sfiga…”. Oppure: “Sono nano come lui. Ma, come è noto, non tutti i nani vengono per nuocere”. E ancora: “Cristo si differenziava da Berlusconi per una cosa: aveva capito che i miracoli si fanno. Ma non si promettono”. La seconda cosa che non puoi raccontare è la parlata sbilenca (“Ahhg, contaaaadinoohh”…) del prete che spiega al povero che non può coltivare la terra, perché è del padrone di tutto, l’imperatoreeehh, quello che ha protetto la nipote del gran visir di Alessandriaaah chiamaaaatah Ruuuby, ahhhg…”. E poi, quando il pubblico ha appena finito di ridere per una raffica di battute, cambia il passo con il meraviglioso monologo di Lucia Vasini, sulla deposizione: drammatico, duro, appassionante – una rasoiata – e tu te ne resti lì, in sala, con la pelle d’oca. Questo mistero Buffo in cui i prepotenti vincono ma i poveri resistono (a colpi di forcone), in cui l’ultima cena è una grande ubriacatura in cui “il Jesus” decide i posti a tavola dicendo “Mettiamoci così, proprio come nel quadro”, è il ritratto dell’Italia di oggi. Che si chiude con la preghiera amara del comico, che poi è lo stesso ex ribelle, già ex contadino, già ex povero, reincarnato per il miracolo extraevangelico di un Dio ubriaco: “Signore, fa che continuino i soprusi, le miserie e le violenze, perché finché continua così noi comici avremo sempre da lavorare”. Morale: “E’ vero come dice Tremonti che con la cultura non si mangia. Ma con la cultura impari a difendere i tuoi diritti. E se impari a difendere i diritti, poi, in qualche modo, a fine mese qualcosa mangi”. Ce ne fossero di buffoni come Paolo Rossi, nell’Italia dei nuovi poveri, dei nani e dei sultani.

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da Zoe il Lun 7 Mar - 18:08

Sabato ho visto questo spettacolo: molto ben fatto, con un bel allestimento e ottimi interpreti; e come spesso accade nei testi classici si trovano elementi di grande attualità
Qui un'intervista a Vacis
http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/teatro/articolo/lstp/390109/
Vacis: i miei Rusteghi senza le donne
Il regista: attori nei ruoli femminili per capire meglio l’altro sesso
SILVIA FRANCIA
TORINO
Uomini arricchiti che, mancando di cultura e fondamenti, trasformano il loro potere in autoritarismo gretto e dittatoriale. Donne abituate a tradurre la loro intelligenza in furbizia e vanità. Padri incapaci a educare, che vampirizzano i figli per rubare loro la giovinezza. E, su tutto, un bell’accento del Nord-Est. Allegria, siamo nel 2011. Allusioni a manetta. Oppure no, siamo negli Anni ‘60 del 1700. In una Venezia di maschere e declino, che festeggia il carnevale. Chi non fa festa è Carlo Goldoni, alla fine della sua avventura in patria e pronto, ormai, per l’esilio a Parigi quando debutta, nel 1760, «I Rusteghi», commedia pubblicata due anni più tardi.

A rendere speculari situazioni di ieri e di oggi, sino a trasformare le maschere femminili in burqua, i rustici in bauscia grossolani, i genitori in aspiranti teen-agers di ritorno, è Gabriele Vacis. Che sceglie, quasi per nemesi, di far indossare i panni delle donne a giovani attori, tutti di sesso maschile. Come a dire: «Provate a starci voi, lì dentro». La scelta è quella che il regista di Settimo ha operato per allestire «Rusteghi. I nemici della civiltà» da Carlo Goldoni, che debutta, in prima nazionale, questa sera al Carignano, per la stagione del Tst (sua la produzione con il Teatro Regionale Alessandrino). Lo spettacolo, tradotto e adattato da Vacis con Antonia Spaliviero, è interpretato da Eugenio Allegri, Mirko Artuso, Natalino Balasso, Jurij Ferrini. Con loro, Nicola Bremer, Christian Burruano, Alessandro Marini e Daniele Marmi. Scene e costumi di Roberto Tarasco.

Perché, Vacis, ha voluto allestire «I rusteghi»?
«Con il gruppo di lavoro che mi affianca di solito, ho già allestito, nel ‘93, uno spettacolo goldoniano ispirato alla «Trilogia della villeggiatura». All’epoca non c’era Youtube e, cercando, cercando, scovammo un video del 1964,che riguardava proprio “I rusteghi” nell’interpretazione di Cesco Baseggio, un mito. Ci siamo ripromessi allora che, prima o poi, lo avremmo messo in scena».

Un debito con il passato?
«Anche con il presente. Penso a una frase di Lunardo, uno dei quattro rusteghi: “Sono padrone in casa mia”. Uno slogan perfetto per indicare il commerciante arricchito che non ha la cultura, ma sufficiente potere per non vergognarsene. E’ stato scritto nel 1700».

Come racconterebbe la trama a chi non la conosce?
«Due padri ricchi ma ignoranti combinano il matrimonio dei rispettivi figli, ma esigono che i due non si vedano prima delle nozze. Una cosa assai bizzarra, anche per l’epoca, che pure prevedeva matrimoni combinati. I due giovani, complice una donna, si vedono e si piacciono. Il problema è che vengono “beccati” e sono accusati di aver trasgredito agli ordini paterni».

E dunque?
«Sarà proprio una donna, come spesso succede con Goldoni, a far sua l’arringa finale. Lei inviterà i rusteghi a maggiore civiltà, ricordando che, per certi comportamenti, “ormai siamo universalmente burlati”. Finirà bene, perché siamo in commedia».

Perché ha deciso di affidare a uomini i ruoli femminili?
«Quando si parla del rapporto maschio-femmina, mi è difficile comprendere sino in fondo. Per dire, cos’è l’appagamento di un abito? Come dice Gaber: “Non capisco il mistero di un sandalo d’argento”. Ho pensato che bisognasse mettersi letteralmente nei panni di una donna per farli propri. Come, forse, in generale, occorre trovare altri modi per capirsi, tra padri e figli, ricchi e poveri, italiani e stranieri. Strumenti nuovi per comprendere gli altri, che il teatro può favorire. La parola d’ordine, per me, è cercare un nuovo equilibrio».

E perché il burqua sul volto delle donne?
«Proprio perché, rispetto i parametri di oggi, erano donne molto sottomesse. Ho sostituito alla “bautta” veneziana, che copriva il volto, l’attuale burqua, segno della dominazione maschile. Tutti i costumi sono d’altronde, evocativi di un Settecento “pr^et-à-porter”, maneggiabile, visti anche i tanti cambi di ruolo. La scena, invece, è impacchetta, come certi salotti buoni di famiglie diventate benestanti nel nord Italia, che vivono nel sottoscala della villetta appena acquistata perché non sanno gestire la nuova ricchezza”.

Com’è, fare cultura oggi, a Torino?
«Il panorama è vivace. C’è da fare i conti con tagli alla cultura, sbagliati e inutili: quanto incide sul bilancio, lo 0,2 %? Noi, comunque, ci siamo adeguati e abbiamo dimezzato i costi: dal preventivo di 600mila euro siamo scesi a 300mila e lo spettacolo è già venduto, in Italia, per almeno 400mila euro. Siccome il pubblico aumenta, in tema di cultura, più che tagliare, serve razionalizzare i costi».

e qui una bella recensione:
http://www.giudiziouniversale.it/articolo/teatro/quei-rusteghi-maschi-padani
Quei Rusteghi maschi padani
Prepotenti e materialisti, padri e padroni con le mogli e con i figli, sono tanto uomini che fanno anche le veci delle donne. I protagonisti della commedia di Goldoni portati in scena da Gabriele Vacis non parlano più il dialetto e giocano con i temi forti dell'attualità: dalla "difesa del territorio" ai tagli alla cultura
di Giulia Stok

Chiariamo subito una cosa: ad essere rusteghi, cioè incivili, sono solo gli uomini. Sono loro che spadroneggiano su donne e figli, sono loro che fanno del materialismo un’ideologia da difendere, sono loro che si spaventano se qualcuno osa desiderare per sé qualcosa in più di un maiale a tavola e di un tetto sulla testa, sono loro a diffidare dello straniero, sono loro a ripetere come un mantra “son padrone in casa mia”. E non se ne salva uno.

Metà Settecento, ultimi anni che Goldoni passa a Venezia, repubblica ormai in decadenza: la borghesia commerciale mostra tutti i suoi limiti di classe dirigente e la società tende a chiudersi in frivolezze private. Lunardo, rustego per eccellenza, promette in sposa sua figlia Lucietta a Filippetto, rampollo dell’amico Maurizio, senza che i due giovani si siano mai visti. Non solo, i due padri concordano nel vietare anche un solo incontro fra i due prima del matrimonio. L’emancipata signora Felice decide far conoscere i due fidanzati, coinvolgendo nell’imbroglio la matrigna di Lucietta e la zia di Filippetto. I due si piacciono ma l’inganno viene scoperto e il matrimonio rischia di saltare, finché la parlantina della signora Felice non appiana tutto.

I rusteghi di Gabriele Vacis, benché non parlino in veneto stretto (accade solo nel prologo, e per fortuna) trasudano maschilismo padano, di arricchiti incolti appena scesi dai monti. Bravo Eugenio Allegri nei panni dei paesanotto, un po’ meno convincente Natalino Balasso come Lunardo - a tratti troppo carico nella sua rustichezza - ma irresistibile quando interpreta il duca, l’amico della signora Felice, parodia dell’aristocratico che spruzza di profumo il suo interlocutore a ogni battuta. Eh sì, perché qui gli attori interpretano più parti e, come spesso capita con Vacis, quando il loro personaggio è fuori scena loro invece in scena ci restano, e a volte interagiscono con gli altri. Probabile frutto dei tagli alla cultura, il gioco su più parti diventa il modo per stigmatizzarli: “Manca il duca, chi fa il duca? Dai, è facile”; “Allegri, hai una sedia? Daccela, scusa, che qui ne manca una”.

E non solo, ma non ci sono donne in scena: tutte le parti femminili sono interpretate da uomini, che prima si cambiano in scena a enfatizzare il loro travestimento, subito dopo però fanno dimenticare di essere uomini, non rischiando neppure per un attimo di cadere nel grottesco. Eccezionale in particolare Jurij Ferrini, nella duplice parte del rustego padre di Filippetto e della progressista signora Felice; bravissimo anche Daniele Marmi, zia di Filippetto. Questi uomini travestiti forniscono un completo campionario dei modi in cui una donna può reagire a un universo così violentemente maschilista: dalla sottomissione viscida, che arriva ad essere traditrice nei confronti delle altre donne – Lucietta – ai timidi rimproveri della sua matrigna, fino al coraggio della signora Felice, che riesce a vincere sempre con le parole, unica arma che gli uomini non sanno usare.

E Filippetto? Un inetto, completamente preda, da un lato, del dispotismo del padre, dall’altro, del decisionismo di Felice: unica speranza, che da grande non diventi rustego anche lui. Il conflitto generazionale è l’altro grande tema della commedia, esplicitato da Vacis nei commenti ai filmati d’epoca che ogni tanto irrompono in scena su un grande drappo bianco. Certo, i simpatici rusteghi nostrani degli anni Sessanta, come il grande Cecco Baseggio, impaurivano i figli per il loro aver fatto la guerra, il loro essere nati eroi; ma erano molto meglio di quelli di oggi, ché “se i padri non servono le vite dei figli, ma le divorano come Cronos, cioè le controllano o le ignorano, i figli diventano burattini o orfani. Che futuro ha un burattino? I fili. Un orfano? La fuga”, dice Alessandro D’Avenia.

Spettacolo complesso, zeppo di citazioni e curato fin nei più piccoli dettagli dei movimenti scenici e dell’efficace scenografia, che ha l’unico difetto di tardare un po’ a carburare: come sono fatti i rusteghi, forse per troppo allenamento, l’abbiamo capito fin da subito, e qualche maschia conversazione si poteva risparmiare. Del resto, che i discorsi siano una cosa da donne lo dicono perfino loro, convenendo che, se si vuole riuscire a punirle, l’importante è che non aprano bocca. E allora parliamo, parlate! Bastasse questo.
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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Ven 18 Mar - 20:37

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ottavia-io-e-il-martirio-di-anna/2147141

Ottavia: 'Io e il martirio di Anna'

La Piccolo porta in scena la tragedia della giornalista russa Politkovskaja.
Raccontando una donna sola, che va incontro alla morte per amore della verità


Al caffè Taveggia, milanesissimo, un'attrice nata a Bolzano e cresciuta a Roma, al revers la spilla del 150° dell'Unità d'Italia regalatale dal presidente della Repubblica, parla di una donna nata a New York e ammazzata a Mosca nell'indifferenza del governo Putin. Ottavia Piccolo porta in scena Anna Politkovskaja, la giornalista anti regime assassinata nel 2006. Senza interpretarla, senza imitarla: raccontandola. Un monologo che rinuncia alle immagini. Nude, taglienti parole sulla libertà, i diritti civili, la forza dei fatti contro la manipolazione. "Donna non rieducabile" esordisce il 21 marzo all'Elfo Puccini di Milano, testo di Stefano Massini, regia di Silvano Piccardi, musiche per arpa di Floraleda Sacchi.

Da dove è partita, emotivamente, dalla vita o dalla morte di Anna?
«Dalla morte. Perché di quell'esecuzione si sa tutto. Ci sono immagini video, un ragazzetto che va via col cappellino. Eppure non si sa niente».

In estrema sintesi, che idea si è fatta di lei?
«Di una persona più che normale. Anna dice: Sono stanca di leggere ogni giorno "Politkovskaja la pazza, la paranoica". Stanca di spiegare ai miei figli. Stanca di ricevere dalle dieci alle quindici minacce di morte la settimana».

Non fece una vita normale.
«No. Pensare che era nata a New York, figlia di diplomatici sovietici, la nomenklatura. Ho visto i genitori in foto: hanno un'aria da poveri. E lei, così semplice, una faccia vera, preoccupata o sorridente, i capelli al naturale. Il contrario della giornalista con ambizioni divistiche che ha fortuna oggi, specie in televisione. Quando ormai il pericolo era altissimo, avrebbe potuto andarsene a Londra, a Bruxelles, al riparo. Invece no».

Anna presentiva il rischio di morte?
«Penso che ne fosse perfettamente conscia. In lei c'era solitudine. Parlava poco di sé, dei suoi sentimenti. La Politkovskaja è una giornalista, non è Ifigenia».

Parlare di eroismo, oggi, è difficile. Ci si espone a sarcasmi.
«Anna è stata eroica senza volerlo essere. 'Sono convocata in Procura', scrive. 'Chi sta lì per rapina, chi per furto, chi per stupro. Io per giornalismo'».

Un senso del dovere che diventa ascesi?
«Non saprei. So che tante persone prive di voce, le madri dei soldati russi morti, quelle dei civili ceceni trucidati, le inviavano informazioni e testimonianze. Non voleva schierarsi, ma non poteva sottrarsi. Davanti alle bugie di Stato sul massacro del teatro Dubrovka di Mosca, o alle tombe dei dodicenni trucidati, il dovere di informare prevaleva su tutto. Quando descrive Beslan, paese fatto di fosse, cosa possiamo aggiungere noi?».

Ha letto molto di lei?
«Sì. Articoli. I libri di Adelphi, come "La Russia di Putin". Ha una scrittura fredda, rinuncia al facile effetto. Eppure ci sono descrizioni che ti levano la pelle. Raccontano il mutare quasi corporeo delle persone intono a lei. Persone di cultura che piano piano si tramutano in delinquenti. La compagna di studi che diventa deputata alla Duma e boss della grande distribuzione, boss nel senso più losco. � una Russia dove vige una legge primitiva: o sei contro o stai dentro. Lei rilancia il tema del coraggio civile, e così parla a tutti noi. Ricorda Giorgio Perlasca, il fascista di Como che un giorno capì che doveva salvare gli ebrei ungheresi? L'avrebbe fatto chiunque, disse anni dopo. Non è così. Il coraggio è raro».

Putin rimane sullo sfondo, un'ombra.
«Putin è un uomo dell'ombra. Parlo da attrice: ha un occhio gelido, una fisicità trattenuta all'opposto del suo amico di Arcore. Le famose foto dei due insieme nella steppa, affaristi rilassati, avrebbero un che di ridicolo. Due tappi col colbacco. Se non fosse che c'è poco da ridere».

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Mer 23 Mar - 0:25

Antonio Gnoli per "la Repubblica"

Che dire di Paolo Poli, 81 anni portati con grande disinvoltura? Se scherzi e gli fai un complimento un po´ da signora non si offende, anzi finge di guardarti con occhi che sbattono civettuoli. La vocetta frivola condensa anni di gesti teatrali all´insegna della più totale libertà di pensiero. E improvvisamente immagini che nella sua testa scorrano le canzonette e le canzonacce, i monologhi e duetti, le mammine e i profumi, i balocchi e le mossette, le parrucche e le scarpine, il militare e il frac, lo chiffon e la marcetta. Teatro di una vita.
Se fossimo nel repertorio delle favole, Poli sarebbe insieme Biancaneve e la strega, il lupo e Cappuccetto Rosso, l´orco e Pollicino. Adora, del resto, le narrazioni per l´infanzia. Come gli opposti che si tengono con una tensione che vocalmente lo fa essere insieme baritono e soprano. Un po´ uomo e un po´ donna. La sua chiave è l´ambiguità.
Ho visto il suo ultimo spettacolo: 'Il mare', tratto dai racconti di Anna Maria Ortese: sulla scena per due ore Poli e quattro finte girls, perfette nel ruolo equivoco di accompagnatori en travesti. E lui, una vera lady che allarga le braccia e poi le stringe al petto e piega il volto e sorride sotto la maestosa parrucca fucsia e il filo di trucco, un composto a metà strada tra le mosse di una drag queen e Colazione da Tiffany. Lo incontro nel camerino dell´Eliseo. Ambiente spento, ma lui, Paolo Poli, in grado di irradiarlo di luce e di intelligenza.

Si riconosce con chi la definisce l´attore più brillante che abbiamo?
«Oscar Wilde diceva che il peccato più grave in teatro è la noia. Ai suoi tempi con le unghie strappavano il velluto dalle seggioline. In seguito hanno cominciato a tirare ortaggi, uova e perfino gatti morti».

L´hanno mai bersagliata?
«Solo in un´occasione: recitavo in un teatrino non lontano da Parma. Vennero dei fascisti a tirarmi le uova. Ma le scansai tutte. Facevamo una presa in giro di un personaggio tipo Farinacci. Cosa vuole, c´era ancora gente che aveva nostalgia del manganello».

E poi più niente?
«Un´altra volta ho avuto delle noie. Mi ero travestito da suora e facevo Santa Rita, ero bravissima. Come un´ingenua bambinetta con le treccine scendevo tra il pubblico, sedendomi sulle ginocchia di qualche omaccione, e dicevo: "scusate le spalle, ma qui sento del duro!". Il pubblico rideva. Dopo l´interruzione dello spettacolo, giudicato blasfemo, chiusero il teatro e fecero perfino un´interpellanza parlamentare».

Quando è nato il suo rapporto con il teatro?
«Da piccino. Come carabiniere, mio padre aveva diritto all´ingresso libero e mi nascondeva sotto il mantello per farmi entrare. La prima cosa che vidi fu Vestire gli ignudi di Pirandello, con Paola Borboni nella parte della signorina Ersilia. Mi sembrava brutta, piccola, grassoccia e non capivo perché sulla scena le gridavano: "No, no, non si uccida! Così bella, così giovane". Col tempo ne ho apprezzato il genio».

Un´altra attrice all´altezza?
«Franca Valeri, straordinaria ancora oggi. Quando la senti recitare dopo un po´ ti dimentichi del singhiozzo e vedi la poesia».

Quando ha iniziato a recitare?
«Seriamente nei primissimi anni Sessanta. Il periodo in cui morivano le compagnie capocomicali e nascevano i teatri stabili con molto Shakespeare e Brecht».

Però ha scelto un altro genere di teatro.
«Per forza. Nessuno avrebbe impegnato soldi su di me. Ero troppo effeminato. Era un periodo in cui bisognava essere virili. Marlon Brando, che poveretto aveva una voce come Donald Duck, veniva doppiato con timbro stentoreo. Era invece un omino piccolo».

Lo ha conosciuto?
«In casa di Zeffirelli che lo aveva chiamato per fare Ulisse in un´Odissea. Comunque la faccenda non andò in porto, servivano troppi soldi. Un giorno si fece una visita alla Cappella Sistina. Brando rimase estasiato: per la prima volta aveva visto le mille maniere che gli uomini più belli del mondo hanno di arrampicarsi sui soffitti».

E´ difficile immaginarlo con la testa in su e la bocca aperta.
«Era carino, mascella volitiva e un repertorio di gesti appresi alla scuola di Strasberg. Se lo chiamavi, lentamente alzava lo sguardo e ti fissava tra il macho e il languido. Un po´ come Greta Garbo. Solo che la Garbo aveva inventato il linguaggio del corpo nel cinema: la palpebra che si abbassa e vela il pensiero, la mano che tira indietro i capelli: sembrava una statua di Brancusi».

Citazione raffinata. Di lei si dice che sia una persona molto colta.
«Ma che colta. Ho fatto studi regolari, ma con grande fatica. In casa eravamo sei fratelli, mio padre è morto nel 1945. Sicché si stentava. Ho impiegato dieci anni a laurearmi, in letteratura francese. Mi sarebbe piaciuto occuparmi di storia dell´arte».

So che ha conosciuto Roberto Longhi.
«Era il mio professore. Feci un paio di esami con lui. Poi si divenne amici. Veniva a Roma da Firenze e si annoiava mortalmente in casa della Bellonci, dove era andato a stare provvisoriamente. Per cui certi pomeriggi si rifugiava in teatro alle mie prove. Un uomo intelligentissimo, spiritoso, giocatore incallito. Tornò una volta dall´America e durante un racconto conviviale, mi guardò puntandomi l´indice: "Poli, laggiù mi hanno chiesto se Caravaggio era finocchio, che risponde?". Professore, io non c´ero. E giù tutti a ridere. Che uomo straordinario e che scrittore meraviglioso».

Lei ha molto costeggiato la letteratura per il teatro.
«Cosa vuole, mi sono attaccato alle palle di gente più grande di me: ultimamente a Parise, e alla Ortese. Scrivere direttamente per il teatro è molto più difficile. L´ultimo grande drammaturgo è stato Pirandello. Meglio la letteratura, quando c´è una scrittura tersa e raffinata».

Chi le piace tra gli scrittori?
«Ho adorato Moravia. Scriveva benissimo e aveva un carattere amorevole. Negli ultimi anni mi telefonava spesso, si sentiva un po´ solo in casa, e si annoiava. Capitava che andassi a trovarlo la sera. E, certe volte, dalla finestra di casa si guardavano le troie che battevano sul Lungotevere: "Paolo, è meglio il sesso a pagamento o quello libero?", libero, rispondevo. E lui: "Tu menti sapendo di mentire", e giù risate. Sa, erano gli ultimi cascami del futurismo. Come quando Petrolini diceva: "Sono entrato in un cantiere, ma nessuno cantava". Poi, prima di mezzanotte Alberto andava a letto. Se no, diceva, non avrebbe preso più sonno. La mattina alle otto cominciava a scrivere. Fino a mezzogiorno. Aveva educato corpo e mente a ritmi prestabiliti».

Funziona?
«Da vecchi credo di sì. Milly per essere vitale e in forma la sera, dormiva interi pomeriggi. Bisogna educarsi ad alcuni automatismi».

Tra questi mi colpisce la sua memoria. Lei tiene in piedi quasi da solo uno spettacolo per due ore, ricordando ogni battuta.
«Allenamento. Basta che io passi un pomeriggio di riposo e non ricordo più nulla. E poi come fare a ricordare tutte le malinconie di una vita battagliata? Perché la mia è stata una piccola esistenza con tanti problemi».

Allude all´omosessualità?
«No, alludo ai mille problemi che hai in teatro. Quanto all´omosessualità, per me è sempre stata un fatto naturale. Ho avuto la fortuna di avere genitori mentalmente molto liberi e spiritosi. Mio padre per sottolineare una certa effeminatezza, mi diceva: "Vieni qui, suor Camilla, hai saltato la bajonetta?", no, papà, avevo tanta paura. "Allora ti farò esonerare dalla ginnastica". C´era ancora il fascismo. Il babbo detestava quegli slanci virili. E in seguito ho avuto la fortuna di fare un mestiere in cui Arlecchino si confessa burlando».

Una tipologia molto diversa dalla sua, enormemente più complicata, l´ha offerta Pasolini.
«Eravamo molto differenti. A lui garbavano i ragazzi di vita, i "ninetti davoli" con i brufoli e l´accento romanesco. Certamente aveva molta più personalità di me. Ricordo certe sere a cena dalla Laura Betti. Lui e Moravia che parlavano, parlavano e noi zitti, come soggiogati da tanta luce. A volte la Betti provava a intervenire, ma l´azzittivano subito».

Che impressione le faceva Pasolini?
«Un intellettuale acuto e una persona generosa, ma con degli scatti d´ira improvvisi. A me ricordava certa gente di Napoli: ti rubano la valigia, ma a volte ti danno il cuore».

Cosa ha pensato della sua morte?
«Gli piaceva rimorchiare con la macchina decappottabile. Certe volte tornava dalle sue escursioni tutto stracciato, sporco e graffiato. La sua morte? Comunque sia andata, è stato il clima di fascismo che c´è in questo Paese. Endemico, ineliminabile. Non è Mussolini che ha inventato il fascismo, ma gli italiani che hanno inventato Mussolini».

Che Paese è questo che non riesce a superare i propri limiti?
«Viviamo dei nostri rancori. Siamo fatti così. E poi non c´è stata la Rivoluzione francese. Non c´è un punto vero da cui siamo partiti. La nostra storia è stare sempre in mezzo a qualcosa. Pronti a trasformarci in qualcos´altro. Avevamo l´abate Parini, che pigliava sì le difese della cameriera, ma poi sognava di trombarsi la padrona. E il conte Alfieri? Gli tirano i sassi alla carrozza e lui scrive Il Misogallo, contro la Rivoluzione francese. Questo è il massimo che abbiamo espresso: un po´ di letteratura, melodramma e tanta canzonetta».

Le canzonette fanno parte del suo teatro.
«Sono la salvezza di questo Paese e poi ci ricordano di quando eravamo giovani. Nessuno canta più le arie difficili, ma tutti conoscono "Mamma"».

Adora il doppio senso?
«Recentemente un signore alla fine dello spettacolo mi ha gridato: "Canti Viva la biga, viva la biga". E io: "Ai romani piaceva la biga/ Più romantica della lettiga/ Fu Poppea capricciosa sovrana/ ad avere la voglia balzana/ che sopra la biga voleva un magnifico auriga"».

Cosa le piace del pubblico che viene ai suoi spettacoli?
«L´intesa, a volte anche maliziosa, che si stabilisce e che termina in un applauso. Ricordo che a Taranto davanti a una platea di marinai cantavo "Ciribiribin che bel nasin, che bel bocchin" e a quel punto roteavo la lingua. Veniva giù il teatro dagli applausi e dalle risate».

Lei canta in falsetto?
«Sono troppo vecchio per il falsetto. Lo usavo quando cantavo in chiesa».

E le capita di entrare ancora in una chiesa?
«Adoro il barocco».

Un esteta. Ma il suo rapporto con Dio?
«Buonissimo, ho fatto tante comunioni e ho sempre digerito. Sono come quei Papi che non credevano in nulla, però hanno affrescato bene. Hanno rubato, venduto le indulgenze, ma la Cupola è lì!».

Com´è la sua vita fuori dal teatro?
«Ora sono vecchio e poco mi resta».

Non mi pare che le corrisponda.
«Il tempo si restringe e le forze calano».

Rimpiange qualcosa della sua giovinezza?
«Allora si perdeva tempo a rimorchiare. Io, poi, ero bello. Vestito tutto di azzurro con i capelli ossigenati, sembravo un inglesino. Seduto sulla scalinata di Piazza di Spagna ricordo che rimorchiai un tranviere. Aveva i peli che gli uscivano dai polsini della camicia. Per la mia gioia facevamo dei viaggetti in tram ai Castelli Romani. Com´ero elegante».

Nessuno indossa il frac come lei.
«Per forza sono nato miserevole, ma ho l´eleganza degli aristocratici».

Si chiama sprezzatura.
«Solo il borghese è succube del suo vestito. Ma ormai invecchio, non ci faccio più caso».

Cosa la preoccupa della vecchiaia?
«Nulla. Mi piace sentire i doloretti e il corpo che lentamente va. Pensi alla noia di essere Faust o Dorian Gray. Trovo insulsa la difesa a oltranza dei propri corpi e patetico questo attaccamento alle chiappe delle escort. Si chiamano così ora?».

Se ne fa un gran parlare. Lei che impressione ne ha ricavato?
«Raglio d´asino non giunge in cielo. Cosa vuole? Ci trastulliamo con la cronaca perché è più difficile capire la storia che ha un disegno mentale degli avvenimenti. Lo zio violenta la nipote, il piccino sopprime il coetaneo, il figlio ammazza la mamma. La gente vive di queste piccole e inquietanti morbosità».

bellissima intervista

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Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Mer 23 Mar - 0:51

il suo linguaggio riesce a rapirmi anche 'scritto'

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da Zoe il Mer 23 Mar - 8:04

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cinema_e_teatro/11_marzo_14/la-mia-favola-vi-stupira-190222696903.shtml
AL TEATRO PARENTI DAL 21 MARZO AL 10 APRILE
Filippo Timi: la mia«Favola» vi stupirà

L'attore racconta il nuovo spettacolo ambientato negli anni 50: reciterà «en travesti», tra tacchi e ceretta
Meglio prenotarsi per tempo, perché la scelta di Filippo Timi di far debuttare «Favola», il suo nuovo spettacolo, nella sala «piccola» del Franco Parenti lascerà molti fan a bocca asciutta. «Due anni fa», dice Timi, istrionico attore di teatro e cinema (era il Mussolini di Bellocchio) e apprezzato scrittore, «vidi un film molto bello di Pietro Marcello, "La bocca del lupo", storia di un carcerato che si innamora di un trans, e con Andrée Shammah pensammo che sarebbe stato bello trasportare a teatro una tema simile. Ma era troppo scontato riproporlo in termini contemporanei, così ho deciso di ambientarlo negli anni 50». E qui comincia un turbinio di situazioni paradossali e bizzarri personaggi che molto piacerebbero ad Almodovar o a Copi.
È la storia di due donne, amiche, entrambe sposate, una incinta. «Io sono una delle due», spiega Timi (Lucia Mascino e Luca Pignagnoli gli altri due interpreti), «e la preparazione fisica e stata micidiale, tra tacchi e ceretta... Mai più! Per fortuna almeno indossiamo splendidi abiti realizzati appositamente in stile anni 50 da Miou Miou». Insomma, in apparenza nella vita di queste due signore va tutto bene, ma poi si scopre che i mariti non sono quel che sembrano: uno è violento, l’altro forse omosessuale.

Ma soprattutto accade una cosa folle che cambierà la vita di tutti: una sorta di «mutazione genetica» (vietato rivelare altri dettagli) che modificherà l’assetto delle relazioni e delle dinamiche fra i personaggi. «Per realizzare questo mondo anni 50 mi sono ispirato ai film di quell’epoca, soprattutto quelli di Hitchcock. Per le scene ho svaligiato ebay: posaceneri, mensole, tavolini... Ne è venuto fuori un interno anni 50 con moquette rosa e muri verdi. Come musiche ho scelto colonne sonore di film di Hitchcock e canzoni natalizie di Doris Day, Nat King Cole e così via». La morale della favola? «Quando tieni troppo alle apparenze, queste si incancreniscono, ti divorano, ti cambiano». E che cambiamenti: vedere per credere.

Favola. Teatro Parenti. Ore 20.30 (da mart. a ven.) e 19.45 (sab.). Dom. ore 16. V. Pier Lombardo 14. Tel. 02.59.99.52.06. Euro 32/25. Dal 21 marzo al 10 aprile
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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Dom 8 Mag - 0:57

A CATANIA PRESENTANDO LA PRIMA DEL «BARBIERE DI SIVIGLIA»
Dario Fo show: «Con la cultura non si mangia? Frase da cretini»
Il premio Nobel attacca il ministro Tremonti: «Non è vero, la cultura è sempre parte integrante della vita»


«In Italia la cultura è sacrificata, bisogna ribellarsi». Dario Fo non la manda a dire e alla vigilia della prima nazionale del «Barbiere di Siviglia» al teatro Bellini di Catania (martedì 10), di cui firma regia, scene, luci e costumi, sferra un duro attacco a Berlusconi e Tremonti. «C’è stato un ministro dell’Economia - tuona il premio Nobel - che ha detto che con la cultura non si mangia. Io dico che è un’affermazione da cretini, perchè non è vero: la cultura è parte integrante dell’uomo». «Viviamo in un Paese dove un uomo solo ha quattro televisioni e non so quante radio, ha giornali e addirittura una squadra di calcio - osserva inoltre Dario Fo - tutte cose che gli servono per blandire e fare stare calma le persone. Si è educato il pubblico a fregarsene la gente pensa che è il furbo che vince e quindi il messaggio per tutti è: arrangiati anche tu».

FINZIONE E ATTUALITA' - «Figaro è un ruffiano, pronto a servire chi lo paga»; il Conte «è un padrone, con una corte attorno, che gli obbedisce» per sopravvivere e «mantenere i propri privilegi»; mentre Rosina «è la vergine da sacrificare al drago». Poi con un sorriso avverte: «Banale cercare dei precisi riferimenti all’attualità», anche se, osserva, «quella italiana fornisce molti spunti». «È la storia - spiega - che si adatta alle verità e alle follie espresse dell’arte, alle sue intuizioni. Non accade mai il contrario». Il Figaro del «Il Barbiere di Siviglia», nella visione del regista Dario Fo, è un uomo che «vende la propria abilità, scaltrezza, il suo saper muovere le carte, al servizio del potere». Quest’ultimo rappresentato dal Conte, che è «circondato da una corte che chiede soltanto di potersi mettere a sua disposizione per dargli gioia e soddisfazione». «Così - osserva Fo - il padrone poi pagherà e la Corte potrà salvare se stessa e i propri privilegi».

ATMOSFERE MEDITERRANEE - Quello che per nove giorni, dal 10 al 19 maggio, andrà in scena al Bellini di Catania avrà i vestiti del Carnevale di Venezia, mentre gli artisti si muoveranno attorno a scenografie mediterranee. Un’area storica e geografica cara a Fo, che spiega come «siamo tutti sempre di più mediterranei, e oggi più che mai con una guerra che lo attraversa e sta quasi arrivando a casa nostra». Sul podio, a dirigere l’orchestra del Bellini, ci sarà il maestro Will Humburg, che è anche direttore artistico del Teatro. Tra gli interpreti Anna Bonitatibus, Christian Senn, Mario Zeffiri, Simone Alaimo.

il corriere

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Mer 22 Giu - 20:43

Elio Germano e l’occupazione del Teatro Valle: “In gioco c’è la dignità”
L'attore Palma d'Oro racconta il perché della protesta: "Dormiamo nei palchi, offriamo spettacoli, non ci rassegniamo alla finta felicità del denaro e al diritto del più furbo"

Domani mi compro il Colosseo. E ne faccio un immenso centro commerciale. Me lo permetterebbero? Non credo, ma con l’aria che tira forse tutto è immaginabile. Di certo scatenerei le furie del mondo: “Il Colosseo è un Monumento nazionale, da non sottomettere alle logiche di mercato!”.

Ma in giro per l’Italia sono disseminati tanti piccoli colossei, alcuni più nascosti di altri, ma non per questo “meno” monumenti nazionali della celebrata arena capitolina. I teatri appartengono alla medesima sacra famiglia dei Monumenti: templi non solo da osservare, ma che chiedono di essere “agiti”, usati, vitalizzati, e riempiti. Andrea Camilleri ce l’ha ricordato qualche giorno fa. Il Teatro Valle – come i suoi simili su e giù per la Penisola – non può sottrarsi alla sua funzione intrinseca, che corrisponde al fare cultura come partecipazione del bene pubblico. E dunque non può né deve diventare luogo gestito – anzi “comandato” – da chi è estraneo a questa idea di cultura. E che magari neppure conosce il teatro e le sue professionalità “dal di dentro” ma è soltanto vicino a quello o a quell’altro partito.
Il teatro è di chi lo fa e di chi lo vede. In una parola dei cittadini. Nostro. Non della politica. Ecco perché lo stiamo occupando da una settimana. Per occuparcene. Noi cittadini, che ne siamo i proprietari. Per difenderlo dalle logiche del profitto e dell’interesse che vorrebbero trasformarlo in chissà cosa. Nessuno tra noi ha pretese dirigenziali: siamo al Valle solo per chiedere che il diritto alla partecipazione della comunità, composta tanto da noi “addetti ai lavori” quanto dal pubblico, sia riconosciuto e rispettato, scegliendo di lottare per il Valle ma “oltre” il Valle. Il gesto è infatti concreto ma anche simbolico, destinato a propagarsi su tutte quelle realtà che come il Valle sono a rischio di scollamento dalle legittime identità e missioni.

Il percorso di ciascuno di noi parte da lontano. Ciascuno ha la propria esperienza di frustrazione personale alla quale reagire. Ricordo che alla fine della scuola di recitazione mi trovavo carico di ideali e buoni propositi. Come i miei colleghi, pensavo di poter contribuire al mondo interpretando grandi testi e autori. Aprendo delle finestre di possibilità nel mostrare le cose da punti di vista diversi. Interpretare, appunto. Ho sempre pensato al mio lavoro come una specie di missione. Uscito dalla scuola, però, poi mi sono subito scontrato col “mondo del lavoro” sono “entrato nel mercato”, dove tutti i sogni spariscono in un violentissimo schiaffo. Tu sei nessuno. Quel che sai fare non conta niente. Conta solo quanto bene ti sai vendere. Chi ci crede e ci piange ancora è solo un ingenuo: questo è business, il tutti contro tutti nella legge della giungla dei numeri.

Bene allora, bisogna farsi forza e adeguarsi, questa è la vita reale. Bisogna sgomitare per litigarsi le briciole e rassegnarsi a trovare le proprie soddisfazioni da un’altra parte e non nel proprio mestiere, nella solitudine del proprio tempo libero. Lavorare serve solo a portare a casa i soldi. Se poi ti fermi un attimo a ragionare sul fatto che forse non è così solo per il tuo mestiere ma che forse anche le scuole, gli ospedali, le industrie alimentari, rispondono alla stessa logica, ecco che dal sogno si passa all’incubo. Che società stiamo costruendo? Se realizzarsi non vuol dire più mettere al servizio degli altri le proprie capacità, ma vincere e primeggiare magari con meno capacità possibili, che servizi stiamo offrendo alla nostra società? Che qualità della vita condividiamo? Che prospettiva abbiamo di diventare una società migliore? Non voglio essere nutrito o curato o governato da chi è stato più furbo e ambizioso, ma da chi ha più passione, più dedizione, più capacità di ascolto. Da chi è incorruttibile perché la sua più grande ricchezza è l’amore per il suo lavoro e per il senso che questo lavoro gli offre nell’essere al mondo.

Vorrei essere governato da chi, per tutte quelle ragioni, è diventato uno svantaggiato, il capro espiatorio, a cui il mondo del lavoro di solito sbarra le porte. Ecco quindi che il problema è diffuso. E allarmante. Qui non si tratta solo di difendere i posti di lavoro di artisti e operatori della cultura e dello spettacolo: si tratta di mettere a fuoco cosa non funziona attorno a noi e cosa possiamo fare e dire – cioè essere – affinché torni a funzionare. Uno degli aspetti che mi inquietano maggiormente come cittadino è il diffuso disinteresse a capire, interpretare, a farsi un’idea critica sulla società e l’esistenza. Questa triste rassegnazione al modello diffuso di felicità. È un problema di annientamento culturale.

Il sentimento che si respira al Valle in questi giorni è esplosivo e supera le nostre aspettative: non solo vogliamo concretamente un mondo migliore, ma pensiamo anche di averne diritto. Noi siamo certi che nel rispetto delle legittime esigenze sia possibile mantenere accesa la luce della resistenza e continuare a lottare contro una degenerazione, che mette in gioco persone, professioni, modi di esistere. E spegne qualsiasi idea di futuro.

E allora ben vengano gli Stati Generali del Teatro italiano, come potremmo definire questo momento caldo, in cui stiamo “mettendo in scena” attraverso l’azione concreta giorno e notte come è possibile far funzionare un Monumento pubblico. Dormiamo in teatro, qualche ora e dove capita, spesso nei palchi. Dopo aver chiuso ogni sera gli spettacoli che offriamo gratuitamente e che centinaia di spettatori sembrano gradire, viste le folle fuori e dentro l’edificio. Nei pomeriggi organizziamo lunghe assemblee aperte al pubblico, ciascuna con un ordine del giorno preciso: si va da approfondimenti sui mestieri del teatro e del cinema, a come individuare un welfare nel nostro settore, fino a un vero e proprio codice etico del teatro. Una delle grandi questioni del dibattito è su che garanzie potremo ricevere dal Comune di Roma a cui il Valle (ed altri) è stato assegnato dopo la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano (in Italia non esiste più un ente per il teatro: veramente surreale).

Vorremmo tradurre tutto questo in un documento, ma la questione è ampia, perché riguarda competenze assai diverse. Credo comunque che insieme saremo in grado di tracciare alcune possibili forme di funzionamento, che includono il punto di vista economico, prendendo ad esempio anche i percorsi di teatri stranieri.

Solo così credo si possa dimostrare che la vera forza del teatro siamo noi, intesi come “unità” inscindibile tra artisti-tecnici-spettatori. Siamo noi che produciamo le ricchezze che un eventuale direttore di teatro dovrà gestire ed è a noi che questo direttore dovrebbe rendere conto, non agli amministratori. Avremmo anche tutto il diritto di essere noi ad eleggerlo, a mio modesto parere. A noi preme, per la tutela della qualità dei servizi che offriamo e di cui ci serviamo, l’interruzione definitiva della logica dei posti assegnati a gente estranea alla professione del luogo che va a guidare. Quella logica che si basa sulle appartenenze politiche o su qualche bene di scambio promesso. Il ragionamento vale per il teatro, ma può applicarsi a qualunque realtà “pubblica”: ci si dimentica che il cittadino è creatore e fruitore del suo bene. Come per l’acqua.

Il mio, il nostro, è un appello appassionato per tutti i luoghi di pubblica cultura che sono stati chiusi o che stanno chiudendo: lottiamo insieme per tutelare quei “punti di aria”, dove si può ancora formulare un pensiero e condividerlo. L’Italia è nostra, dobbiamo occuparcene noi.





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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Mar 20 Dic - 22:35



Antonella riprende a teatro lo spettacolo insieme a Coniglio Viola

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da miki il Mar 20 Dic - 23:02

ubik ha scritto:Antonella riprende a teatro lo spettacolo insieme a Coniglio Viola
mi piacerebbe andare tantotantotanto
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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Ven 23 Dic - 23:57

Malcom Pagani per Il Fatto

La teoria dei pompieri non gli incendia più il cuore. "Molti anni fa, per capire se uno spettacolo andava bene, osservavo i vigili del fuoco. Se seguivano attentamente anche loro, era un trionfo. Oggi i pompieri sbadigliano e le uniche a omaggiarmi sono le maschere in gonnella. Mi basta uno sciatto ‘come sei bella' e le conquisto. Le donne adorano i froci. Si accorgono se ti sei fatta una permanente, se hai cambiato un vestito. Il macho vero invece non vede nulla. Tromba e basta".

A 83 anni, Paolo Poli non ha cambiato idea. Continua a travestirsi sul palco senza cambiare d'abito, demolendo in versi appartenenze e solennità: "Se mi definiscono attore colto, li fulmino: ‘meglio ballerina' e in quanto alle signore toscane che mi abbracciano cinguettando ‘Poli, Sono di Firenze anch'io' sono solito raffreddarne gli ardori: ‘Non c'è ragione di eccitarsi care, Nureyev è nato sulla Transiberiana'".

Anche se ogni cosa è cambiata, Poli si trucca e riempie ancora il palco per specchiarsi: "Soprattutto in provincia, dove mi avventuro da pidocchio in cerca di sangue da succhiare, respiro disinteresse e gente che non ha la minima idea di chi sia. L'unica ricompensa è strappare un sorriso. È come farlo venire duro a chi aveva deciso di non togliersi le mutande. E a volte, per fortuna, accade ancora". Con i testi della Ortese nella testa (l'ultima trovata si intitola ‘Il mare'), il falsetto e lo stupore, l'apolide Poli continua a viaggiare. Non teme il trapasso: "La morte è come la vita, ma non la cerco in scena".

Non è stanco?
No, ma io vengo da un teatro diverso. Era l'epoca della ‘contessa manina' che abitava sopra al Quirinetta e scendeva due piani per accomodarsi in platea e masturbare i volenterosi o delle mie fughe nel loggione a baciarmi con i ragazzi. Una volta, in un palchetto, non ci accorgemmo dello specchio. Quando finimmo, capimmo che ci avevano visti tutti. Giovani e vecchi.

Altri tempi.
Nove mesi l'anno da zingari in giro. I pasti saltati felicemente, l'emozione di Maria Callas che se la faceva sotto in scena.

Dice sul serio?
Certo, ma quel goccio in più, nello spavento, viene a tutti. Maria era drammatica, intensa. L'ho conosciuta quando si chiamava Meneghini ed era grassa.

Carattere difficile.
Come quello di chiunque ne abbia uno. Non meno di Anna Magnani che mi portava a cena e poi mi presentava il conto: "Mangia coglione, mangia. Che sei tutto pelle e ossa".

Chi le fece scoprire l'arte?
Papà era carabiniere ma aveva fatto anche il cameriere. Conosceva il mondo e la diversità. Nel suo baule segreto aveva cinghie da uomo e scarpine da donna. Quando intuì la mia effeminatezza, non ebbe paura e si schierò: "Non vuoi fare educazione fisica? Ti farò esonerare". Così vennero musica e danza, recitazione e libertà.

Palcoscenici e Rai.
La Rai di allora era come quella di oggi. Stessi compromessi. Medesime bassezze. ‘Paolo se non ingaggi l'attrice che tromba con il dirigente o l'affettuoso amico del ministro Emilio Colombo, non si va in onda'.

E lei?
Me ne fregavo o mi adeguavo, sempre senza prendermi troppo sul serio. Gli autori edulcoravano i testi e mondavano le mie canzoni. ‘Poi per cena/ chiede appena/ di banana un bocconcin'. Se toglievi mezza strofa anche l'eversione diventava inutile.

Lavorò con Sandra Mondaini.
Le andava bene ogni cosa e qualsiasi padrone. Suo marito Raimondo, bravo attore, era un reazionario spaventoso. Dovetti smettere di frequentarli.

Vianello la disprezzava?
Forse, ma non mi importava. Mai sognata l'approvazione planetaria. L'indifferenza degli altri era una medaglia. Una volta incontrai Alberto Sordi. Sentii di fargli schifo. Mi diede la mano morbida, guardando sempre dall'altra parte. Della Pagnani, che molto lo aiutò, amava dire: ‘è solo una vecchia'. Un vero ingrato.

È vero che ha pessimi rapporti con Arbasino?
Falsissimo. Lo adoro. Forse mi sfuggì che era un ex balbuziente correttosi in corsa e che non era adatto a fare il presentatore in tv come Fabio Volo.

Le piace?
È un belloccio, ma sembra il trionfo dell'imbecillità. Sa che le dico? Bisogna augurarsi di non avere successo. Ho letto un suo atroce romanzetto dove c'è una che si fa i ditalini. Lasciamo perdere. E poi quell'altro, come si chiama? Baricco, ecco.

Non le piace?
Dio ci protegga, letterariamente è una testa di cazzo. Ha presente la grandezza di Fratelli d'Italia di Arbasino? Così quando mi chiedono cosa leggo dico sempre Balzac. Non si sbaglia mai, anche nei più brutti c'è sempre un lampo.

Con Arbasino ha in comune la definizione di matrimonio gay.
Gay è una parola orrenda. La storia non sopporta salti, ma noi dicevamo le donnine allegre o le orizzontali di lusso ed era meglio. Il mio pubblico rideva per le allusioni, bastava dire ‘manubrio' e capivano tutti. Oggi se non dici ‘cazzo' non capisce nessuno. E riguardo alle unioni legali tra uomini, come dice Arbasino, sono questioni da notai.

Pasolini lo conobbe?
Andavo a cena con lui e Moravia. Parlavano di illuminismo. A Pier Paolo piacevano i primati, le fiere, i maschi bestiali. Aveva il senso di colpa che io non ho mai conosciuto. Mamma diceva: ‘Paolo, fai come ti senti, non sbagli mai. Il bambino nasce perfetto, a essere corrotta è la società'. Con Pier Paolo però avevo in comune l'indole. Io non sono coniglio o cerbiatta, sono cacciatrice. Da ragazzo, per necessità, feci anche qualche marchetta.

Oggi si sente solo?
Tutti prendono ogni cosa alla lettera e di spiritosi, ne sono rimasti pochi. Il suo mestiere ad esempio. La compiango. Spero non viva solo di questo, che qualche marchetta, ogni tanto, la faccia anche lei.

Poli, salvi qualcuno.
Monicelli. Mario era un amico vero. Andavamo a mangiare, anche negli ultimi anni. Senza sale, ma con donne sempre meravigliose. Sono veramente felice che si sia buttato di sotto.

Perché?
Si è liberato.

Fellini l'avrebbe voluta per La dolce vita.
Rifiutai. A Fellini volevo molto bene, ma onestamente, al di là di qualche scarabocchio, di qualche indimenticabile comparsa nei ruoli minori, che traccia ha lasciato?

Una serie di capolavori.
Qualche visione al massimo. Ma io l'altro Federico l'ho conosciuto bene. Salito dalla provincia per poi incontrare Giulietta Masina che a un certo punto, lo accolse in casa. Io andavo e mi complimentavo: ‘Che belle sedie signora' e lei, feroce: ‘Sono ben 24 Poli, tutta roba mia'.

E di Visconti cosa ricorda?
Mi detestava perché facevo l'università. Era un regista magnifico e stava con quell'attore bellissimo.

Helmut Berger?
Ma no, Berger venne quando Luchino era già in età da carrozzina. Parlo di Alain Delon.

Attori a cui è affezionato?
Affezionata, prego. Noi vecchie signore teniamo alla forma. Direi mia sorella Lucia che per la passione dei teatrini, a Roma prese anche la Scabbia e Mario Scaccia. Negli ultimi anni non si vergognava più a dire che era finocchio. Sa cosa rispondeva quando gli chiedevano cosa avrebbe fatto se non fosse stato attore?

Cosa?
L'attrice. Allora lo prendevo in giro: ‘Mario, ma che meraviglia, ma come sei disinvolta'. Scritturai anche un suo giovane delfino. Attore mediocre, ma così bello da far dimenticare la tecnica.

La politica?
Non me ne importa nulla. I tempi di Craxi con la frusta che insegue le amazzoni al Raphael non esistono più. Rimangono cialtroni, ectoplasmi, figurine sbiadite.

Berlusconi?
Indifferenza assoluta.

Scalfaro la denunciò.
Per Santa Rita da Cascia. Vilipendio alla religione. Lo trovò blasfemo. Erano anni in cui andavo in scena vestito da Diavolo e quando con la coda mi sedevo in platea per la gioia di qualche affezionata checca. Giocavo con le parole: "Mi fa male il culo", cose innocenti, facezie.

Cosa pensa di Papa Ratzinger?
Che basta non andare a baciarla, la Papessa. Quella di oggi poi è anche bruttina. Sa, la vita è strana, la Woityla piaceva di più.

dagospia



Ultima modifica di ubik il Dom 2 Giu - 19:42, modificato 3 volte

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da anna il Sab 24 Dic - 0:25

che grande

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Sab 31 Dic - 19:59



"Studio - clip del progetto NIP_ not important person
di Macelleria Ettore_ teatro al kg
con Maura Pettorruso
riprese e montaggio video Carmen Giordano"


youtube

dovrebbe essere il promo dello spettacolo teatrale corredato poi dalle musiche di Chiarastella

lo trovo molto interessante

Spoiler:

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Sab 31 Dic - 20:03



ecco un brano per lo spettacolo che dovrebbe avere composto e cantato lei che brava

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