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A Teatro - articoli, recensioni, interviste

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Sab 31 Dic - 20:07



MACELLERIA ETTORE Teatro al kg

che braviiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii............

_________________
Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. D. Lynch

Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Sab 31 Dic - 20:13



già che ci sono

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Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. D. Lynch

Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da miki il Gio 1 Mar - 16:07

Teatr Wielki di Varsavia. La Sagra Della Primavera di Igor Stravinsky
la premiere era il 11/06/2011 dedicata al 100 anniversario delli Balletti Russi di Sergei Diaghilev.
Io ho visto ieri sera
Una serata stupenda con le 3 coreografie diverse. Succede per la prima volta proprio al Teatro Grande di Varsavia l'idea unica al mondo. per me molto intelligente e riusciutissima, ha fatto vedere lo sviluppo della danza contemporanea nel secolo scorso.
La serata iniziata con la coreografia rivoluzionaria di Vaslav Nijinsky come "scene della vita di pagana Russia” (1913) nella ricostruzione pietosissima di Millicent Hodson basata sull’aiuto di Maria Rambert, la piu stretta collaboratrice di Nijinsky (polacca come Vaslav, mah... anche meta’ della truppe erano polacchi, cresciuti nel Teatro Grande di Varsavia). La seconda inspirazione era la sorella Bronislava Nijinska che aveva scritto e salvato tutte le partiture con tutti i movimenti di mani e piedi in ordine. C’erano tutti i pezzi delle loro forme bizzarre, colori di Russia pagana in decorazioni di Kenneth Archer.
Come era avanti quest’uomo (voglio dire - Nizynsky )

La seconda una delle versione più recente di coreografo israeliano Emanuel Gat (2004) come hanno descitta "iconoclasta ed emozionante," basato sul salsa latino-americana, minimalista, luce rossa filtraggio attraverso l'oscurità. Belli movimenti, bello spettacolo ma dopo un po‘ stanca.
Gat è contro la tradizione, la sua "Sagra della Primavera" è camerale, si svolge tra i cinque danzatori, che si muovono al ritmo della salsa. Gat racconta una storia completamente diversa, contemporanea che si svolge da qualche parte nell cerchio dei giovani. Una “west side story “ inzomma

e......la terza....che direchedirechedire... finalmente (per me, non ho visto mai prima “live”) la leggendaria interpretazione di grande coreografo Maurice Bejart (1959), da lui concepito come un universale "inno al ravvicinamento degli uomini e delle donne, il cielo e la terra, la danza della vita e della morte." La sua "Sagra della Primavera" è vitale, barbaro e sessuale. splendidamente realizzata dal Balletto Nazionale Polacco, che scene di gruppo, forza del potere dell’immagini, la purezza e la chiarezza della comunicazione. Ti toglie il fiatto... una delizia
S t u p e n d a



curiosità
nel foyer del Teatro Grande e stata svelata la scultura di Vaslav Nijinsky e Bronislaw Nijinska (sua sorella) nei loro ruoli famosi di fauno e ninfe del balletto Pomeriggio di un fauno. L’ iniziativa della Polonia National Ballet, eseguito in bronzo da un scultore ucraino Gennady Jerszow. come ricordo di due più importanti talenti polacche, che fiorirono e guadagnò fama mondiale come ballerini-coreografi di Balletti Russi di Diaghilev.

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Gio 1 Mar - 20:44

bellissima la contrapposizione di stili coreografici diversi e fantastica la musica ovviamente

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Lun 28 Gen - 22:39

Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

Con i corridoi spalancati sul silenzio e uno specchio alle spalle, Paolo Poli nuota nel suo foyer preferito. La terra di mezzo della precarietà aristocratica, dove si è signori nella sottrazione: "Ho sempre fatto le mie schifezzine per conto mio" e signore nell'addizione provocatoria: "La mia paga non è il pur necessarissimo denaro, ma far ridere. Quando accade, so che l'ho fatto venire duro a qualcuno. Che ho rimorchiato, per dirla con linguaggio adatto all'occasione, tanto son certo verrà fuori un'intervista orrenda".

Se al valore dei soldi Poli porge la guancia della memoria: "In trattoria, quando eravamo poveri, inventavamo improbabili parentele con il presidente della Repubblica. ‘Segni, signora'. E quella segnava", alla testimonianza e alla grigia correttezza del ricordo, tra un "sicché", e un "mi dà noia", preferisce il cambio d'abito che non imprigiona. L'equilibrio del fato declinato in cinismo. "La gente pensa in soldoni, viene qui perché ho 84 anni e a differenza di quelli della mia generazione, non sono ancora morto".

La veste del saggio lo ripugna: "Non credo che la vecchiaia sia un tesoro di sapienza e detesto i giovani che chiedono consiglio", della santificazione diffida: "Si rispetta la mia anzianità ed è sbagliato. Con gli anni ci si rincoglionisce, pardon, rimbambisce" e riserva alla verità il necessario ruolo dell'esercizio igienico: "È incredibile come si parli di tutto senza dire nulla. Se dio vuole, non ho mai avuto un successo popolare. Quando cinguettano "Davvero non viene in tv? Ci vedranno 2 milioni di persone" li gelo: "Solo 2? Guardi che Hitler ne aveva di più".

Lei è per la sincerità?

Dipende. Una volta consegnai un premio a Monicelli e lui: "Che me ne fo?". Gli dico: "Almeno buttalo quando siamo andati via". Era simpatico e coraggioso, come Sanguineti. Avevo messo in scena uno spettacolo bruttissimo. Edoardo scrisse e mi punì: "È una vera vergogna". Lo incontrai e corsi ad abbracciarlo: "Finalmente un uomo che si esprime chiaramente". "Fa schifo, è vero", gli dissi, "però sa, devo lavorare e anche svergognato, lavorerò". Facemmo insieme una riduzione per la radio. Il testo, per gli studenti, era pieno di parole come cazzo e fica. Lui aveva tradotto in latino, ma la funzionaria Rai bocciò senza appello.

E poi?

Per aggirare la burocrazia bastava poco. Se dicevi manubrio ti facevi capire lo stesso. Così usai termini allusivi. Lo zampillone. La scatola del pepe. L'idea me l'aveva data la saliera del Cellini. Un uomo e una donna si danno le mani, formano quasi una gondola. "S'intramettevano le gambe, sì come entra certi rami del mare infra la terra, e la terra infra del detto mare". Lui ha il sedere sopra un pesce e tra le gambe, un tempio greco. La ragazza ha l'elefante sotto il culo e proprio là, la scatola del pepe. La vidi a Vienna. Che meraviglia. Oggi i ragazzi viaggiano molto, non vedono nulla e conoscono solo gli aeroporti. Noi partivamo con un vestitino.

Ci abbeveravamo alla vita. Come la prima volta, a Madrid, a 40 anni. Andai al Prado e ci rimasi tutto il giorno. Che gioia. La sera mi esibii in un ristorante. Cantavo canzoni del passato: "Colonnello non voglio il pane" e invece di ridere, piangevano tutti. A fine spettacolo mi chiese l'autografo il Podestà di Firenze, riparato da Franco. Gli spagnoli continuavano a tagliare nastri nelle piazze, quando da noi l'epoca in cui Mussolini ci dava a bere la ricostituzione dell'Impero Romano era tramontata. Per modo di dire. Continuò con la Dc.

Andrà a votare?

Temo di no, potrei essere ad Avellino o a Biella. Mi allargo, mi stringo, recito molto. E amo la provincia che venera la liturgia del vestito buono. Qui ormai arrivano con scarpe di plastica, tute da corsa con le righe e a sipario chiuso, scappano via. Nelle città dove il teatro ha ancora un valore, pubblicano Bellezze del Regio: "Parma. È stata notata in platea la moglie dell'avvocato ‘tu mi stufi' con il vestito mela e rosa pesco". A Verona mi hanno fatto sedere tra due produttrici di pandoro, ma io furbissimo, le ho anticipate: "Non mangio dolci". Altrimenti avrei dovuto dire quale fosse il più buono.

La sua ultima apparizione al cinema è del 1974.

Potevo andare a Napoli, fare Histoire du soldat, risalire a Roma, andare sul set e poi tornare nel pomeriggio. Dopo i 70 ci si tranquillizza. La biologia non la freghi. Ti dicono: "Poli, non esageri, non sembra, sta benissimo" e io "Sembra, sembra". A differenza di altri, delusi o giubilati, il teatro l'ho scelto. Dal loggione ne ho scoperto uno davvero bellissimo. Il genio di Cechov, la scenografia girevole, i colori delle stagioni. Il cinema era un'evasione.

Poi la mia giovinezza tutta denti e occhi briosi lasciò posto ai Marlon Brando ingrugniti. Mettevano un piede davanti all'obiettivo, ma pur osservando una pera per 2 ore, quella restava una pera. Per il palcoscenico avevo rifiutato la Dolce Vita e facevo solo limitati cammei. In Per amore...per magia di Tessari, Morandi era Aladino e io il sarto, Jo Babà. Tiravo un filo e con un effetto villereccio, Gianni rimaneva nudo.

L'ultimo film di Mina.

Ma non recitavamo insieme. Mina me la ricordo anche con Buscaglione a Carosello. "Chi beve birra campa cent'anni". Il cantante era morto il giorno prima. Una tragedia per la ditta, immagino. Rascel invece ritmava una danzetta: "Non me lo faccio un brodo? Ma me lo faccio doppio. Doppio brodo star". Ne interpretai alcuni anch'io, grazie alla vedova Campari. Nel ‘60 al Gerolamo, scendevo tra la gente durante lo spettacolo. Giocavo, scherzavo. Lei si invaghì, mi mandò un mazzo di violette. Colore nefasto, ma io non ho pregiudizi. Ho venduto l'articolo più che ho potuto e se non ho scritto è perché se non sei Flaubert, è meglio star fermi.

Quando insegnava portò le sue alunne al bordello.

Le ragazze dicevano : "Maestro, noi non s'è mai visto. È inutile che ci spieghi Maupassant se non guardiamo con i nostri occhi. Andammo. La puttana più grassa mi mise le poppe sul volto. Le ‘bimbe' si divertirono molto. Avevano 18 anni, sapevano già tutto. Nel realismo imperante non c'era film in cui un bimbo non cagasse nel vasino. Faceva attualità.

L'attualità amorosa?

Sono stato in una scuola. Ho visto bigliettini atroci: "Se vuoi stare con me, metti la croce". Noi conservavamo angoli di infimo romanticismo. Ora certe coppiette vengono a vedermi sognando un transfert erotico che non posso restituire. Ho i miei ormoni. Sia maschili che femminili. Sempre adoperati senza vergognarmene.

La solitudine?

Adoro. Non mi annoio mai. L'unica convivenza possibile è quella di Calvino, con i due operai che attaccano a turni diversi e non si incontrano. Sa come dice Bergman? "L'attore deve avere molta salute e poca memoria". Ricordo il lavoro. Mai l'amore. Altrimenti non si farebbe che piangere. Da giovane ho pianto molto. Da vecchio voglio ridere.

dagospia

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Mer 29 Mag - 23:12



Franca Rame e Dario Fo

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Mer 29 Mag - 23:15



Franca Rame all’ultimo spettacolo nella sede storica del centro sociale milanese Leoncavallo, in via Leoncavallo, 1994

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Lun 27 Ott - 22:11

VIVA PAOLO POLI! - “MATRIMONI OMOSESSUALI? CHE ROTTURA DI COGLIONI! PREFERISCO LA GIOIA CHE MI HA PROCURATO L’AVERE GLI ORMONI UN PO’ SCOMBINATI. SE ALLA VITA TOGLI LO SFIZIO DEL PECCATO, CHE COSA RIMANE A UN UOMO? QUASI NULLA”

Sul tira e molla tra i vescovi in relazione ai diritti delle coppie gay e sui tentativi di alcun sindaci di regolarizzare le relazioni di fatto si limita a borbottare che «è giusto che ciascuno faccia un po’ come crede, secondo il proprio mestiere e quel che gli suggerisce la coscienza».

A lui, però, che a 85 anni guarda il mondo con gli occhi di chi è considerato uno tra i più prestigiosi attori italiani, tutto quel che riguarda «il chiacchiericcio sul matrimonio tra coppie gay e sulla battaglia per la tutela dei diritti» appare «una solenne rottura di coglioni». Paolo Poli, fiorentino di eloquio colto, forbito e schietto, è convinto che in Italia comandi il pontefice. E che sia lui «il vero e unico sovrano riconosciuto».

Poli racconta che cosa ha significato per lui vivere da omosessuale in Italia negli anni del fascismo e del Secondo Dopoguerra, ma anche le amicizie, gli amori, i rimpianti, le paure. Una condizione, la sua, «da ormoni scombinati». Che gli ha procurato «una aristocratica solitudine, come a Pier Paolo Pasolini», ma anche «tanta gioia e autentica serenità».

Il Sinodo dei vescovi si è spaccato sui diritti delle coppie omosessuali. Che ne pensa?
«Se posso esser sincero, mi è sembrata una solenne rottura di coglioni».

Addirittura?
«Si tratta di discussioni eterne, che ricordo da sempre e mai giunte a conclusione. La verità è che in Italia esiste un solo sovrano: il pontefice».

E dunque?
«Sui diritti degli omosessuali facciano un po’ quel che vogliono».

A lei non interessa?
«Ho vissuto in un’epoca in cui quelli come me e Pier Paolo Pasolini vivevano in una sorta di condizione aristocratica. Cioè, di totale solitudine».

Appunto. Non le pesava?
«Non sopporto le storie stile romanzo di Delly, in cui tutto finisce bene e cioè nel matrimonio con la marcia nuziale».

Ce l’ha con chi si batte per l’uguaglianza dei diritti?
«Certo che no. Ma non mi interessa molto quel che fanno. Gli uomini vogliono sposarsi tra di loro? Per me va bene. Punto».

Ne sembra quasi infastidito.
«No, però che barba: mi dà noia il matrimonio normale, figuriamoci il resto. Preferisco la gioia che mi ha sempre procurato l’avere gli ormoni un po’ scombinati ».

È bello avere «gli ormoni scombinati», come dice lei?
«Un capolavoro come Madame Bovary comincia col matrimonio e finisce con il veleno. Bellissimo. È il contrario dei Promessi sposi».

Da omosessuale non ha mai avuto problemi?
«Beata solitudo, vera beatitudo. Tutti siamo un po’ scombinati. Chi possiede un po’ di cervello sta benissimo anche da solo».

Può darsi. Ma lei non ha mai desiderato un figlio?
«Se uno vuole un figlio, può adottarlo. Il resto, bah… I cardinali, i vescovi e il papa facciano il loro mestiere».

Dicono che famiglia vuol dire un papà e una mamma.
«Sì, ma Gesù è nato da una madre vergine e da un padre putativo. Come famiglia, più disastrata di così non si poteva immaginare».

Che ne pensa dei sindaci che stanno forzando le norme pur di garantire diritti alle coppie omosessuali?
«Non ci credo. Molti sindaci cercano solo pubblicità e voti. Mica è vero che la gente ama così tanto i propri simili: noi gente di teatro sappiamo bene quanto ciò non sia quasi mai vero».

Quando ha scoperto di essere gay?
«Da piccolo mi vestivano con divisa da balilla, libro e moschetto. Era un’Italia militarizzata, in cui filosofi come Giovanni Gentile giustificavano tutto grazie all’abilità con cui usavano le parole. Forse perciò odio tanto chi fa troppe chiacchiere, compreso il premier Matteo Renzi che per i miei gusti parla davvero troppo».

E la sua famiglia?
«Mio padre faceva il carabiniere e ha sempre accettato la mia condizione. Mia madre insegnava a scuola secondo il metodo di Maria Montessori. Eravamo sei fratelli».

E i suoi fratelli hanno avuto figli?
«Tutti. Sono circondato da splendidi nipoti. La verità è che solo io, tra i sei, ero finocchio: è stata la Natura che, come al solito, ha saputo regolarsi».

In che senso?
«Invece di far sì che morissero in guerra o in qualche altro modo, ha usato me per contenere lo sviluppo demografico e il numero dei discendenti».

Solitudine. Tormenti, forse. Lei che vita ha vissuto?
«Una vita serena, lo ripeto. Ho fatto un lavoro che adoro, ho amato e sono stato amato. La piacevolezza fisica aiuta: da giovane ero molto cercato da uomini e donne».

E il rapporto con i suoi genitori?
«Mio papà mi adorava così com’ero. Quando sei in difficoltà, mi suggeriva, parla in latino. Lui sapeva che in Italia era il papa a comandare. E che nel 1929, con i patti Lateranensi, perfino Benito Mussolini fu costretto ad abbassare la testa in segno di resa».

Che cosa pensa dei preti?
«Non ne penso un gran bene. Però, ho conosciuto don Lorenzo Milani, il priore che viveva tra i ragazzi di Barbiana con cui scrisse il libro Lettera a una professoressa. E ho capito che esistono anche sacerdoti straordinari».

Che cosa vuol dire essere omosessuale oggi?
«Bisogna vivere alla luce del sole. Sarebbe opportuno evitare di nascondersi o inventarsi pseudonimi stupidi e inutili. Come Platinette. O Vladimir Luxuria, per esempio».

Che cosa ha contro l’ex deputata di Rifondazione comunista?
«Nulla, ma travisare i propri dati anagrafici mi sembra una roba da rimbecilliti».

Che vuol dire, per lei, essere spregiudicati?
«Mantenere intatta la propria identità, qualunque essa sia. Spregiudicata era la grande Paola Borboni, che fu tra le prime a spogliarsi sul palcoscenico. Si divertiva a spiegarmi come faceva a eccitare gli uomini».

E come faceva?
«Per carità, mica si può dire in un’intervista».

Chi altri è stato spregiudicato, tra i grandi del teatro italiano?
«Tino Buazzelli mi prendeva sempre in giro dicendo che ero troppo secco e che mangiavo poco. Erano gli anni del Dopoguerra e della fame, la sera a Torino mi portava al ristorante Il Cambio a divorare un uovo fritto».

Ricordi belli, ma perché Tino Buazzelli era spregiudicato?
«Conobbi Buazzelli che ero giovanissimo, insieme con Laura Betti. Lui allora era magro ma già viveva allo scopo di gustarsi due sole gioie esistenziali, oltre al teatro: il cibo e le partite di calcio, che seguiva anche durante gli spettacoli. Si appartava in camerino, urlava e sbraitava parolacce ascoltando le cronache sportive alla radio. Poi, d’incanto, si precipitava in scena e si confermava un grandissimo».

E oggi? Come guarda il mondo il giovanotto ottuagenario Paolo Poli?
«Di anni ne conto quasi 90. Ho visto l’altra sera Giorgio Albertazzi a Ballando con le stelle...».

Che ne pensa?
«Agghiacciante. Se ha partecipato per soldi, avrebbe fatto meglio a mettersi fuori a una chiesa e a chiedere l’elemosina. È bravo attore, ma non è mai stato un uomo troppo intelligente. La mente, per lui, è sempre stata Anna Proclemer che era stata sposata col grande scrittore Vitaliano Brancati».

Quali ricadute ha avuto nel suo teatro l’essere un omosessuale?
«Da bambino, mi facevano recitare sempre la parte del principe azzurro. È la più prevedibile, la più stupida e priva di emozioni. Le mie sorelle, invece, si divertivano a fare le streghe e i personaggi malvagi che a me piacevano da morire».

Che vuol dire?
«Che i brutti sono sempre straordinari. La bellezza della favola di Biancaneve è nei sette nani».

Sta giocando con i paradossi?
«No. Se alla vita togli lo sfizio del peccato, che cosa rimane a un uomo? Quasi nulla. Non a caso il Paradiso di Dante è molto più noioso dell’Inferno. E senza il peccato commesso da Eva col serpente, vivere nell’Eden sarebbe stato insopportabile».

dagospia

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Re: A Teatro - articoli, recensioni, interviste

Messaggio Da ubik il Lun 6 Lug - 22:35

ADRIANA ASTI E IL FUOCO SACRO DEL TEATRO: 'MAI AVUTO. VOLEVO SOLO SCAPPARE DI CASA' - 'RECITARE NUDA ERA FANTASTICO: NON MI ASCOLTAVA NESSUNO' - FRANCA VALERI MI DICE SEMPRE: 'IL MIO UNICO MATRIMONIO RIUSCITO È CON TE'

Oggi, alle quattro di pomeriggio di una domenica di inizio luglio,  a 82 anni, Adriana Asti sarà in scena a Spoleto. Le poesie di Brecht: “Anche quelle americane”, le musiche di Kurt Weill e un titolo, Jadasmeeristblau, che più in là dei due mondi del Festival, la riporta al centro del proprio universo: “È un omaggio alla mia infanzia e alle scuole tedesche”.

Il cavaliere al merito della Repubblica canta e incanta per 80 minuti. Lo fa da decenni, indossando e svestendo panni con la naturalezza e la leggerezza dei predestinati. Rosa Luxemburg per Faggi e Squarzina, Maria Brasca di Testori, l’Europa di ieri, le miserie lontane, le atmosfere di Stramilano: “Lo spettacolo che preferisco in assoluto” e le inquietudini di oggi perché Brecht, dice mentre fuma e offre da fumare: “Pur sciogliendo il dramma nell’ironia è sempre attuale e affronta drammi spaventosi. Aveva idee straordinarie ed eretiche, comunque”.

Ci parli dell’ironia.

Se ti chini sulla Germania, conservarla è necessario. Pur temendo di dire una cosa sgradevole e antipatica, azzardo: la Germania è pesante. C’è qualcosa di sé che la Germania non dimentica mai.

Brecht glielo fece conoscere Strehler?

Con Giorgio ho fatto 5 spettacoli, ma nessuno tratto da Brecht. Nonostante questo, non farsi investire dal culto era impossibile. Strehler parlava sempre e solo di Brecht. Lo straniamento. Il dentro e fuori dell’attore. Lo adorava e lo impose in Italia. Un tempo era più rappresentato. Il Piccolo aveva una specie di esclusiva. Detenevano i diritti. Ne erano gelosissimi.

Come arrivò al teatro?

Ero in vacanza. In montagna. A 17 anni. Incontrammo la compagnia del Carrozzone. Fantasio Piccoli e i suoi andarono a parlare con mio padre. “Manderebbe Adriana a recitare con noi?”

Suo padre la ostacolò?

“Prendetevela” disse. “Non è assolutamente capace di fare niente, tempo tre giorni tornerà a casa”. Invece andai per non tornare. Quelli del carrozzone viaggiavano davvero e io avevo una voglia pazza di perdermi in giro e scappare di casa. I ruoli erano piccoli. Feci uno schiavo ubriaco nel Miles gloriosus, e prima ancora, il debutto assoluto nei panni di un paggio ne La dodicesima notte. Avevo una sola battuta: “Vieni a me, vieni morte”.

Dicembre 1950. Teatro Stabile di Bolzano. All’improvviso manca la luce. Lei illumina la scena con una candela.

C’era un destino, ma la fiamma del mestiere non l’ho mai avuta. Nessuna pulsione verso il teatro. Nessun sacro fuoco. Nessuna voglia di fare l’attrice. Ero timidissima, recitavo la poesia di Natale nascondendomi dietro la porta.

Ha recitato in decine di film e spettacoli teatrali. Ha vinto molti premi. È sul palco da più di sessant’anni.

La mia condanna, penso, per aver voluto lasciare a tutti i costi casa mia. La mia punizione. Gli spettacoli sono l’ultima cosa a cui penso nella vita. Io sto bene soprattutto quando non faccio niente. Quando ozio, leggo un libro, sto con gli amici.

Sono stati importanti?

Intendiamoci: io detesto il passato. Mi annoia profondamente. Non ci penso mai. Il passato è come un vecchio meraviglioso vestito che non indosserò più. Una cosa che osservi e ti viene una gran voglia di bruciare. Detto questo, gli amici sono stati fondamentali.

Pier Paolo Pasolini?

Un poeta. Con Sandro Penna, forse, l’unico. Di Pier Paolo ero amica. Viaggi, vacanze, intimità. Fu testimone di nozze del mio matrimonio con Fabio Mauri, con un vestito argenteo, stretto nella fotografia.

Lei partecipò al suo primo film, Accattone.

Pasolini sperava di farsi finanziare il film da Fellini. Federico aveva messo una produzione con Rizzoli, la Federiz, nata con l’obbiettivo di trovare talenti da far esordire. Pier Paolo girò un pezzo di Accattone, lo fece vedere a Fellini e quello, rapido, sentenziò: “Regista non diventerà mai, non lo può fare proprio”. Per fortuna subentrò Angelo Bini, ma all’inizio Pasolini non venne capito. Aveva uno sguardo prorompente, irritante, non convenzionale. Faceva qualcosa che prima non si era visto. Metteva i brutti in primo piano.
Disturbava. Sul set invece era semplice e naturale. Nell’assegnazione dei ruoli: “Tu fai Amore, Adriana, una mignotta” e nella direzione della troupe. Non è che facesse chissà cosa, ma aveva carisma. Una cosa che non si compra e non si costruisce. Con Pier Paolo mi sono anche divertita tanto. Di Capriccio all’Italiana con un Totò in verde, ho bellissimi ricordi. Pasolini aveva quello che in musica chiameremmo l’orecchio assoluto.

In Accattone, Bernardo Bertolucci era l’assistente di Pasolini.

Complici di un momento creativo, siamo stati insieme due o tre anni. Poi ognuno per la sua strada. Prima della rivoluzione è un ricordo difficile e un po’ torturante. Mi somigliava troppo. Non l’ho fatto fischiettando e non ho capito subito che sarebbe stato un lavoro profetico e un racconto che avrebbe resistito al tempo. La verità è che quando giri non capisci mai quel che stai facendo. Bernardo comunque si impossessò di tutto quel che mi riguardava e lo mise nel film. Lo fece con Brando e prima di scrivere molto film diversi dagli inizi, un po’ con tutti. Prendeva le vite degli attori. Gli rubava tutto. Magari a plasmarli definitivamente non riusciva, però tentava.

Secondo qualche biografia improvvisata lei e Bertolucci avreste persino divorziato.

Ma perché scrivono queste sciocchezze? Per divorziare avremmo dovuto sposarci e io ho avuto solo due mariti. Di Mauri vi ho detto. Il secondo, da tempo immemore e con assoluto divertimento, è Giorgio Ferrara. Io e Bernardo siamo vicini di campagna, vecchi compagni di un tempo lontano, grandi amici. All’epoca, come facevo spesso, cambiai soltanto direzione. Sono una persona che va spesso da un’altra parte.

Morante, Moravia, Gadda, Bassani. Andando di qua e di là lei li ha conosciuti tutti.

Elsa era un demonio. Generosissima. Provocatoria. Drastica per gusti e indole: “Che autore piccolo borghese, Pirandello. A rappresentarlo non vi vergognate?”. Io ribattevo: “Tirate giù qualcosa voi invece di criticare” e quando Natalia Ginzburg scrisse Ti ho sposato per allegria messo in scena con grande successo nonostante le profezie di Zeffirelli: “Vi chiuderanno il sipario in faccia”, Elsa che per essere gentili diffidava della commedia, non ci vide più  “Che cosa ignobile, volgare”. Prendeva e partiva per la crociata. Una volta elaborai un Antigone con Peppino Patroni Griffi e la vidi paonazza: “Vi denuncio, chiamo la Polizia, non vi azzardate”. Era spiritosa, indomabile e forse persino più straordinaria di Moravia che pure aveva un profondo senso dell’umorismo.

A lei il sipario in faccia l’hanno mai chiuso?

Una sola volta, al Quirino. Atti unici di attori italiani. Sul palco- io in pigiama e lui in camicia da notte-Luca Ronconi. A un certo punto sentimmo una coda di pipistrello sulla faccia. Il sipario. Con ragione, erano andati via tutti. Il testo emanava una noia profonda.

Cosa ha amato del teatro?

La liturgia. Il loggione vuoto, la platea, l’atmosfera nei camerini prima dell’inizio, il palcoscenico. Recitare poi gratifica ed entusiasma. Faccio un lavoro talmente bello che puoi credere di far qualcosa anche se in realtà non stai facendo nulla.

Studiava gli altri attori?

Un privilegio. Al principio non sapevo fare niente e potevo godere di gente come Santuccio, Benassi, Brignone, Valli, Sbragia o Salerno. Attori che non finivano mai. L’uomo che mi ha fatto capire cosa fosse il teatro è Strehler, il resto l’hanno fatto gli incontri e in parte io.

Perché in parte?

Perché una sera mi resi conto che in fondo non mi dispiaceva che qualcuno mi ascoltasse. Mi applaudisse. Essere via da casa. Essere in un altro mondo lontano da Milano. Era importante.

Che rapporto ha con Milano?

Come si fa a non amarla? È una città deliziosa. Divina. Anche da lontano. Senza voler contribuire anch’io all’orrore delle classifiche, rispetto a Roma, Milano è un’altra cosa. Ma so anche che la mia è una posizione minoritaria. Milano non piace a nessuno.

Roma e Milano sono diverse.

La diversità è il tratto distintivo dell’Italia. Siamo tutti radunati da 150 anni e invece i francesi sono tanti anni che tagliano teste e stanno tutti insieme. La patria, la patria, la patria. Si riconoscono.

Noi no e sarebbe ridicolo il contrario. La parola patria da noi è vuota. Forse ha qualche valore per l’emigrante e per il tifoso che si emoziona con l’inno, gli altri della patria non sanno nulla. Ma insomma, via, non è una cosa grave.

La sua patria è Milano. Lì è nata, lì si è affermata in teatro. Lì è stata scelta per il cinema.

Dino Risi camminava in Via Dante. Mi vide. Mi prese per Buio in sala. A teatro invece ero all’Olimpia dove oggi c’è un supermercato o non so che. Recitavo in Noi moriamo sotto la pioggia con Valli. Una commedia-figuriamoci-scritta da Enzo Biagi per Andreina Pagnani. Strehler e Grassi vennero a vedermi per caso. Mi scritturarono per il Piccolo. Molti spettacoli. Elisabetta d’Inghilterra, Il revisore, il caso clinico, Arlecchino. Adagio, adagio mi facevo strada.

Dopo i primi spettacoli lei lasciò il Piccolo.

Lilla Brignone mi cooptò per la sua compagnia e decisi di buttarmi all’avventura, ma l’imprinting di Strehler fu fondamentale. Non meno di quello di Visconti. Uno che non nascerà più. Per me ha rappresentato un riferimento costante.

Carattere ostile?

Un uomo sublime. Erano tutti pazzi di lui. Mi vide in un Goldoni: “Togliti subito questa parruccaccia”, “non posso, c’è un altro regista”, “Fai come ti dico, subito”. Rimasi affascinata. Conquistata. Luchino si faceva ascoltare. Per trasmettere il cuore di un personaggio, Strehler si appoggiava sulla cultura e sulla spiegazione razionale. Visconti te li faceva vedere. Te li faceva sentire. Li impersonava. Lo guardavi ammirato. “Magari potessi recitare così” dicevi. Lasciava tutti sconvolti. Femmine, maschi, bambini, gatti. Era incredibile.

Le dava consigli sulla recitazione?

Su ogni cosa. Avevo doppiato Stefania Sandrelli e Claudia Cardinale per due diversi film e Luchino sentì il bisogno di dirmi la sua: “Smettila di prestar la voce a queste qui, che parlassero con la loro, altrimenti stessero zitte”. Diedi retta.

Lei ha visto cose strane.

Gassman, un attore superbo, pazzesco, ci obbligava a indossare le tute per andare a recitare di fronte agli operai. Cercava di allargare il pubblico, di sperimentare, metteva in scena Adelchi e Otello per persone che non avevano la minima idea di ciò di cui stesse parlando. Gassman era anche bello. Attraente. Seducente. Come Vittorio De Sica. Adorabile mascalzone che metteva pile di copioni davanti alla porta fingendo di lavorare, per fuggire e andare a scommettere a Campione d’Italia. Con lui ebbi una bellissima parte in Una breve vacanza. Vittorio era un attore dal grande cuore, dal grande cinismo e dal grande coraggio. Avercene, oggi.

Quanto coraggio le ci volle per spogliarsi?

Decise Luchino Eravamo a Roma per “Vecchi tempi” di Pinter con Umberto Orsini e Valentina Cortese. A un tratto, distrattamente, a un passo dal debutto, Visconti lasciò scivolare un “Qui ti spogli, cara. Ti togli l’accappatoio e rimani nuda”.

Del ring a tre immaginato da Visconti rimasero il grande scandalo, la rabbia dello stesso Pinter seduto in platea per la prima e la causa legale che bloccò lo spettacolo dopo sole 35 repliche.

Lì per lì ebbi qualche perplessità anche io: “Ma come? Ho una gran parte, non sono mai stata una bellona e tu mi fai spogliare?”. Visconti mi fece tingere di biondo e andammo in scena. Si aprì un mondo.

Perché?

Mentre recitavo, non mi ascoltava nessuno. Capii che era fantastico star lì senza vestiti lì e poco dopo si aprì una ridicolissima carriera di nudo che però ho fatto molto volentieri. Mi sono divertita molto. Ero tutto tranne che un simbolo dell’erotismo e gli amici di sempre erano turbati: “Ma perché ti presti? Tu dovresti fare solo cose alte, intellettuali”.

Invece?

Invece me ne fregai e in ordine sparso piovvero Paolo il caldo, Homo eroticus, La schiava io ce l’ho e tu no, Caligola di Brass e anche un raffinatissimo film scritto da Susan Sontag, Duetto per cannibali, commercializzato con un titolo, La tarantola dalla pelle calda in cui la tarantola naturalmente ero io. Il film resistette in sala mezz’ora, ma Susan fu un incontro interessante. Le aveva tutte: era artista, femminista, ebrea, gravemente ammalata. Una cornice solidissima.

Per Il fantasma della libertà la chiamò anche Buñuel.

Avevo paura del suo giudizio. Ero inquieta. Sapevo che aveva già mandato via un’attrice. Lo aspettai in camerino con un impermeabile di Valentino foderato di pelliccia e come i maniaci al parco, lo spalancai. Ero nuda. Lui mi fece suonare il pianoforte e mi rassicurò: “Je ne suis pas pornograph” diceva. Voleva che il seno andasse a tempo con la musica. Filò tutto benissimo. Buñuel in un certo senso era come Pasolini. Si somigliavano anche fisicamente. Sembravano due mendicanti. Una modestia remissiva lontana dal carattere di Fellini, De Sica o Visconti. Quando parlava però restavano tutti in religioso silenzio. Le cose che diceva erano importanti.

Con il tempo si è cimentata con la scrittura e con la regia.

Iniziai nel ’99 con Alcool. Io e Franca Valeri debuttammo a Benevento. Franca è di un umorismo straordinario “Adriana-mi dice- il mio unico matrimonio riuscito è con te”.

Cosa ha capito dirigendo gli attori?

Che fare il regista è come essere un becchino, trasporti morti che vorrebbero essere altrove. In generale non ho rimpianti e men che mai personali. Le storie importanti non finiscono. L’unico rimpianto è il lutto. Gli amici che se ne vanno. Le voci che non tornano.

Felice di aver fatto l’attrice?

Non ho mai pensato di esserlo. Mi sono sempre illusa di non appartenere a niente e a nessuno. Ognuno pensa di essere particolare, speciale, unico. Poi magari non lo è. Pazienza.

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Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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