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Music Press

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Re: Music Press

Messaggio Da ubik il Ven 28 Feb - 19:48

Gigi D'Alessio primo in chart Billboard

Categoria World Music, dal 20 marzo riparte l'Ora Tour 2014

(ANSA) - ROMA, 28 FEB - Gigi D'Alessio, con il suo ultimo disco Ora, uscito lo scorso 19 novembre, ha raggiunto il primo posto nella World Music Chart di Billboard (dati Nielsen), classifica settimanale dell'influente magazine musicale americano. Il cantante napoletano precede nella classifica della sezione "World Music" l'album Emmaar della band maliana dei Tinariwen e Thinking of Home del giovane tenore irlandese Paul Byrom. Il 20 marzo, D'Alessio riprenderà il tour italiano da Roma.

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Re: Music Press

Messaggio Da anna il Ven 28 Feb - 21:15

      Suspect

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L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù. Gino Strada

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Re: Music Press

Messaggio Da anna il Sab 15 Mar - 20:08

  non so dove metterlo   

Spoiler:


Questa è la 1ª data del SIAMO ITALIANI TOUR 2014 
Sarebbe da condividere per tutto facebook.
Parte proprio da un bellissimo posto, guardate le foto.
Giulianova in provincia Teramo in Abruzzo.

Se arriviamo presto e c'è il sole, voglio passare 1 ora al mare e sarebbe anche il primo mare dell'anno.
Ringrazio con tutto il cuore il comitato feste per avermi scelto, grazie anche al nostro prezzo anticrisi che dal 2005, è rimasto invariato. Il Siamo Italiani Tour, è il concerto che vuole la gente, è una grande festa con tanti spunti di riflessione e molto divertimento e ironia. Io amo gli italiani e l'Italia e vorrei che questa nazione ritornasse ad essere l'Italia del lavoro e la prima potenza europea. "Noi siamo quelli che prendono i pugni ma tanto non cadono." Al 22 aprile. *Il concerto verrà registrato e messo su una chiavetta USB 
  

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Re: Music Press

Messaggio Da ubik il Mar 5 Ago - 21:41



 Suspect  Suspect  Suspect  Suspect  Suspect  Suspect  Suspect  Suspect  Suspect  Suspect ...

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Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. D. Lynch

Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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Re: Music Press

Messaggio Da Bellaprincipessa il Mer 6 Ago - 9:50

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Re: Music Press

Messaggio Da anna il Mer 6 Ago - 10:08

E Conchita, e Boy George        ve l'ho detto, secondo me sta reclutando star per il suo programma in Rai        

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Re: Music Press

Messaggio Da anna il Lun 19 Gen - 20:44

Hozier, intervista: "'Take me to church', un canto mistico sull'amore fisico"

Hozier ti guarda dall’alto in basso, letteralmente. È alto quasi due metri e oggi indossa cappotto e pantaloni neri, e poi t-shirt, camicia e felpa grigie. Ai piedi calza stivaletti da aviatore. È un gigante esile, e buono. Reduce dall’esibizione ieri sera a ‘Quelli che il calcio’, il cantautore irlandese è a Milano per presentare l’omonimo album d’esordio lanciato da “Take me to church”. La canzone più suonata al mondo su Spotify nel 2014, doppio platino e numero uno in Italia, è stata lanciata da un video di grande effetto – roba da 75 milioni di visualizzazioni – in cui il tema libertario è calato nel contesto della Russia omofoba di Putin. Il canto vibrante, i cori gospel, l’atmosfera apocalittica e un tocco di rock anni ’70 hanno conquistato il mondo e ora il nome di Andrew Hozier-Byrne è sulla bocca di tutti. Lo sarà ancora di più se l’ex studente del Trinity College di Dublino, che ha mollato gli studi per dedicarsi all’attività di cantautore, vincerà uno dei premi per i quali è nominato, il Grammy per la canzone dell’anno e il Brit come migliore artista internazionale. “Mi ero fatto tutto un altro piano”, dice lui. “Immaginavo un debutto di quelli che pochi ascoltano, poi una crescita lenta e infine un po’ successo, magari al terzo album. E invece…”.

E invece grazie a “Take me to church” Hozier, 24 anni, è diventato un simbolo transnazionale di libertà sessuale. “È eccitante e surreale, specie se pensi che ho registrato il pezzo nella mansarda di casa, alle due di notte. La versione finale è stata rimaneggiata in studio a Dublino, ma la traccia vocale è quella originale. Incredibile che in classifica ci sia spazio per una canzone così”. Se il video affronta di petto il tema dell’omofobia, la canzone muove una critica molto più ampia a qualunque istituzione – tipicamente la Chiesa cattolica, così presente nella vita pubblica irlandese – che pretende di regolare l’esistenza privata degli individui. “Innalzo l’amore fisico a livello di adorazione mistica: l’amante come una fede. Al posto di idolatrare ciò che non vedo rivolgo la mia devozione a qualcosa di molto tangibile”. Per raccontarlo, Hozier utilizza il potere evocativo del gospel. Ispirata agli scritti di Christopher Hitchens e alla poesia di metà Cinquecento ‘Chorus Sacerdotum’ di Fulke Greville, “Take me to church” è un’affermazione di laicità camuffata da inno religioso. “Una cosa sono le religioni organizzate”, commenta, “un’altra la fede individuale. Io ho fede in qualcosa, ma ci sono misteri che l’uomo non può svelare e a me va bene così. Il concetto stesso di peccato è un modo per controllare la condotta delle persone”. Di Papa Francesco loda la celebre frase “Chi sono io per giudicare?”, pronunciata a proposito dell’omosessualità, ma per esprimersi sul Pontefice aspetta risultati concreti: “Dove finiscono le pubbliche relazioni e dove inizia lo sforzo per cambiare la dottrina? Io ancora non ho visto cambiamenti di politica circa l’omosessualità, la presenza delle donne nella Chiesa, la contraccezione”.
Se cominciate a seguire Hozier su Twitter, il sistema vi suggerirà gli account di Sam Smith e dei Bastille. Vogue ha paragonato “Take me to church” a “Somebody that I used to know” di Gotye. È facile scambiare l’irlandese per l’ultima sensazione pop. E invece dietro al successo di “Take me to church” c’è un cantautore che ha un album solido. Prodotto da Rob Kirwan, è arrivato al numero due in America e al cinque nel Regno Unito; in Irlanda è giunto in vetta relegando al secondo posto gli U2. Eppure i gusti di Hozier sono estranei a questo tempo: adora i bluesman del Delta del Mississippi, quelli che negli anni ’30 cantavano storie d’indicibile sofferenza accompagnandosi con una chitarra e sfregando le corde con la lama d’un coltello. “Adoro le registrazioni sul campo di Alan Lomax, e poi Nina Simone, Billie Holiday, Tom Waits. Quando mi sono ritrovato a registrare ho cercato di riprodurre il feeling che sento dai vecchi dischi blues, rhythm & blues, soul, gospel, spiritual”. E infatti, quando gli si chiede qual è la cosa migliore che gli è accaduta grazie al successo, non ha dubbi: “Suonare al festival di Newport, dove s’è fatta la storia della musica americana. Un’istituzione. Ho imparato a suonare la chitarra con la musica di chi è passato di lì, Mississippi John Hurt, Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Skip James e ovviamente Bob Dylan. È un posto sacro”.

L’influenza della tradizione folk e blues americana si riverbera nei testi. “Hozier” è il disco di un cantautore alla ricerca della propria anima. S’interroga su religione, peccato, relazioni, morte. In una canzone titolata “From Eden” appare persino il Diavolo in carne e ossa. “Credo che in parte sia dovuto all’amore per il blues, dove il Demonio è una presenza molto concreta. E poi mi piace il modo in cui il gospel racconta la morte: non un’esperienza terrificante, ma un ritorno a casa. In parte deriva dalle radici irlandesi. Lì la Chiesa cattolica incombe e questi temi sono nell’aria, che tu lo voglia o meno. Per dire, nella lingua secolare irlandese ‘addio’ si dice ‘dia dhuit’, che significa ‘che Dio sia con te’. Quando sei bambino ti ficcano in testa l’idea che Dio ti sta guardando e perciò cresci con la sensazione inquietante di non essere mai solo. C’è come una seconda voce nella tua testa. Ecco perché amo riflettere sulla natura di Dio”. Un’altra influenza determinante è il “Ritratto dell’artista da giovane” di James Joyce. “Come il protagonista Dedalus, cerco di trovare me stesso. Ed essendo irlandese, vedo le cose della vita in modo tetro e al contempo umoristico”.


guarda l'intera gallery!
Pur essendo autore e interprete della canzone più suonata nel 2014 su Spotify, Hozier non ha idea di quanto ha guadagnato grazie alla piattaforma. “Posso dirti però che è stato uno strumento formidabile per farmi conoscere. Non avrei avuto tanto successo senza di essa. I conti li farò poi”. Spera di venire a suonare in Italia in estate, loda la potenza dei social media (“Chiunque può agire come giornalista e fare un report su una situazione di crisi”), ma odia la cultura del selfie. Ribadisce che “è fondamentale scrivere in modo onesto di quel che si prova” e dice che gli piacerebbe collaborare con Tom Waits, Lisa Hannigan, St. Vincent, Feist, Bon Iver o James Blake. Vorrebbe che l’etichetta doom soul coniata da Cold Specks fosse applicata anche alla sua musica. Attualmente va forte indie gospel, e va bene così. Infine, spiega il significato del passaggio di “To be alone” in cui canta di inni alla cultura dello stupro. “Pensavo a ‘Blurred lines’ di Robin Thicke. Mi chiedevo: quante canzoni come quella normalizzano una cosa orrenda come l’aggressività sessuale ed entrano nella coscienza collettiva?”. Anche Hozier è entrato nella coscienza collettiva. Gli è bastata una canzone. Il problema, ora, è come restarci. “Sinora mi sono fidato del mio istinto e mi è andata bene. Continuo così”.

(Claudio Todesco)

rockol

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Re: Music Press

Messaggio Da Bellaprincipessa il Mar 20 Gen - 9:22

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Re: Music Press

Messaggio Da ubik il Lun 23 Nov - 23:14

LOREDANA BERTÉ A 65 ANNI SFORNA LA SUA AUTOBIOGRAFIA, CON MALCOM PAGANI: ''DEVO PARLARE ADESSO CHE SONO ANCORA VIVA. UN LIBRO SINCERO, SBOCCATO, TRISTE E BUFFO''

Dire la verità, ad alta voce e a ogni costo, è stata l’attività che, con la musica, si è spartita l’intera vita di Loredana Bertè. Un concerto e una spiegazione, un’apparizione Tv e un chiarimento, un disco e una dichiarazione. Di mezzo, qualche amore, da cantare e spiegare pure lui. E anche adesso che ha 65 anni – «ci ho l’età del Festival di Sanremo. Ogni anno, quando comincia, e dicono a che edizione siamo arrivati, mi gira il cazzo» – non è cambiato niente: ha in uscita un disco (pieno di collaborazioni eccellenti e femminili) e dice «la verità delle verità» in un’autobiografia che si intitola Traslocando (l’ha scritta con Malcom Pagani e la pubblica Rizzoli).

Il sottotitolo – È andata così – non si sa se leggerlo accompagnandolo con un’alzata di spalle e un sospiro oppure come un’affermazione che non prevede repliche. Ma più la seconda, direi.

All Star, tuta di acetato e cappellino in testa a nascondere chiome azzurre e nere – «tocca, non ho le extension, sono capelli miei» – Loredana Bertè sembra aver trovato un filo di serenità in un mondo tutto di donne, da Fiorella Mannoia, amica e produttrice dell’album, alla sua agente Francesca che con ferocia la protegge da tutti quelli – e non sono pochi – che hanno sfruttato il suo malessere degli ultimi anni per uno zero virgola qualcosa di share, per strappare qualche risata velata d’imbarazzo.

Un’autobiografia: decisione impegnativa.
«Ho sentito che dovevo raccontare le cose io, adesso che sono ancora viva. Non volevo che qualcuno pensasse di poter parlare della mia vita con me morta, e quindi per forza zitta. Era da tanto che ci pensavo a questo libro, lo immaginavo così, con dentro tutto: dalla mia infanzia alla tragedia di Mimì. E poi la commedia di quello che è stato, perché bisogna dire che mi sono successe anche cose buffe e strane. Insomma ho raccontato ogni cosa: forse sono stata un po’ cruda, sboccata, ma è la mia voce quella, non mi piacciono le infiocchettature. A me piace Bukowski, mi piace Kerouac. E Michele Serra».

Che effetto le ha fatto mettere insieme i ricordi?
«Un po’ mi ha fatto male, specialmente ripensare a due momenti: la morte di mia sorella e gli anni in cui eravamo bambine. Per Mimì l’infanzia era un buco nero: non ricordava niente. Io invece tutto».

A volte scrivere guarisce un po’: è stato così anche per lei?
«È come se fossi andata dall’analista. Ricordare ha aperto la strada ad altri ricordi, cose che mi sono venute in mente dopo, quando il libro era già in stampa. Cose forse importanti solo per me, come il mio soprannome di bambina: Lola».

E insomma è stata meglio?
«Raccontare mi ha dato la stessa sensazione che provo a fine concerto: sono sfinita, ma mi sono sfogata. È per quella sensazione che sono stata sempre in tournée, ho fatto la vita di un pacco postale, di una monaca: sola nelle stanze d’albergo, pure belle eh, ma che me frega. Una vita complicata, ma di cui non ho saputo fare a meno. Anche a costo dei matrimoni».

I suoi due matrimoni sono finiti per colpa della sua carriera?
«Sicuramente, soprattutto quello con Borg. All’inizio lo portavo con me, ma non sapevo mai dove metterlo. A ogni tappa della tournée il sindaco di turno voleva dargli le chiavi della città e a lui di tutte quelle chiavi non gliene fregava niente. Dopo una serata a Forte dei Marmi mi ha detto “Basta, sali su quell’aereo”, mi ha caricata sul suo jet e portata in Svezia. Aveva fatto quello che nessuno aveva mai osato fare con me: dominarmi. Pensavo: finalmente uno che ha capito, questo deve essere il padre dei miei figli».

In realtà la sua vita in Svezia non sarà così splendente.
«Diceva: “Sei mia moglie, non devi lavorare”. Mi teneva reclusa in casa perché era ossessionato dall’idea che i giornalisti potessero scrivere di noi. Un giorno, mentre vivevo a Stoccolma, gli ho chiesto dov’era un parrucchiere perché dovevo farmi la ceretta. Mi ha risposto: “Non ci vai, la gente poi parla”. E ha mandato l’aereo privato a Milano a prelevare la mia estetista. Un pazzo. E comunque poi nemmeno i figli abbiamo fatto».

È un grande rimpianto?
«Enorme. Sua madre diceva che i figli di Björn avrebbero dovuto avere sangue 100 per cento svedese, quindi io non potevo esserne la madre. Allora pensavo ancora che i figli si fanno in due e non l’ho mai imbrogliato, ho sempre preso la pillola. Ne avrei voluti quattro o cinque di bambini suoi. Lui ne aveva già uno, Robin (avuto da una relazione con la modella svedese Jannike Björling, ndr). L’ho cresciuto dai due ai sette anni, ci volevamo bene. Gli portavo i cartoni animati di Qui Quo Qua, gli piacevano tanto».

Lei racconta che Borg aveva una grave dipendenza dalla cocaina: pensa che sarebbe stato comunque un buon padre per i suoi figli?
«Con Robin lo era, quindi sì, penso sarebbe stato un bravo papà. Quando c’era il bambino era in un modo, poi quando lui tornava dalla madre diventava un altro. Nelle settimane senza Robin viaggiavamo coi reali di Svezia e i giornali scrivevano che ero una burina. Diciamo che non ero ligia al protocollo: alle cene spostavo i segnaposto per stare vicino a mio marito, facevo domande imbarazzanti. Erano momenti divertenti in mezzo a una vita impossibile con Björn. Quando una volta – eravamo in America – per fare “qualcosa di diverso” ha ordinato per telefono due troie come fossero due hamburger, ho capito che era proprio finita».

L’ha usata anche lei la coca?
«Sì, a un certo punto ho pensato che era una cosa che dovevo condividere con lui. L’ho presa per tutti gli ultimi due anni del nostro matrimonio. Ma l’ho odiata perché a me non faceva niente e a lui lo rendeva impotente».

Dopo Borg ha amato qualcun altro?
«No. Purtroppo la fine della nostra storia ha coinciso con la morte di Mimì, e io non mi sono mai più ripresa. Non è vero che il tempo cancella: è sempre ieri. Lei prima di morire mi ha telefonato e io non ho risposto. Poco prima aveva anche insistito per regalarmi un cellulare “così ti trovo”, diceva, ma io non l’ho voluto. Mi sono punita per questi errori che avrebbero potuto salvarle la vita».

In che modo si è punita?
«Mi sono chiesta: quali sono le cose che mi piacciono di più? Viaggiare e amare. Ho smesso di fare entrambe. Ho smesso di amare anche me stessa, e non ho più ricominciato. Per tre anni sono rimasta in casa a guardare il soffitto. Adesso aspetto solo che quello stronzo di mio padre muoia per prendere le ceneri di Mimì e spargerle nel mare di Bagnara Calabra».

Le pagine sull’infanzia e sui genitori sono le più dure di tutta la sua storia.
«Sono una merda. Era una vita d’inferno, senza la più piccola allegria, nemmeno gli auguri al compleanno. Tutte stelle mancanti. Nostro padre era un violento che massacrava di botte nostra madre, anche quando era incinta; uno che ha buttato mia sorella dal balcone per un brutto voto a scuola, e che, quando mamma non gliela dava, veniva in camera di noi bambine a masturbarsi guardando Mimì. Lei lo sentiva arrivare e mi diceva: chiudi gli occhi, fai finta di dormire. Io guardavo attraverso le ciglia e vedevo una cosa che non capivo: cosa facesse quest’uomo fermo ai piedi del mio letto, girato verso mia sorella. Mimì mi ha spiegato tutto dopo molto tempo».

Non avete mai pensato di parlarne con qualcuno?
«No. E non sapevamo a chi dirlo, a quel tempo mica c’era il Telefono Azzurro. Parlarne a nostra madre, comunque, era escluso: avevamo paura che non ci credesse, che lo dicesse a lui, e di essere picchiate».

Secondo voi lei sapeva?
«No, non sapeva. Ma non si è mai neanche chiesta niente dei giri notturni che faceva suo marito».

Quando siete diventate grandi lei e Mimì ne avete più parlato?
«Mai, basta. Lei aveva rimosso tutto, non solo quell’abuso sessuale, ma anche le botte. Io invece mi ricordo le mattonelle del bagno rosse di sangue, mia madre incinta di otto mesi accasciata perché lui l’aveva presa a calci. Quel bambino che lei ha abortito era il maschio che tanto desiderava mio padre».

Come mai sua madre non si è mai ribellata?
«Allora non si poteva, e poi lei si era sposata a 15 anni. Era una donna di una bellezza incredibile, ma totalmente incapace».

Bella, anzi bellissima, lo è stata anche lei. Che rapporto ha con lo specchio ora?
«Invecchiare ti rode, sempre. A me sono venute le tette grosse, non mi si chiudono più i giubbini, e vorrei ridurle, ma non trovo un medico che me lo voglia fare. E poi voglio sistemare questo labbro, dentro cui mi hanno messo qualcosa che non va via: devo tagliarlo per farlo tornare come era prima».

Nel suo libro cita, tra le tante persone con cui ha chiuso i rapporti, anche Renato Zero, suo amico da sempre.
«Più che amico, un fratello per 50 anni. Ma mi ha fatta incazza’».

Nella sua vita non esiste il perdono.
«No».

E il lasciar andare le cose?
«Nemmeno».

Come si immagina nel futuro?
«Spero di invecchiare bene senza fare cagate, tipo lifting che ti rendono irriconoscibile».

Pensavo invecchiare bene interiormente.
«Pure».

Cosa le dà pace?
«La musica».

E felicità?
«Niente».

fonte

Suspect  chi saranno le cantanti che partecipano al suo nuovo disco?

una potrebbe essere la Mannoia che l'ha coprodotto   un'altra la Patty, dato che stanno girando in rete delle foto che hanno fatto insieme   chi altra?    

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Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. D. Lynch

Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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Re: Music Press

Messaggio Da ubik il Lun 23 Nov - 23:28

MORGAN, UN MATTO DA SLEGARE - DAI BLUVERTIGO AD ASIA ARGENTO, LA CADUTA E LA RINASCITA CON ‘X FACTOR’: “IL PERIODO PIÙ BELLO? CON SIMONA VENTURA E MARA MAIONCHI. ERA UN FAR WEST - CON BATTIATO DA MCDONALD’S

Un uomo ben vestito con un cappellaccio nero da contadino entra di fretta in un bar. In mano ha uno skateboard blu. È Marco Castoldi, in arte Morgan, classe 1972. «Vuoi venire a vedere come funziona? È uno di quelli di nuova generazione». Sale sullo skateboard e con una serie di movimenti di rotazione del bacino e del busto corre veloce sul marciapiede.

Siamo a Monza, in un bar a poche centinaia di metri da casa sua. Tranquillità di una periferia: cielo grigio da copione autunnale lombardo, cemento, un bar come un altro, che niente ha di trendy. Non è il posto dove ti aspetteresti di trovare un personaggio che tutta l’Italia conosce, uno di quelli che “vanno in tv”. È subito un fiume in piena.

«Stamattina ero in questo paesino in Puglia e sono passato davanti a una chiesa. Ho deciso di confessarmi. Era la prima volta da vent’anni». Mentre racconta, improvvisa arriva la fame: una pizza, presto! «C’era quest’uomo in mezzo alla chiesa che leggeva. Gli ho chiesto: sei il prete? Si è messo una stola, mi ha messo una mano in testa ed è rimasto così per un bel po’: doveva finire di leggere il Vangelo di Giovanni. Ma non andiamo nel confessionale? “No. Dimmi i peccati, anche quelli involontari”.

Gli ho detto che sono sempre stato ferventemente ateo ma che in questo momento sento il bisogno di un riavvicinamento alla spiritualità e che pur non credendo ho sempre sofferto per la figura di Cristo perché era stato ingiustamente punito. Mi ha interrotto e mi ha detto: ”Questo è un buon pensiero. Tu vuoi sollevare Cristo: fallo dentro di te ogni volta che senti nascere qualcosa che non è buono”. Ha colto il mio bisogno».

Ma l’assoluzione poi è arrivata?
«Un’Ave Maria, l’abbiamo detta insieme e io ho anche sbagliato l’inizio».

Molta acqua è passata sotto i ponti da quando con i Bluvertigo cantavate L’eretico e litigaste con Monsignor Tonini da Red Ronnie…
«Tonini era un uomo coltissimo, incaricato della comunicazione presso i giovani: lui ha avuto decisamente la meglio. Citava Foucault, un espediente massimo di retorica: usare l’argomento che avrei dovuto usare io, contro di me, l’avversario. Non avevo speranza».

I Bluvertigo hanno sempre citato riferimenti esoterici. Non a caso i loro primi tre album si intitolano rispettivamente Acidi e basi, Metallo non metallo e Zero e compongono quella che loro stessi definivano come una “trilogia alchemica”.
«La spiritualità è qualcosa di magico, il materialista non la può comprendere ma se la si accoglie è ispirante. C’è un momento, dice Bertrand Russell, in cui finisce la conoscenza e inizia la fede: se quest’ultima ti è stata inculcata ne sei schiavo ma se è una libera scoperta allora può coesistere».

La pizza è arrivata: non è niente di che ma invece Morgan inizia a sbocconcellarla con un certo piacere.
«Anche la musica è un mistero. Partiamo dalla classica che dopo tanto tempo sono ritornato ad affrontare: sto per far uscire il primo volume de Il classico Morgan — Morgan suona Bach, Volume I, Le suite inglesi. La reinterpreto in un modo che al conservatorio non avrei mai potuto: il Preludio per esempio è un sirtaki, l’Allemanda una bossanova, la Bourrée è techno!». Con grande fiducia dal momento che si tratta di un inedito, prende un disco dalla borsa e me lo porge. «Ascoltalo: è l’unica copia. Poi mi dirai».

Ma a che età Morgan ha incominciato con la musica?
«A due anni quando mia mamma metteva su un disco smettevo di piangere. A sei anni la prima chitarra, ma non ho imparato subito perché ero mancino. Bisogna tener duro nonostante le delusioni, è faticoso ma i premi sono grandi: si diventa persone realizzate. La conoscenza armonica è importante: molti dei nostri musicisti sanno fare solo quattro accordi e magari pure banali».

Non bisogna aver paura di essere diversi.
«Pensa che da piccolo io parlavo in via quasi esclusiva con un ragazzo sordomuto: mi hanno portato all’ospedale per fare dei controlli. Risultato: forse ero problematico, ma avevo anche un quoziente intellettivo superiore alla media».

Il suo papà ha messo fine alla sua vita quando era giovane.
«Già. Anche lui era problematico. Però molto buono. Io avevo sedici anni e mia sorella Roberta diciassette: un’età del cazzo perché quello è proprio il momento in cui la mamma smette di essere affascinante e scopri il papà. Come dice Luigi Zoja ne Il gesto di Ettore, la mamma porta il figlio dentro di sé ma il papà lo butta nel mondo. Ecco, nostro papà è venuto a mancare proprio nel momento in cui serviva».

Stappa una lattina di Coca Cola. «Devo fumare una sigaretta. Andiamo fuori». Usciti, Morgan confida: «Non ti nego una cosa: sono distrutto. Devo andare a casa, dormire, farmi una doccia. Vediamoci domani». Parto, dico, e poi abbiamo quasi finito. Andiamo a casa tua. «No, no, no, non è presentabile. Domani. Oppure vengo io a Roma, da Massimo Ranieri con cui devo fare una trasmissione: colgo l’occasione».

Rientriamo. Morgan si dimentica di essere stanco. «Io sarò un po’ disordinato ma sono uno stakanovista, non seguo i ritmi comuni. Poi però magari vado in certi ambienti e non hanno uno straccio di idea».

Cosa è successo a X Factor? È stata una sorta di estromissione?
«Hanno avuto paura della verità. Non sono una persona che indora le pillole e questo non piace. Però sono nel Guinness dei primati come il più grande vincitore di talent show al mondo. Ne ho vinti cinque su sette e gli artisti con cui ho vinto io sono gli unici che sono rimasti al di là del talent: Marco Mengoni, Noemi, Antonio Maggio, i Cluster. Il fatto che a me poi invece non interessi usare il canone del pop e preferisca cose più complesse è una mia scelta. Lo faccio perché posso».

Morgan viene dalla scena indipendente di gruppi come gli Afterhours o Verdena ma si è prestato alla tv generalista. «Andare in diretta tv è come fare jazz. Non è una cosa facile: io sono capace. Ho interpretato X Factor come una condivisione di conoscenza ma non tutti amano spendersi, mettersi in gioco».

Ma c’è un copione?
«No, non c’è: c’è un format. I tempi più belli infatti sono stati i primi con Simona Ventura e Mara Maionchi perché era un Far West».

Si interrompe per chiedere un gelato: «Lo vuoi anche tu? Massì dai che sono gli ultimi, quando fa freddo non è che hai voglia di mangiare il gelato!». Eravamo a X Factor. «Ecco, siccome non si sapeva bene come farlo l’abbiamo fatto come ci pareva. Oggi ogni tanto uno mi veniva a dire: “bisogna fare così”. L’avevo fatto così io l’anno prima a istinto e adesso ecco che era diventata una regola, ma io alle regole non ci sto, le cose devono andare sempre avanti altrimenti si perde mordente ».

Tra i grandi amici di Morgan da sempre c’è Battiato.
«Una volta venne a trovarci a Montreux mentre stavamo incidendo Zero e passammo con lui due giorni meravigliosi in cui ci insegnò tantissimo. Io, poi, sono sempre alla ricerca di un padre. Ci portò a un ristorante mediorientale, ordinava in arabo. Noi però, non so come, siamo riusciti a portarlo da McDonald’s: non c’era mai stato. Gli abbiamo fatto assaggiare le patatine col ketchup. All’inizio era sospettoso, prende la patatina la intinge nel ketchup: “Ragazzi, è buonissima! Che cosa mi sono perso!”».

A proposito dei Bluvertigo: adesso rinascono, c’è un disco nuovo previsto per febbraio. «Sì, perché oggi ha senso. Quello degli anni Novanta è stato un laboratorio di idee fantastico. Facevamo tutto: dalla copertina al progetto luci. Ora che nella musica si respira un po’ di aria stantia è un sacrilegio buttare via quell’esperienza, una band è come una famiglia e ci si può ritrovare. I Bluvertigo sono miei fratelli, i miei simili: il prossimo disco si intitolerà Tuono - Tono, Tempo, Suono e sarà un caleidoscopio di idee, un’esplosione di combinazioni. Non vogliamo celebrare il passato ma fare una cosa che non c’è».

Al nostro tavolo arriva un tipo in tuta: «Tu chi sei? Ah sei Morgan. Adesso facciamo una foto», dice con tono minaccioso. Non ci mollerà più. Due cose colpiscono. Una: tutta Italia conosce Morgan ma lui sembra non rendersene conto. Vive in un mondo suo. Due: è un insieme di opposti. È al tempo stesso arguto e ingenuo, astuto e empireo, vicino e lontano, talentuoso e dissipatore.

Paradossalmente non sembra fregargli assolutamente nulla né del denaro né della fama. Però sa come funziona. È “l’uomo che cadde sulla terra” di David Bowie e l’alieno Ziggy Stardust e c’è, naturalmente, anche un po’ di Kurt Cobain. Se ne va con lo skateboard quasi senza salutare. Un’ombra scura che si fa sempre più lontana, zigzagando nella notte.

fonte

nuova intervista a Mr Simpatia

cita Maggio, i Cluster e non cita Chiara?   Suspect  What a Face

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Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
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Re: Music Press

Messaggio Da anna il Mar 24 Nov - 10:23

ubik ha scritto:cita Maggio, i Cluster e non cita Chiara?     

  forse perchè sky?

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Re: Music Press

Messaggio Da ubik il Lun 14 Dic - 21:32

FINCHÉ L’ORIETTA VA - “LA CANZONE DEI VOLO LA DOVEVO CANTARE IO A SANREMO - DUETTEREI CON FEDEZ. E’ ANCHE UN BEL RAGAZZO. POTREBBE ANDARE IN GIRO NUDO - COLLEZIONO COMPLETINI INTIMI. IL MIO FORTE SONO I BABY DOLL - VOTEREI PER IL M5S”

La critica l' ha sempre guardata con un po' di snobismo. Lei è esplosa negli anni '60 quando le Mine e le Vanoni erano le regine irraggiungibili della musica, e Orietta Berti, con quelle canzoni semplici, le mise eccentriche e l' autoironia è sempre stata l' antidiva della provincia, «l' Usignolo di Cavriago» che vive a Reggio Emilia immersa tra pentole e il fumo dei tortellini con il marito Osvaldo e i figli Omar e Otis (in casa si chiamano tutti con la O).

Ma il pubblico è sempre stato con lei: 15 milioni di dischi venduti, serate infaticabili, 11 Sanremo, 10 Dischi per l' Estate; i fan sono cresciuti quando l' hanno vista al cinema, con Monicelli, con Corbucci, e ancora di più quando ha fatto tv, prima con Fabio Fazio e poi a Buona Domenica.

Dopo 5 anni torna con un disco, che detto così è riduttivo perché è un cofanetto di ben cinque cd, dal titolo Dietro un grande amore, con le sue canzoni più amate, i successi della canzone napoletana e un brano inedito.

Non si è risparmiata.
«Questo disco mi sta dando tante soddisfazioni. Contiene anche una lettera di Renato Carosone che voleva che cantassi in napoletano. Lo faccio con T' aspetto e nove, una canzone triste, e lui non lo era. I miei fan su Facebook mi chiedono come mai non abbia portato Dietro un grande amore a Sanremo».

Come mai?
«È inedita, ma è già stata cantata in pubblico, tra amici. Se per caso qualcuno l' ha ripresa con il telefonino e io fossi andata a Sanremo? Sarebbe successo uno scandalo come è accaduto l' anno scorso (il caso di Riccardo Sinigallia, ndr). Non volevo sorprese. Sono contenta lo stesso. Questo disco festeggia i miei 50 anni di matrimonio con Osvaldo e i 50 anni di musica. Quando avevo iniziato era più facile per la canzone leggera, oggi c' è solo Sanremo».

È vero che lo scorso anno doveva partecipare con la canzone de Il Volo?
«Verissimo. Lavoro a questo cofanetto da un anno e mezzo. Tra le canzoni c' era Grande amore. Per la tv io e il Volo abbiamo lo stesso manager, Pasquale Mammaro, mi disse che Carlo Conti mi voleva a Sanremo, ma non volevo; mi chiese se gli potevo lasciare la canzone, e quando seppi che l' avrebbero cantata i tre ragazzi ero felicissima: "Vinceranno loro", gli dissi».

Hanno vinto davvero. Si sarà mangiata le mani.
«Per nulla. Mi trovo meglio con questo nuovo brano, è più nelle mie corde».

Insomma mi pare di capire che non muore dalla voglia di tornare all' Ariston.
«Infatti. Ci sono stata 11 volte. E poi la votazione coi telefonini è rischiosa, la fanno i ragazzini. Sanremo la fa per guadagnare, non c' è la giuria come una volta. Se ci fossero i cantanti della mia generazione andrei, ma così da sola…».

E se la chiamassero come super ospite?
«Mah, di solito a febbraio sono a Los Angeles, ci vado due volte l' anno. C' è un clima stupendo, come giugno da noi, ho degli amici fraterni là, i più grossi antiquari della città, e poi mi faccio sempre cinque giorni a Las Vegas a vedere spettacoli che sono solamente là. Una volta andavo coi miei figli, adesso solo con mio marito e gli amici».

Quanti anni hanno i suoi figli?
«Omar 40, Otis 35».

È nonna?
«No. Non vogliono figli, valli a capire».

Se avesse dei nipoti li chiamerebbe anche loro con la O?
«Non so, li gestirebbero i miei figli, non farei la nonna invadente. Le spiego la storia della O. Mio marito si chiama Osvaldo, sua mamma Odilla, mia mamma Olga, mio nonno Oreste e mio zio Oliviero. Il mio primo figlio lo volevo chiamare Mafaldo, come mio papà».

E poi?
«Non mi sembrava un gran bel nome. Allora l' ho chiamato Omar come Omar Sharif, che conobbi al Lido di Venezia a un torneo di bridge e fu tanto carino. Per il secondo, Otis, decisi il nome il giorno in cui venni a Milano alla Terrazza Martini a ritirare il disco d' oro e in radio sentii Otis Redding, grande bluesman americano».

E poi diciamolo, con tutti questi nomi con la O si risparmia nelle camicie con le iniziali.
(Ride) «È vero, ma i miei figli non usano le camicie siglate, purtroppo. Mio marito sì, venivamo dalla Pinuccia di Milano che faceva i vestiti anche per tutti i giocatori dell' Inter e per le loro mogli. Che tempi! Facevo 360 date l' anno, il mio manager, Bibi Ballandi, mi faceva fare tre feste dell' Unità in una sera sola».

Anche adesso si difende bene: 40 serate l' anno e due tour internazionali.
«Vuol mettere il confronto? Però le dico, io lavoro solo d' estate, d' inverno non faccio serate. Da 35 anni mi produco da sola e lavoro di più».

Un po' di tempo fa disse che la sua pensione è di 900 euro al mese. Mica pochissimo, non crede?
«Dissi questa cosa e fui travolta delle polemiche. Non mi volevo lamentare, dicevo solo la verità. Ma in Italia siamo in un regime e bisogna tapparsi la bocca. Io ho versato 40 anni di contributi, tantissimi, molto più di ogni politico. E secondo me 900 euro al mese con quello che ho dato è una cifra ridicola. Meno male che mio marito ha fatto la formichina per tutta la vita e abbiamo risparmiato. Faccio più beneficenza e concerti gratis io dei politici, mi creda».

Ce l'ha coi politici mi pare. Per chi vota?
«Voterei per i Cinque Stelle. Dico voterei perché nel passato non ho potuto: ero all' estero. Voterei loro perché non rubano i soldi. Io non ho mai avuto cachet clamorosi perché ho sempre pensato che tutti dovessero guadagnare: ho sempre pagato i musicisti quanto li pagava Gianni Morandi, ma senza i cachet di Gianni Morandi».

La tv le manca?
«Rifarei un programma come Buona domenica, cantavo dal vivo con un' orchestra di 22 elementi. Per un cantante è un' emozione bellissima. Con Fabio Fazio ero inviata speciale di Quelli che il calcio, molto divertente, uscii la mia vena ironica e comica. Il giudice di un talent l' ho fatto, tre anni fa, con i bambini di Ti lascio una canzone».

E gli altri talent li guarda?
«No. Né Amici né X Factor. Anche se non è bello da dire».

Duetterebbe con un rapper?
«Io canto, lui parla, che problema c' è? Fedez è un bel ragazzo. Potrebbe andare in giro nudo tanti tatuaggi ha. Più che i talent mi piacciono i documentari su qualche big del passato o i programmi come Malattie misteriose, o Malattie imbarazzanti, li guardo di notte, dormo al massimo due/tre ore».

Come mai?
«È sempre stato così, da quando avevo 18 anni e mio padre morì in un incidente. Di notte leggo, studio le scalette dei concerti, faccio qualche ragù».

È vero che colleziona completini intimi?
«Sì. Ma mica li metto. Li tengo lì negli scatoloni. Qualche mese fa li ho contati: ne ho 95. Sono camicie da notte un po' particolari. Lunghe, coi pizzi, più belle di un abito da sera».

E perché non le indossa?
«Sono troppo scomode, ci vorrebbero i tacchi. Per andare a letto metto il pigiamino d' inverno per tutelare la voce, d' estate un baby doll. Le camicie da notte un po' le compro io, magari quando vedo un negozio che mi colpisce durante i tour, in America, in Australia, tante me le hanno regalate».

Secondo qualcuno, la sua canzone più famosa, Fin che la barca va, ha un sottotesto piccante. Conferma?
«Mah, ritornello a parte, la canzone è una metafora del fatto che nella vita non puoi avere tutto: "Il fidanzato a Cantù e uno in Cina". Dico di farsi la vita serena con l' uomo che si ama, anche io ho avuto parecchi corteggiatori, ma ho sempre fatto quella che cadeva dalle nuvole. Fare la finta tonta serve. Più piccante era Via dei Ciclamini, parlava delle case chiuse».

Crede che esista una sua erede?
«No. Ma lo stesso si può dire per la Vanoni, Mina, Patty Pravo. Una volta imitavano tutte Whitney Houston, oggi se accendi la radio cantano tutte come Adele».

Qual è il suo sogno?
«Nessuno. Solo stare bene di salute per rispettare tutti gli impegni che ho».

fonte

in fondo è anche simpatica

40 serate l' anno e due tour internazionali? Suspect  cinema con Monicelli? Suspect 

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Re: Music Press

Messaggio Da anna il Mer 16 Dic - 16:45

  simpatica, autoironica, senza peli sulla lingua ma senza cattiveria. Se fosse stata una stangona o un uomo sarebbe stata presa più sul serio, ma in fondo credo che così se la sia goduta di più 

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Re: Music Press

Messaggio Da ubik il Mer 16 Dic - 18:31

anna ha scritto:  simpatica, autoironica, senza peli sulla lingua ma senza cattiveria. Se fosse stata una stangona o un uomo sarebbe stata presa più sul serio, ma in fondo credo che così se la sia goduta di più 

goduta se l'è goduta senz'altro e anche a nostra insaputa; se guardi qualche suo video su youtube ti rendi conto che ha una valanga di mi piace e di commenti in tutte le lingue. In alcuni paesi all'estero ha avuto (ovviamente in passato) un grande seguito ed è stata evidentemente molto apprezzata, sostanzialmente per la voce da soprano leggero

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