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La biblioteca di DarkOver

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da ubik il Lun 4 Apr - 19:42


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Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. D. Lynch

Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da anna il Mar 12 Apr - 19:17



questo è il book trailer di The passage, sul quale a breve Stellaneltempo verrà interrogata


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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da Stellaneltempo il Mar 12 Apr - 19:21



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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da ubik il Mar 12 Apr - 23:41

ebbene, confesso

due anni fa ho letto questo, che dico letto? me lo sono bevuto ...

Whitley Strieber 2012 l'apocalisse

sono solo 320 pagine ma la storia di queste 3 Terre parallele, di cui una abitata da quelli che sulla nostra vengono rappresentati sotto forma di diavoli, mi ha veramente divertito

forse perchè ero in ferie e potevo poltrire tutto il giorno?

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da Lucy Gordon il Mer 13 Apr - 9:46

Stellaneltempo ha scritto:



............allura??? ......dov'è il compito scritto?
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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da Stellaneltempo il Mer 13 Apr - 14:41

Lucy Gordon ha scritto:
Stellaneltempo ha scritto:



............allura??? ......dov'è il compito scritto?

Non ti posso svelare nulla altrimenti ti rovino la suspense...

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da alexcda il Ven 15 Apr - 10:53

Pancaspe ha scritto:L'ombra del vento

Carlos Ruiz Zafòn





Questo romanzo mi ha aspettata a lungo.
Sono felice di essermi fatta desiderare perchè sentire che un libro, con lui i suoi protagonisti, è arrivato al momento giusto è sempre un dolce piacere.

L'ho iniziato ieri sera e finito tre ore fa, quindi devo ancora metabolizzarlo del tutto, intanto mi sono rimaste l'ottima storia (seppur con qualche elemento troppo prevedibile) e l'ottima scrittura.
La cosa che più mi è piaciuta è che mi è sembrato allo stesso tempo un romanzo di formazione e un romanzo storico, e nessuno dei due "tipi" è stato trascurato a favore dell'altro.

ciao panscape

questo romanzo, per me, è stata una grande delusione: un' ambientazione magica, un' idea della storia originale, una scrittura fluida ma non particolarmente buona che si perde man mano nella trama che finisce per sembrare un romanzo d'appendice

concordo sull' interesse dal punto di vista 'storico', e molto mi sono piaciute le immagini di una Barcellona vista in un ottica così particolare
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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da anna il Dom 17 Apr - 20:05

questo istant book , pubblicato dalla Casa editrice Chiarelettere, raccoglie alcuni articoli di Antonio Gramsci, usciti sull’Unità tra il 1917 e il 1918 (un periodo di alta tensione sociale e politica per l’Italia ormai alla fine dell’era giolittiana).
E’ l’Italia della disfatta di Caporetto, degli scioperi per il pane. L’Europa è segnata dalla fine degli Imperi centrali e dalla rivoluzione russa di Lenin.
Nonostante sia passato quasi un secolo, quelle parole di Gramsci mantengono una lucidità, e un’attualità, impressionante.
“Odio gli indifferenti” (pagg. 112, € 7,00) è il titolo che il curatore, David Bidussa studioso del pensiero politico contemporaneo, ha voluto dare al libretto.
proprio allo scorso Sanremo, Luca e Paolo hanno letto un passo, dalla rivista 'La città futura' del 1917, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista.



"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti".

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917


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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da ubik il Lun 18 Apr - 0:37

ubik ha scritto: ... sto leggendo il terzo romanzo breve di Theodore Sturgeon

Qualche goccia del tuo sangue 1961

finito

mi è piaciuto molto, senza svelare la trama mi limiterò a dire che tratta dell'analisi psicologica (in alcuni punti una vera e propria psicoanalisi, senza scomodare troppo Freud ) di una specie di vampiro moderno

confermo che sembra anticipare lo stile di Cormac McCarthy

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da ubik il Lun 18 Apr - 0:40

prosegue il trip della fantascienza Suspect

... ora ho inziato questo ..............

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da anna il Mar 19 Apr - 22:05

visto che ho consigliato il film, consiglio pure il libro da cui è tratto

«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.»

Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
pubblicato postumo nel 1958 da Feltrinelli

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Gattopardo_(romanzo)


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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da Lucy Gordon il Mar 19 Apr - 22:10

Stò venendo leggendo codesto:







quando ci avrò capito qualcosa ve lo recensisco, ma non ci sperate troppo.

Perciò beccateve questo paro paro copiato dal bol.it.......il mio spacciatore abituale di libri e film.


I contenuti

Périgord, Francia, 1899. Durante una passeggiata, due giovani turisti s'imbattono in un'enorme caverna e fanno una scoperta straordinaria. Entusiasti ed emozionati, si recano subito alla locanda del piccolo villaggio di Ruac per informare il proprietario e i clienti. Neanche il tempo di finire il racconto, e i due ragazzi vengono aggrediti e uccisi.
Périgord, oggi. Nel corso della sua lunga carriera di archeologo, Luc Simad non ha mai visto nulla del genere: un complesso di grotte interamente decorate con splendidi dipinti rupestri. E ancor più straordinaria è l'ultima caverna, la decima, dove sono raffigurate persino alcune piante, un soggetto inedito per l'arte preistorica. Ma ciò che sconcerta Simad è il fatto che quella caverna è stata trovata seguendo le indicazioni di un manoscritto del 1307, rinvenuto fortuitamente dopo che un incendio ha distrutto la biblioteca dell'abbazia benedettina di Ruac. Il testo è in gran parte cifrato, ma una cosa è certa: l'autore è un monaco che sostiene di avere duecentoventi anni. Determinato a scoprire il legame tra i disegni preistorici e l'enigmatico manoscritto rimasto nascosto per secoli, Simad dovrà però affrontare la crescente ostilità degli abitanti del paesino, pronti a tutto pur di fermarlo. Perché nessuno deve svelare il segreto della decima stanza: un segreto che ha attraversato la Storia, dall'epoca dei templari fino all'occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale. Ma che affonda le sue radici a 30.000 anni fa.
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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da ubik il Ven 22 Apr - 0:41

Le favole dolciastre di mamma Gelmini
In libreria la prima opera della ministra


L'educazione morale nel volume 'Quando diventerai grande', dedicato alla figlia Emma, nata il 10 aprile del 2010. Bambine ingorde, ragazze furbette, regnanti capricciosi: "Un patrimonio di saggezza e divertimento". Davvero?


Alla libreria Arion di piazza Cavour, proprio in faccia al Palazzaccio della Cassazione, dicono che il libro del ministro non va male. Forse lei, giovane avvocato della provincia lombarda, sognava di svettare un giorno sullo scaffale dei testi giuridici, proprio davanti alla corte delle sentenze senza appello, ma la sorte ha deciso di metterla alla prova sui tavolini bassi dell’area baby col tomo dal titolo “Quando diventerai grande”.

Edizioni Mondadori, 222 pagine dedicate a Emma, la bimba nata il 10 aprile del 2010 e ormai pronta a sentirsi raccontare una bella favola della buona notte. Anche se, a scorrere le fiabe inanellate da Mariastella Gelmini per il suo angioletto, un dubbio sorge spontaneo: sarà il caso di sottoporla a insegnamenti tanto arditi? Il volume, diviso in capitoli tematici con ramanzina iniziale dell’autrice, ha la dichiarata missione di insegnare ai bimbi cosa sia il mondo e come vada – coraggiosamente – affrontato. Esempio limpido è la novella “Zio Lupo”, dove una bimba golosa mangia una padella intera di ciambelle destinate allo zio e si scola pure una bottiglia di vino sostituendo le prelibatezze con cacca di asino (testuale) e acqua di pozzanghera. Nota alcolica a parte, il finale è prevedibile: il parente ungulato s’arrabbia moltissimo e ingoia la poverina in un sol boccone.

Niente happy end, nessun cacciatore nei dintorni che squarci il ventre per liberare l’ingorda, cui spetta un tragico ma giusto destino: “La bambina di Zio Lupo finisce male perché imbroglia per la troppa golosità” spiega la dolce Gelmini nella nota d’accompagno. Consigliando mamme e papà di tenere in braccio i pargoli durante la lettura visto che, “secondo gli esperti”, la paura nelle fiabe esorcizza quella dei piccoli ma è meglio abbracciarli onde prevenire crisi di panico. Pazienza se la figura dello zio ne esce a pezzi: l’educazione morale innanzitutto. E poi, siccome “bisogna dire sempre la verità”, all’infanzia italica interesserà un quadro di riferimento per interpretare il presente-passato-futuro di questo Paese: la miseria abbonda, le mamme mendicano una ciotola di farina, i padri sperano di trovare una pentola di monete d’oro per sfamare la prole, le vecchie tormentano i sonni di allegri paeselli mentre regnanti crudeli e capricciosi ne combinano di tutti i colori.

Tipo quel coronato che cerca moglie e la sottopone a tranelli mirabolanti. Lei supera la prova per sentirsi dire: “Brava Caterina, sei davvero la ragazza che stavo cercando! Ora ti sposo e diventi regina, ma a una condizione: non dovrai intrometterti mai negli affari di governo”. Reazione saggia e doverosa della fanciulla: “Lei accettò felice e sposò il re”, salvo dimostrarsi così furba da costringerlo in seguito a non prendere “mai decisioni senza prima consultare la moglie”.

Nelle trentatrè fiabe, raccolte tra le più popolari da nord a sud consacrando così i 150 anni dell’Unità d’Italia, alle donne tocca alternativamente il ruolo di ficcanaso, pettegola, poveraccia, racchia, dispettosa e/o signorina da maritare. “Un patrimonio comune di saggezza e divertimento” sorride mamma Gelmini presentando l’opera, che di certo rivivifica l’armamentario più arcaico della narrazione fiabesca contadina e vagamente truce.

Un ruvido mondo di emozioni primarie dove l’arte di arrangiarsi regna sovrana. Basti la storiella del cuoco Chichibio, nobilmente ispirata al Decamerone. Mentre il giovanotto sta preparando una succulenta gru nel castello di re Corrado, passa dalle cucine una certa Brunetta che vuole assaggiarne un pezzo a tutti i costi. Lui si oppone fermamente: quello è cibo per il re. Ma “Brunetta, furba, insistette dicendo a Chichibio che, se non le avesse dato una coscia della gru, lei non lo avrebbe più salutato”. Capita l’antifona, Chichibio le dona una coscia, e poi si mette a raccontare un sacco di fandonie al capo per trovare una valida giustificazione, riuscendo infine a spuntarla causa estrema simpatia nell’inventare balle.
La lezione è semplicissima per Emma e tutte le amiche all’ascolto: le donne sono insaziabili e portano guai, i maschi cedono alle tentazioni e per salvare il salvabile la buttano sul ridere. Fine della storiella.

da Il Fatto Quotidiano del 21 aprile 2011

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da ubik il Dom 1 Mag - 1:56

... Catalogo ACME

oggi ho acquistato questo, vendono tanti articoli interessanti

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Re: La biblioteca di DarkOver

Messaggio Da anna il Mar 3 Mag - 22:18

Pippo Fava, il coraggio di vivere
Esce oggi in libreria "Mentre l'orchestrina suonava 'Gelosia'" in cui il giornalista Antonio Roccuzzo rievoca la figura del suo maestro, ucciso dalla mafia nel centro di Catania nel 1984. Ne proponiamo un'anticipazione


Spoiler:
«Buongiorno, direttore. Si ricorda di me? Vorrei fare il giornalista». La telefonata iniziò proprio così. Nel più scontato dei modi.
«Portami qualcosa che hai scritto» aveva detto Pippo Fava tagliando corto, come si fa sempre con i principianti. Quello appena passato, il 1979, era stato l’anno dedicato dall’Onu all’infanzia. Il tema mi sembrava d’attualità. Nei due giorni successivi alla mia imbarazzata telefonata avevo scritto un pezzo, anzi un’arringa, sull’infanzia abbandonata, sfogliando qualche libro e consultando statistiche sulla fame nel mondo e sullo sfruttamento del lavoro minorile nel Sud d’Italia.
Il mio amico Sergio stava per laurearsi in psicologia e faceva il volontario al brefotrofio della città. «Trecento bambini abbandonati, senza assistenza, sbattuti in uno stanzone bianco per ore…» mi aveva raccontato. Così avevo riempito quattro facciate, dattiloscritte in spazio 1, fitte di commenti sul pericolo che l’umanità dimenticasse la parte più indifesa di se stessa. Poi ero andato al giornale, di lì a poco la mia prima redazione.

Era il 2 marzo 1980, per l’esattezza. Avevo ventuno anni e, in quei mesi, mio padre stava morendo di tumore. Stringevo in mano il pezzo che Fava mi aveva chiesto. Mi ero fatto annunciare dalla segretaria del direttore di quel quotidiano non ancora nato, ma con i corridoi già affollati di miei coetanei. L’attesa era durata una decina di minuti. (…)
Dieci giorni dopo l’esordio del «Giornale del Sud», mio padre morì. Quella notte ero tornato a casa tardissimo; all’inizio si facevano sempre le due o le tre per confezionare il giornale in tipografia. Appena socchiusa adagio la porta di casa, sentii il fischio di mio padre morente, un segno convenzionale tra noi.
«Come stai? Ancora sveglio?»«Bene, bene. E al giornale? E Pippo Fava, come sta?» Era ormai cieco, ma lucido. Fino alla fine. (…)

Non aveva ancora sessant’anni. Aveva cominciato a stare male un anno prima. La città lo aveva stritolato. Le barzellette non erano bastate a rendergli la vita felice. Lui aveva continuato a raccontarle anche ai funzionari di una cassa artigiana e rurale della quale era notaio da vent’anni. Un funzionario di quella cassa, tra una risata e l’altra, gli aveva fatto firmare alcuni certificati a falsi o inesistenti artigiani. E così era finito per un mese in carcere per falso in atto pubblico, per aver raccontato barzellette vere mentre firmava atti che non sapeva falsi. Lo scandalo aveva fatto rumore. Il notaio più simpatico e onesto della città era stato sbattuto in prima pagina accanto a politici e funzionari corrotti ideatori della truffa. La sua vita era finita in quel momento, travolta da una città di cui non si era accorto, camminandovi dentro sorridente e inconsapevole: come un cieco sul ciglio di un burrone. (…)

La mattina dopo la sua morte, Fava scrisse di lui sul giornale, del suo sorriso bambino, della sua onestà e simpatia. Quasi l’epitaffio di una città morente. Tornai al lavoro dopo qualche giorno, e Fava, paterno ma sbrigativo, disse: «Mettiti sotto! Ora hai un motivo in più per iniziare a fare bene e fino in fondo questo mestiere. Mi dispiace…». Poi, mentre uscivo dalla sua stanza, comunicò: «A proposito, da domani passi alla cronaca nera». La stanzetta della cronaca nera era affollata da ragazzi: meno di cento anni in quattro, sedici ore in movimento su ventiquattro. L’inizio di un’avventura. A metà luglio, in piena festa della Madonna del Carmine, fu ucciso un uomo.

Mentre l’orchestrina suonava “Gelosia”… titolò pomposamente il «Giornale del Sud». La cronaca era firmata da me, ma interamente riscritta dal direttore. In piazza Bovio, centro storico, poco dopo l’omicidio, c’era ancora un sacco di gente. Un tempo quella era la festa dei catanesi, l’inizio della stagione balneare, l’occasione per fare scalzi – ricchi e poveri, buoni e cattivi, mafiosi e onesti – il pellegrinaggio con il cero in mano. Quell’anno ci fu il delitto. Due giovani s’inseguirono in piena festa, si presero a schiaffi e a pugni, litigando si gettarono nella fontana intorno alla quale la gente passeggiava. Poi, uno dei due tirò fuori la pistola dalla giacca e sparò. Per gelosia, per una donna.
«Non c’era orchestrina…» mi ribellai di fronte alla sfrondatura del pezzo e al titolo scelto dal direttore. «C’era solo una cassetta di musica napoletana sparata a mille watt.»
«È più efficace così» obbiettò Fava sorridendo. Fu la mia prima cronaca di un omicidio. (…)

Pippo Fava, da adulto, aveva assunto uno stile sempre più guascone: il volto solcato da profonde rughe, la barba folta, il sorriso acuto e sfottente. Più Cyrano de Bergerac che don Chisciotte de la Mancha. Moralista, orgoglioso e testardo, i suoi affondi letterari erano carichi di aggettivi ma toccavano direttamente l’obiettivo. Non si batteva mai contro «mulini a vento», ma contro potenti in carne e ossa da smascherare con le parole. Faceva nomi e cognomi, senza peli sulla lingua, usando spesso la letteratura e il teatro piuttosto che l’inchiesta giornalistica e le statistiche. Durante i primi vent’anni di carriera, Fava aveva intervistato tutti i personaggi della vita politica, tutti i protagonisti della cronaca in Sicilia. A partire dal 1965 aveva fatto numerosi scoop per il «Tempo Illustrato», settimanale d’inchiesta nel quale si andavano consolidando una generazione di grandi firme del giornalismo e alcuni tra i più originali scrittori italiani dell’epoca, a partire da Pier Paolo Pasolini.

Una foto degli anni Sessanta ritrae un Fava poco meno che quarantenne seduto nel salotto dell’anziano boss mafioso di Mussomeli, Giuseppe Genco Russo, durante un’intervista esclusiva. Quel vecchio boss, mafioso ormai «in pensione» e con la pipa in bocca, gli aveva consegnato un memoriale che iniziava così: «Mi chiamo Giuseppe Genco Russo e sono stato il capo della mafia…». Attraverso la cronaca, Fava aveva imparato a conoscere gli uomini. E ogni suo gesto, anche privato, era una piccola, dolce provocazione nei confronti del contesto.

Lo stivaletto nero, i blue-jeans, il borsello, il giubbotto di pelle comprato a Roma, la sua faccia scavata, le radici della commedia e della tragedia greca sempre presenti nelle sue cronache. L’inquietudine e la curiosità lo spingevano a non accontentarsi mai e a cercare sempre nuovi progetti da realizzare. Era un uomo che conosceva il mondo, ma non smetteva mai di rivendicare la sua identità abbarbicata nella provincia italiana. Fava aveva saccheggiato ogni angolo della cronaca siciliana: «Dietro ogni notizia, miserabile o istituzionale, bella o brutta, c’è sempre la storia di un uomo» diceva. Teorizzava la cronaca come racconto. Alla fine degli anni Settanta aveva iniziato a disegnare i cattivi locali (politici, imprenditori, mafiosi) come tanti Mackie Messer, banditi grotteschi e sfacciati, senza ironia e senza pudore. Mai eroi. Era un uomo pignolo e scanzonato, con le debolezze e le fissazioni di ogni siciliano: i grandi piatti di spaghetti con salsa, basilico, ricotta salata e melanzane, una buona nuotata, la passeggiata sul corso di Taormina. Il sole. Le donne. Il sesso. I sogni realizzati un attimo dopo averli fatti. L’instancabile voglia di raccontare e raccontarsi. La voglia di ridere e di dissacrare i potenti. Aveva la sfrontatezza e l’allegria di un ventenne. Giocava a calcio, preso in giro dagli amici: grande stratega e teorico negli spogliatoi, in campo era un disastro, ma non lo avrebbe mai ammesso. Si appassionava alla competizione sportiva, senza violenza, per misurarsi con gli altri.

Voleva vincere. Non metteva mai in preventivo la sconfitta e, proprio per questo, non era, né sarebbe mai stato, un eroe retorico. Gli piaceva troppo vivere e per questa semplice ragione credo che non avesse mai pensato di poter diventare – un giorno – lui stesso un simbolo o un eroe: è solo che non immaginava di vivere e fare il suo mestiere di cronista in un modo diverso. Aveva paura di invecchiare e amava troppo la vita, anche le piccole debolezze che te la fanno goderee alle quali non avrebbe mai rinunciato.

Negli anni Sessanta e in quelli del movimento sessantottino era stato la penna più brillante e irriverente dei paludati giornali ufficiali di Catania, «la Sicilia» e «Espresso sera», che i gruppi della contestazione studentesca definivano con sommo disprezzo «fogli scelbiani». All’inizio degli anni Ottanta e alla fine della sua evoluzione professionale, Fava diventò il punto di riferimento per un irriguardoso gruppetto di cronisti ventenni, e dunque senza esperienza. A tutti, confessando il suo irrequieto bisogno di novità, diceva: «I miei amici ora sono loro». Parlava con orgoglio. E si ribellava così alla colpevole immobilità della sua città, al modo di essere di colleghi e amici suoi coetanei. In fondo, continuava a essere il ragazzo battagliero e ottimista che più di trent’anni prima aveva iniziato a stupirsi, raccontando il mondo visto da Catania.

di Antonio Roccuzzo

Il Fatto Quotidiano

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