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Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:27

Dal CorriereSera del 11.10.2000


Jannacci: uno show per il mio amico Fo

«Quarant' anni di stretti legami meritano un recital. Dario è il mio maestro d' ironia»
Manin Giuseppina

Jannacci-Fo: quarant' anni d'amicizia in «scarp de tennis». Un legame forte, cementato da affetti e affinità comuni. Accade di rado, tanto più nell' instabile mondo dello spettacolo. «Ma se capita è un evento da festeggiare», assicura Jannacci che così domani sera , a Udine, renderà omaggio all'amico Dario in una serata-evento inaugurale della rassegna «Il teatro delle lingue. Le lingue del teatro». Jannacci-Fo, ragazzacci irresistibili. «Dario è una delizia, un uomo dolcissimo e generoso. Un genio senza spocchia, capace di catturare tutti. Detto questo, teniamo le distanze: lui resta il maestro, io l' allievo».
Eppure l' età non è poi così lontana, lei ha 65 anni, Fo 74.
«Sì, ma lui resta il maestro e io l'allievo. Anche se nei momenti di tenerezza Dario mi chiama il suo figlio adorato». Maestro di che? «Di ironia e di impegno, di precisione nel lavoro, di scelte di vita, sempre dalla parte dei perdenti, dei deboli. E naturalmente maestro di teatro. Il Molière dei nostri anni è lui, strano che l' abbiano capito gli svedesi prima di noi. Lui è il teatro». Come vi siete conosciuti? «Lo incontrai in una sala di registrazione nella periferia di Milano.
Era il ' 60, io avevo 25 anni, studiavo ancora medicina e avevo iniziato come cantante melodico alla Ricordi. Ma cantare quella roba non mi riusciva proprio. Così per conto mio avevo inciso un brano di tutt' altro stile, "Il cane con i capelli".
Fo lo ascoltò e mi invitò a casa sua. Mi fece sentire "La luna è una lampadina". Ti sentiresti di farla? Dario è sbrigativo, diretto. Dissi di sì. Fra noi è cominciata così. E non è più finita».
Dalla strana coppia, l' irriverente Fo e lo stralunato Jannacci, nacquero irriverenti e stralunate canzoni capaci di conquistare tutti, gente della strada e intellettuali: «El purtava i scarp de tennis», «T' ho compraa i calzett de seda», «Veronica», «L' Armando», «Prete Liprando», «Il primo furto non si scorda mai», «Il bonzo»... «Portai a Sanremo "Ho visto un re" e finii in finale con Morandi. Vinse "Scende la pioggia". Restai così male che me ne andai per quattro anni in America a specializzarmi in cardiochirurgia». A ricompensarlo arrivò «Vengo anch' io, no tu no». «Un milione e mezzo di copie vendute, più dell' inno di Mameli», ricorda fiero Enzo. E due anni fa, per festeggiare il Nobel a Dario, han cantato insieme, Fo col suo vocione impastato di gramelot, Jannacci coi suoi toni surreal-grotteschi, la sua risata stridula che annega nel singhiozzo, «Già la luna in mezzo al mare». «Eh sì, insieme ci siamo divertiti tanto».
Vicini per quarant' anni, anche politicamente. «Non è stato facile, la tentazione di mollare tutto è quotidiana. Anche in questo senso, lui sempre coerente, mi ha dato una mano. In un mondo sempre più virtuale, dove la gente legge poco e pensa meno, dove i politici sono plastificati, tapparsi il naso non basta. Quelli di destra sono più coerenti ma non posso votarli. Quanto alla sinistra... Cos' è la sinistra? Mastella, l' Udeur sono di "sinistra"? Le delusioni sono state troppe, Tognazzi si rifugiò nell' alcova della socialdemocrazia. Gaber, più filosofo, si è ritirato in un suo nichilismo. Dario no, lui resiste. Lui, nonostante tutto, continua a distinguere, a lottare».
E lei?
«Io ci provo su un altro fronte, da medico. Per fortuna esistono ancora ottimi ospedali dove puoi esser operato dai migliori chirurghi e non spendere niente. Dentro queste strutture vale ancora la pena di darsi da fare.
Ma Milano no, non mi piace più. Ha perso il cuore. Una volta apriva le braccia, oggi relega gli extracomunitari nei lavori che nessuno vuol fare e poi li prende pure a bastonate.
Vorrei vivere a Cuba, oltretutto lì la ricerca medica è ad alti livelli. I Paesi poveri hanno mantenuto una cultura dello spirito.
A Cracovia ho aiutato una signora anziana ad attraversare la strada e lei ha voluto regalarmi a tutti i costi mezzo filone di pane. Sono stato mezza giornata a pensare a quel gesto. Impensabile da noi»
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:29


Dai dai, conta su...ah be, sì be....
- Ho visto un re.
- Sa l'ha vist cus'è?
- Ha visto un re!
- Ah, beh; sì, beh.
- Un re che piangeva seduto sulla sella
piangeva tante lacrime, ma tante che
bagnava anche il cavallo!
- Povero re!
- E povero anche il cavallo!
- Ah, beh; sì, beh.
- è l'imperatore che gli ha portato via
un bel castello...
- Ohi che baloss!
- ...di trentadue che lui ne ha.
- Povero re!
- E povero anche il cavallo!
- Ah, beh; sì, beh.
- Ho visto un vesc...
- Sa l'ha vist cus'è?
- Ha visto un vescovo!
- Ah, beh; sì, beh.
- Anche lui, lui, piangeva, faceva
un gran baccano, mordeva anche una mano.
- La mano di chi?
- La mano del sacrestano!
- Povero vescovo!
- E povero anche il sacrista!
- Ah, beh; sì, beh.
- è il cardinale che gli ha portato via
un'abbazia...
- Oh poer crist!
- ...di trentadue che lui ce ne ha.
- Povero vescovo!
- E povero anche il sacrista!
- Ah, beh; sì, beh.
- Ho visto un ric...
- Sa l'ha vist cus'è?
- Ha visto un ricco! Un sciur!
- Sì...Ah, beh; sì, beh.
- Il tapino lacrimava su un calice di vino
ed ogni go, ed ogni goccia andava...
- Deren't al vin?
- Sì, che tutto l'annacquava!
- Pover tapin!
- E povero anche il vin!
- Ah, beh; sì, beh.
- Il vescovo, il re, l'imperatore
l'han mezzo rovinato
gli han portato via
tre case e un caseggiato
di trentadue che lui ce ne ha.
- Pover tapin!
- E povero anche il vin!
- Ah, beh; sì, beh.
- Ho vist un villan.
- Sa l'ha vist cus'e`?
- Un contadino!
- Ah, beh; sì, beh.
- Il vescovo, il re, il ricco, l'imperatore,
persino il cardinale, l'han mezzo rovinato
gli han portato via:
la casa
il cascinale
la mucca
il violino
la scatola di kaki
la radio a transistor
i dischi di Little Tony
la moglie!
- E po', cus'è?
- Un figlio militare
gli hanno ammazzato anche il maiale...
- Pover purscel!
- Nel senso del maiale...
- Ah, beh; sì, beh.
- Ma lui no, lui non piangeva, anzi: ridacchiava!
Ah! Ah! Ah!
- Ma sa l'è, matt?
- No!
- Il fatto è che noi villan...
Noi villan...
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam,
e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:42




VIDEOPLAYLIST
PLAYLISTSPECIALE SIGNOR G

Nello speciale tv di RaiStoria viene ripercorsa analiticamente l'intera carriera artistica di G. Gaber...sottolineandone la fase iniziale rockettara, poi confidenziale-timida, poi ironico-demenziale...vengono riproposti alcuni spezzoni delle trasmissioni tv che nel corso degli anni sessanta lo videro co-conduttore o protagonista...
Buona parte della trasmissione è dedicata all'approdo-sviluppo della forma di teatro-canzone, cui Gaber ha dedicato la seconda parte della sua vita artistica: scriveva infatti, nsieme a Luporini, una serie di monologhi che esponeva intervallandoli con le sue canzoni...in spettacoli appunto costruiti appositamente per la forma teatrale, che prevede la copresenza del pubblico e la libertà-sciolta del protagonista in scena, a cui resta estranea ogni forma di controllo-autorizzazione preventiva sui contenuti (come avveniva ed avviene in Tv)

http://www.giorgiogaber.org/index2.php questo è senz'altro il sito piu' completo sull'artista milanese ..
in cui si può trovare una biografia completa ed una raccolta puntuale dei suoi testi sia in musica che in sola parola..
Biografia in spoiler
Spoiler:
"Io G. G. sono nato e vivo a Milano..."

La storia di Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, comincia il 25 gennaio 1939 in via Londonio 28, a Milano.

"Arrivo in via Londonio... non c'è più la casa.
Ho sbagliato strada, fammi vedere: 24, 26... maledizione, manca il 28!
Non c'è più la casa, ho perso la casa. Dove l'ho messa?"
(da "Dove l'ho messa", in "Anche per oggi non si vola", 1974-'75)

- (...) Sono cresciuto in una famiglia piccolo-borghese, in una piccola casa, con le abitudini e il tenore di vita di allora (...) si aveva un paio di scarpe sole e quando queste finivano se ne compravano delle altre, il che era certo un buon segno. Sacrifici, sicuro, ma all'insegna di un'essenzialità che oggi in qualche modo potremmo anche rimpiangere. Mio padre era impiegato (...) mia madre era casalinga, e mio fratello Marcello, più grande di me di sette anni, si era diplomato geometra e suonava la chitarra. Mio padre suonava un po' la fisarmonica, quindi un minimo di musica in casa c'era. Io poi, che avevo avuto un'infanzia piena di malattie e di rotture di coglioni tra cui un infortunio a una mano, usai la chitarra anche come sostegno e recupero del mio inserimento. (...) Io direi che tutta la mia carriera nasce da questa malattia, la quale ha fatto sì che abbia voluto reagire ad essa con la chitarra, portandomi così a fare questo lungo percorso nella musica. (G. Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993)

Inizia a comporre, quando è ancora studente.

– (...) Mi accosto alla chitarra come momento di divertimento, di svago, non ancora di professione, anche perché vado ancora a scuola in quel periodo. La mia prima veglia come chitarrista la faccio a quattordici anni, guadagno 1.000 lire, la mia paga di chitarrista per quel Capodanno, e in quel momento non ho nessuna intenzione di cantare, non mi sfiora proprio il dubbio (...) fino al momento dell'incontro con Celentano, perché io ero proprio il chitarrista di Celentano. (...) Jannacci c'era anche lui, anche lui era studente come me, eravamo tutto un gruppo intorno a questo Celentano, questo strano personaggio che ci chiamava a suonare e ci dava anche i primi soldi che guadagnavamo; lui sceglieva noi anche perché eravamo dei musicisti che conoscevano il jazz, dato che i musicisti delle balere in quel periodo suonavano veramente solo tanghi e valzer; noi eravamo invece un po' più disponibili (...) a fare delle cose un po' più rockeggianti. (...) In seguito io continuai a suonare in uno di questi locali milanesi come chitarrista, in un gruppo che si chiamava "Rocky Mountains Old Time Stompers" e che faceva musica western (...) in quel momento diventai cantante di rock'n'roll, continuando comunque a suonare, a suonare e a cantare insieme, e via via che incidevo e che mi concentravo più sul canto, mi accorgevo che la chitarra perdeva via via peso, perché poi in effetti era il timbro della voce che contava. (L. Ceri e G. Martini, "Il signor G suona la chitarra", Chitarre n.51 - giugno 1990)
Anni 60 | Torna all'inizio

Anni 60

Chitarrista, autore e interprete della prima canzone rock in italiano (1958). L'esordio discografico avviene con "Ciao ti dirò", scritta con Luigi Tenco e incisa dalla casa Ricordi; legata a questa canzone è la prima apparizione televisiva di Gaber nel programma "Il Musichiere" di Mario Riva, nel 1959.

– (...) "Ciao ti dirò" in realtà l'abbiamo scritta io e Tenco. Lui improvvisava molto ogni sera sui temi rock americani, specialmente su "Jailhouse Rock" di Presley, e da là ci venne l'idea di mettere le parole in italiano su una di queste improvvisazioni, abbiamo cambiato e fissato un po' la musica ed è venuta fuori "Ciao ti dirò", era l'estate del 1958. Io avevo un gruppo con Tenco, ancora precedente ai "Cavalieri", a Genova suonavamo in un locale con una sorta di trio alla Nat King Cole, basso, chitarra e pianoforte, e cantavamo un po' tutti, avevamo fatto una stagione estiva insieme, io infatti in quell'anno mi ero appena diplomato. Poi un signore della Ricordi, sul cui biglietto da visita c'era scritto Giulio Rapetti, mi chiamò perché voleva farmi incidere dei dischi, così andai a fare il provino e mi chiesero di cantare qualcosa. (...) Io fui praticamente il primo a fare un rock italiano, ad imitazione di un altro cantante, che faceva un altro genere di musica ma che era sempre in qualche modo rockeggiante, e che era Tony Dallara. (L. Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)

Nel 1959 al Santa Tecla – noto locale milanese, quasi una "cave" parigina – conosce Sandro Luporini che sarà il coautore di tutta la sua produzione discografica e teatrale più significativa.

– Conosco Sandro da quando avevo 19 anni. Per me, è stato un maestro di estetica. (...) Eravamo ragazzi, vicini di casa a Milano. Io frequentavo un gruppo di pittori e ci incontravamo per scambiarci idee. Nel gruppo c'era Sandro, più grande di me (...). Abbiamo cominciato a scrivere per gioco, io facevo il cantante televisivo e le canzoni che scrivevamo non erano adatte, ma al primo spettacolo teatrale lui già c'era (...) anche se allora non firmava, perché non era iscritto alla Siae. Per la verità qualche canzone a quattro mani l'avevamo già scritta. Per esempio "Barbera e champagne". Ma era ancora una collaborazione sporadica. (B. Schisa, "Vi presento il pittore che scrive le mie canzoni", Il Venerdì di Repubblica 12/10/2001)

Negli anni '60 la stesura di alcuni tra i testi di maggior successo di Gaber è a cura dello scrittore Umberto Simonetta: ballate ispirate al repertorio popolare milanese ("Porta Romana"; "Trani a gogò"; "La ballata del Cerutti"; "Le nostre serate", che piacque molto a Eugenio Montale, come ricorda lo stesso Simonetta nel libro "Il signor Gaber" di Michele L. Straniero del 1979; "Il Riccardo"; "Una fetta di limone", cantata insieme a Jannacci in versione "I due corsari").

– Ci fu anche un'altra formazione in trio, sempre con Maria Monti, e con me c'era Jannacci ma a quel punto già stavamo facendo del cabaret, "La balilla", "Goganga", queste cose qui. Jannacci suonava il pianoforte, però era sempre molto brillante e spiritoso, e una sera che io non potevo esserci perché dovevo fare una serata coi "Rocky Mountains", gli dissi: "Beh, 'La balilla' stasera cantala tu insieme a Maria, perché secondo me è un pezzo che funziona, e va comunque fatto". Così Jannacci cantò "La balilla" e fu molto più divertente di me, ed è praticamente in quell'occasione che comincia la sua carriera di cantante. (L. Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)

Quando Gaber inizia a cantare, Milano è in una fase di originale crescita culturale: ci sono Dario Fo, Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Franco Parenti. Nasce proprio in questi anni la definizione di 'cantautore' nell'ottica della rivalutazione del testo della canzone, sull'onda delle risonanze della canzone francese e in antagonismo con la musica leggera della tradizione italiana melodica.

– (...) Nel '60 c'era Maria Monti, con la quale avevo una storia anche sentimentale, c'era Luporini, poi c'era Endrigo, i cantautori di quel periodo. (L. Ceri, Il sogno di Giorgio Gaber, Il Mucchio Selvaggio n.188, settembre 1993)
- (...) Scoprimmo il mondo della canzone francese e non solo il Brel che tanto amava Paoli ma anche ad esempio Henri Salvador, che aveva una splendida canzone, "Dans mon ile", a quel punto sentivamo di poter dire delle cose, sulla falsariga di quella chiave espressiva (...) tutti quanti abbiamo fatto un piccolo passo in avanti ed abbiamo cominciato a prendere le cose sul serio, perché prima veramente si scherzava. Nessuno pensava fino a quel momento che quel tipo di divertimento potesse diventare una professione. (L. Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)

– (...) Tutti quanti affrontammo il discorso cantautorale di quegli anni come una soluzione a metà tra le influenze americane subite fino a poco prima e questa canzone francese che via via ci aveva affascinati. Dunque nel '60 cominciano ad esserci "La gatta" di Paoli, la mia "Non arrossire", "Quando" di Tenco, poi Bindi con "Il nostro concerto", "Arrivederci", canzoni che in qualche modo si staccano da una colonizzazione totale da parte dell'America, e cercano di riacquistare un'autonomia e una sincerità, non dico culturale, ma certamente di intenti. (G. Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993)

Dopo gli inizi brucianti, Gaber amplia i suoi interessi artistici; diventa molto popolare: partecipa a quattro edizioni di Sanremo (1961: "Benzina e cerini"; 1964: "Così felice"; 1966: "Mai, mai, mai Valentina"; 1967: "...E allora dai!"); nell'estate 1966 ottiene il secondo posto al Festival della Canzone napoletana col brano "'A Pizza". Il pubblico televisivo lo scopre e lo apprezza in rubriche musicali e spettacoli di cui è ideatore-cantante-conduttore, come "Canzoni di mezza sera" (1962), "Teatrino all'italiana" (1963), "Canzoniere minimo" (1963) – una delle prime trasmissioni dedicate alla musica popolare e d'autore –, "Milano cantata" (1964), "Questo e quello" (1964), "Le nostre serate" (1965), "Diamoci del tu" (1967), "Giochiamo agli anni Trenta" (1968), "E noi qui" (1970) – varietà del sabato sera sulla prima rete – dove propone alcuni pezzi scritti con Sandro Luporini che troveranno poi un ambito più congeniale a teatro, nell'esordio con "Il signor G".

– (...) Io da parte mia avevo già iniziato un'attività televisiva, al di fuori della semplice partecipazione agli spettacoli: facevo il presentatore, conducevo ed ideavo le trasmissioni, per cui in qualche modo ne risentivo meno di questa 'empasse', però si tentava comunque un'operazione di resistenza, non perché il beat non ci piacesse, ci mancherebbe altro, ma perché in effetti sentivamo che era un prodotto non nostro e volevamo comunque difendere la nostra identità. (L. Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)

Nella vita personale di questi anni: nel 1965 sposa Ombretta Colli; nel 1966 nasce la figlia, Dalia.

- C'erano stati i beatnik, il rock'n'roll, i primi dischi che i ragazzi comperavano da soli senza i genitori. E poi sono gli anni in cui mi innamoro. Ombretta studiava cinese e russo alla Statale, io andavo a prenderla con l'auto da cantante, con la Jaguar, e loro per questo non dicevano niente. Di quegli anni mi avevano colpito soprattutto due parole che sentivo ripetere molto spesso: rifiuto ed essenzialità. (F. Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001)

Nel '68 Gaber è un cantante affermato. Fa centinaia di serate ogni anno (con un calcolo approssimativo si arriva a 1.660 dal dicembre 1958 allo stesso mese del '69), molta televisione, rilascia interviste.

– [...] Sono sempre in arretrato su tutto e quanto mi è intorno lo osservo in funzione della canzone. Come il cinema, dove dovrei andare a distendermi e invece m'interessa il modo di muoversi degli interpreti, le inquadrature da poter usare in uno spettacolo, da poter ricordare per una interpretazione. Così un libro, un fumetto, una partita di calciobalilla. Perché tutto riconduco a esperienze personali, a sensazioni che ho avuto anche se raccontate in trame diverse. (M. A. Teodori, "La giornata nera di Gaber", Radiocorriere TV, 16-22/4/1967)

Anni 70 | Torna all'inizio



Anni 70

Nel biennio 1969-'70 è protagonista di una tournée teatrale con Mina.
Ha inizio la svolta artistica: l'impegno teatrale, la rinuncia cosciente oltre che alla televisione anche all'attività discografica e la scelta del teatro, appunto, come luogo di espressione diretta senza condizionamenti o filtri tra l'artista e il suo pubblico. Da questo momento, il percorso di Gaber è lineare e conseguente: fare della canzone non più un fine, ma un mezzo da adattare alla forma di comunicazione teatrale.

– Va beh, ero molto più popolare di ora, c'era il danaro, la gente che ti riconosceva. Ma non ho approfittato di quel momento perché mi interessava altro. Dopo un tour di due anni con Mina ho scoperto il teatro, la gente che ti viene a sentire e guardare. Ho capito che volevo fare quello. Mi piaceva Dario Fo, ma volevo essere diverso da lui. (...). Però devo dire che non c'erano solo queste cose, si sentiva l'aria dell'impegno. (F. Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001)
– (...) Io e Luporini siamo stai coinvolti nel '68 perché ha prodotto una grossa svolta nelle scelte della gente. (...) Questo tipo di cambiamento del costume – non vogliamo più la cravatta e la giacca – allora era una risposta. Non vogliamo lavorare come dei pazzi per avere un giorno lo champagne, perché dello champagne non ce ne frega nulla. Adesso si dice: "Vogliamo lo champagne senza lavorare". Ma allora questo tipo di movimento giovanile a noi ci colpì moltissimo, pur ideologizzandosi subito. Il rifiuto è stato l'elemento meno sottolineato, immediatamente si è ritornati, ci si è rapportati, a un piano politico di lotta, quindi studenti legati agli operai, scioperi, salari. Sì, salario, ma salario per che cosa? Per comprare che cosa? Per vivere come? Per quale indirizzo culturale? E oggi ci troviamo in queste condizioni. Secondo me questo è l'aspetto interessante del '68, così come da qui derivano gli errori che sono stati fatti, anche del rifiuto iniziale che diceva: "No, io non vivo nella casa di mio padre, bella, ricca, con la moquette". Adesso invece non è più così, vorremmo vivere tutti in una casa con la moquette, con lo stereo, e dato che non abbiamo i soldi, facciamo casino. (C. Bernieri, "Non sparate sul cantautore", Mazzotta editore, Torino 1978)

L'originale percorso artistico della "canzone a teatro" prende il via dallo spettacolo "Il signor G" che debutta il 22 ottobre 1970 al Teatro San Rocco di Seregno, nell'ambito del decentramento regionale del Piccolo Teatro di Milano, con la regia di Giuseppe Recchia e la direzione musicale di Giorgio Casellato (amico di Gaber fin dai tempi delle prime esibizioni nei dancing di Milano e dintorni e arrangiatore musicale di tutti i suoi primi spettacoli teatrali).

- Nei primi anni '70 decisi, quasi spontaneamente, di abbandonare la tv. (S. Salis, "Una generazione di sconfitti che sbanca le classifiche", www.affaritaliani.it 2001)

– (...) L'attività più congeniale alle mie aspirazioni ed al mio modo di essere (...) era proprio il teatro: lì si sarebbe potuto manifestare il mio eclettismo. Così, decidemmo con Luporini di far nascere "Il signor G" e di provare una piccola tournée teatrale. Capii che potevo vivere così e che quella era la mia strada. Vivevo meglio. Per questo ho abbandonato la televisione. All'inizio ebbi un po' di paura, perché dopo i "pienoni" con Mina nessuno veniva più a vedermi. Però, nonostante lo shock, dentro di me sentivo che era giusto farlo. (A. Scanzi, "Anche per oggi non si vola", Mucchio Selvaggio marzo 1999)

Il successo del 'signor G' è qualitativo ma non quantitativo. Evidentemente il pubblico del Gaber televisivo non è lo stesso che frequenta i teatri, ma alla fine delle rappresentazioni gli applausi sono calorosi e il pubblico presente si passa la voce fino a che, con "Dialogo tra un impegnato e un non so" (1972-'73), inizia la lunga stagione del 'tutto esaurito', che durerà, senza eccezioni, fino all'ultimo spettacolo. (Con "Il signor G", ebbe 18.000 spettatori; con "Dialogo tra un impegnato e un non so" toccò le 166 recite con 130.000 presenze; "Far finta di essere sani" in 182 recite raggiunse i 186.000 spettatori).

- Quando partimmo con "Il signor G" gli aspetti economici e organizzativi della faccenda erano tutti da inventare. A quei tempi il cosiddetto "decentramento" non si sapeva nemmeno cosa fosse: i teatri erano pochi, abituati a una programmazione di solida routine e per niente inclini alla sperimentazione. A parte Dario Fo, che aveva intuito e favorito la nascita di un pubblico nuovo e diverso, il circuito teatrale era quanto di più ufficiale e istituzionale si possa immaginare. (M. Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982)

– "Il signor G" rappresentava (...) la sincerità. Io venivo da un mondo tutto diverso basato sulla logica dell'intrattenimento. Scegliendo il teatro ridussi ulteriormente il mio nome e creai una sintesi fra me e il personaggio. "Il signor G" – dove quella 'G' voleva anche dire "gente" – era un signore un po' anonimo, un signore come tutti che però mi assomigliava, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un inserimento nella società perché aveva già una sua vita adulta un po' lontana da quella dei Sessantottini. Con 'il signor G' mi sono acquistato il grande privilegio di dire, di cantare in teatro quello che sono e quello che penso, al di là dei condizionamenti del mestiere dei quali prima risentivo. (...) L'idea di pormi con Luporini di fronte a una pagina bianca da riempire liberamente per poi andare a raccontare ciò che scrivevamo in un teatro, in assoluta libertà, è stata una grande conquista. (Maria Grazia Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996)

- Era tale la gioia, l'entusiasmo che mi procuravano questi nuovi incontri in teatro, economicamente tutt'altro che soddisfacenti! Perché questo va detto: quando smisi con la TV i teatri me li trovai vuoti, non pieni! Azzerata la mia immagine televisiva, mi ritrovavo senza alcun aiuto da parte della stampa, affidato al solo passaparola del pubblico, che allora era allucinante. Rifiutare la TV era un privilegio che potevo permettermi, avendo da parte qualche soldino, ma ricordo d'essere andato un anno in certi teatri e di aver fatto 100 persone, salvo poi tornarvi l'anno dopo e farne 2.000! C'era veramente un bisogno di qualcosa che non fosse la televisione, grande dominatrice invece degli anni Sessanta, e la mia è stata una conquista graduale, persona per persona, di un nuovo pubblico! (G. Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993)

- Era un'idea nuova: "Il signor G" era uno spettacolo a tema, con canzoni che sviluppavano il tema, con monologhi, racconti, situazioni. Erano canovacci ricchissimi di spunti e provocazioni sulla situazione reale e di collegamenti con le questioni "eterne" del vivere. La gente si è vista arrivare addosso una forma ed un materiale di spettacolo "strano" a cui ha reagito come pubblico teatrale. Poi è arrivata la produzione discografica che era semplice registrazione degli spettacoli. Insomma abbiamo aperto un nuovo canale di comunicazione. (W. Gatti, "Parlo in grigio", Il Sabato 20/7/1991)

Dalla lettera-presentazione di Davide Lajolo allo spettacolo "Far finta di essere sani" del 1973.

Caro Gaber,
avrei detto di no al tuo invito se ai tuoi spettacoli non mi fosse sempre accaduto di divertirmi ed emozionarmi. Emozionato e talvolta anche spinto alla polemica perché tu sei diverso, sei un uomo e la discussione è d'obbligo. Questa è anzi la tua cosa più pregnante: quella di aprire sempre un dialogo con le tue canzoni e di obbligare a delle risposte con i tuoi monologhi. Ma c'è di più: la tua invenzione che tutto si può difendere, la libertà, la dignità dell'uomo, l'amore, la felicità con la partecipazione. Questa grossa scoperta che tu canti convincendo di più che attraverso tanti discorsi e prediche, è nata in te dal tuo modo di voler bene e di esprimerti. Sei rimasto l'operaio che cesella il suo capolavoro in una fabbrica che ha aperto le porte sulle piazze delle città e dei paesi e sei divertente proprio perché non cerchi l'evasione o la finale a lieto fine, ma anche quando canti l'amore di Maria e ti ostini a parlare di Maria hai tanta umanità che, chi t'ascolta, si sente preso dalla tua semplicità e anche, lasciamela dire la parola grossa, dalla tua filosofia. Caro Gaber, lo so che a dirtelo tu abbassi il viso perché sei modesto dentro, ma tu sei un uomo di cultura anche se l'unico motivo fosse questo: che ti chiedi costantemente perché stai al mondo. (...)

Da ora in avanti, ogni spettacolo di Gaber rappresenta una tappa del suo processo evolutivo individuale, di presa di coscienza e di analisi della realtà. Un processo di progressivo approfondimento del mezzo e delle possibilità espressive che vengono strutturalmente supportate da percorsi di scrittura sempre più articolati e complessi: macro-canzoni e interventi recitativi, dove anche il momento della composizione musicale si adatta, con uno stile eclettico difficilmente catalogabile, ai diversi registri interpretativi richiesti dall'attore-cantante: dall'ironico al tragico, dal sentimentale all'elegìaco, dall'introspezione all'invettiva.

- (...) In teatro ogni canzone è, musicalmente, un'avventura inedita. (...) Il problema fondamentale è che devi fare colpo subito, devi importi a tutti i costi all'attenzione della platea, altrimenti è un guaio. E devi ottenere questi risultati con un prodotto che il pubblico non ha mai ascoltato in precedenza, che gli giunge completamente nuovo. Così alcuni lussi che ti puoi permettere sul disco, dove confidi in una maggiore possibilità di "comprensione" da parte di chi ti può ascoltare più di una volta, in teatro te li devi scordare. Hai bisogno di una musica che sia insieme semplice, immediata e molto suggestiva, che catturi l'attenzione del pubblico e non la lasci più fuggire. Così, piano piano, impari a usare un linguaggio nuovo, diverso, a misura di teatro. Una delle regole fondamentali, per esempio, è la necessità di usare diversi "archi" espressivi anche all'interno di una canzone breve: per questo il "crescendo" è una pratica ricorrente nel mio teatro, mentre è rarissimo che io mantenga per tre o quattro minuti consecutivi un clima teso, fermo, immobile. Ecco, direi che il teatro ti costringe a "muoverti", e a permeare di questo movimento anche la musica. E ti accorgi che il nuovo linguaggio, mano a mano che te ne impossessi, ti offre, come interprete, infinite possibilità in più, proprio perché mette alla prova la tua capacità di adattarti a una gamma di toni molto più ampia, a sbalzi improvvisi, a rovesciamenti di fronte. (M. Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982)

Dal 'signor G' in poi (tranne alcune rarissime eccezioni) tutta la produzione discografica assume il valore di documentazione del lavoro teatrale, fino alla totale auto-produzione (dal 1996 al 2000, le registrazioni degli spettacoli sono in vendita esclusivamente nel teatro della rappresentazione), a conferma del fatto che l'interesse di Gaber è soprattutto volto alla verifica diretta con il pubblico. E il pubblico ricambia con un numero di presenze agli spettacoli senza precedenti nella storia del teatro italiano, pur non essendo sollecitato dalla pubblicità attraverso i canali consueti di diffusione promozionale, di cui Gaber non fa uso (alcuni dati solo indicativi: dal 1972 al 1982, accumula la vertiginosa cifra di due milioni di biglietti venduti; nel 1991, in una stagione de' "Il Grigio", arriva a 170.000 spettatori in 150 spettacoli; riceve il riconoscimento "Biglietto d'Oro Agis-Minerva 1994-'95" per il consistente rapporto col pubblico in quella stagione teatrale).

– (...) Sicuramente l'idea del disco in sé non mi interessa, proprio perché non è il mio mezzo, il mio mezzo è la canzone-teatro, la prosa che poi è diventato il mio linguaggio. Forse l'unico disco vero che ho fatto era "Non arrossire" che era del '60, perché già 'il Cerutti' possedeva un'altra valenza. (G. De Grassi, "Dialogo tra l'arte e il non so...", Blu 1992)

La voglia di dire e di dare potenzialità alle idee, l'autonomia del linguaggio e il rigore della rappresentazione sono la garanzia di serietà e coraggio che il pubblico gli riconosce. Ma oltre la bravura dell'interprete e l'importanza dei testi, nel teatro di Gaber è il "fatto" che risulta interessante: accade che l'intensità del coinvolgimento è tale che lo scambio di energia tra Gaber e il pubblico si fa "materia": sul palco e in sala muta la qualità del clima, durante e dopo lo spettacolo... e ciò che avviene va ben oltre la bella serata a teatro.


Rievoca Nanni Ricordi nel libro di M. Straniero "Il signor Gaber" (Gammalibri, Milano 1979):

"Secondo me in Gaber c'è una capacità magnetica di comunicazione: lo vedi sul palco... Io l'ho vissuta anno per anno, riincontrandolo: cioè lui ha anche la capacità magnetica che passi due ore a chiacchierare con lui e scopri che è un bel parlare, perché è un parlare del sé, veramente, e questo lui lo trasmette... Poi ci ha 'sta capacità magnetica di captare e la capacità fisica di trasmettere anche fisicamente... c'è una coscienza in lui, che ha coscienza di essere divisa, perciò è matura (...) pensando a Giorgio, così, quando l'ho conosciuto io, nel '58, suonatore di chitarra rock, poi cantante rock, era effettivamente un'altra persona, ma come lo ero io, come lo eravamo tutti. Io l'ho ritrovato dopo un po' di anni, ho ritrovato lui con la stessa carica del far musica come fatto fisico, e lui con un cervello, con un 'tutto' suo - voglio dire - che è cresciuto in un modo straordinario".

- Ci si potrebbe addentrare in una definizione di cultura... Per me cultura è un "modo di interrogazione". (...) Posso dire che in ciò che serve a me, esistenzialmente, l'interrogazione è centrale, per capire di più di sé, del mondo. Il fascino di questo mestiere d'artista è proprio avere dentro questa... cosa, questa interrogazione. (W. Gatti, "Parlo in grigio", Il Sabato 20/7/1991)

– Il mio personaggio è un me stesso che tende all'oggettivazione di me stesso: non è un me stesso reale, con i miei tic ed i miei nei. È proprio un personaggio che io proseguo: è questo 'signor G' che cito all'inizio, che è nato negli anni Settanta e che, quindi, in qualche modo, ha molto a che vedere con me, anche se, naturalmente, può essere un me stesso in situazioni diverse. In quello che dico, credo di attingere molto, anche dal punto di vista della recitazione, dai miei modi della vita. Quando recito non mi dico: in questo personaggio devo entrare gobbo e faccio Riccardo III: no, entro normale. È come se il mio teatro non avesse soltanto la barriera di quello che accade sul palcoscenico e della gente che lo vede, ma tenesse conto che c'è un uomo che esce dal camerino, che va sul palcoscenico e dice: siamo qua, parliamone e vediamo un po' cosa succede. Siamo soltanto questa gente che si ritrova in un teatro: a me sembra di avere delle cose da dire e le dico; è un meccanismo molto semplice. (C. Canovi e F. Azzali, " Giorgio Gaber", Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia - 1994)

- Esistono due modi di far spettacolo: o vai sul palcoscenico per farti vedere (e quindi affermi te stesso), o ci vai perché cerchi una comunicazione col pubblico. Non dico che con noi in teatro si formi un'appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo scoperto per noi stessi. È questo che rende il mio mestiere uno dei più belli che si possano fare. Cosa volere di più, per 120 sere all'anno? (M. Bernardini, "Gaber. Alla ricerca dell'Io", Tracce maggio 1999)

– Una volta finito lo spettacolo c'è una specie di rilassamento in tutti, una specie di abbandono della concentrazione che bene o male ti è imposta, per cui c'è questo lasciarsi andare, che anche per me è molto piacevole fisicamente, e credo che si avverta; diventa uno stare insieme, si supera lo spettacolo e si sta insieme. (...) Alla fine mi verrebbe da chiedere "come siete stati?" più che "vi è piaciuto?". È un atteggiamento un po' diverso: è lo stare insieme che diventa prevalente. Non credo, anzi escludo, che sarebbe lo stesso se facessi uno spettacolo solo di bis: è proprio perché c'è prima uno sforzo da parte di chi ascolta e di chi esegue, una specie di compressione a favore di un approfondimento di certi temi, di certi discorsi, di certe emozioni, che alla fine il rilassamento diventa piacevole per tutti, e credo che il senso dei miei bis sia proprio questo. (L. Ceri, "Il sogno di Giorgio Gaber", Mucchio Selvaggio n. 188, settembre 1993)

Si delinea la strada di un genere di rappresentazione composito, la costruzione di un progetto e di un lungo discorso: un "teatro d'intervento" sull'oggi, dove ogni spettacolo tratta temi diversi attraverso il linguaggio autonomo della canzone a teatro.

– (...) Direi che dal "signor G" in avanti esiste un percorso molto conseguente. Poi, "Libertà obbligatoria", ti ripropone la tua responsabilità individuale, si scaglia contro le finte aggregazioni – questo fasullo desiderio di una falsa coscienza – e ti ributta in faccia una tua responsabilità individuale, perché oggi che la produzione ti divora e ti entra nei polmoni, è diventata una battaglia da fare nelle piccole cose, nei propri gesti. (C. Bernieri, "Non sparate sul cantautore", Mazzotta editore, Torino 1978)

- Saccheggiamo moltissimi autori: da Adorno a Céline, da Pessoa a Cioran, da McEwan a Grandes, da Laing a Cooper; prendiamo un po' da tutti perché il nostro scopo non è quello di scrivere per il teatro, ma quello di scrivere per Gaber. Non ci arroghiamo il ruolo di autori, ci piace soltanto sviluppare insieme dei ragionamenti partendo da alcuni spunti. (C. Pino, "Amico treno" - 'Da Goganga al Dio bambino', Baldini & Castoldi 1997)

Il "Teatro Canzone" è il 'genere' espressivo assolutamente originale nel percorso artistico di Giorgio Gaber: la canzone – così intesa – è in realtà l'unione tra un testo che ha in sé un suo racconto preciso e una musica che ne amplifica il fatto emotivo. Il teatro è un ulteriore mezzo per aumentare la resa emotiva del concetto: il testo, la musica, le luci, il palcoscenico, tutto è in qualche modo in funzione di un allargamento emotivo.

- Dario Fo è stato un maestro con i suoi preamboli, quelle lunghe chiacchierate poste all'inizio dei suoi spettacoli. Jacques Brel è stato un maestro per via di quel suo canto interpretato più da attore che da vocalist. Anche Eduardo, con la sua geniale lentezza, è stato un maestro. E forse certi cantanti come Bécaud, come Aznavour. Rispetto alla canzone francese però, Luporini ed io abbiamo avuto un'audacia in più: vi abbiamo talmente creduto da trasformarla in un mezzo di comunicazione immediata. Non quindi la canzone che si ascolta ripetutamente come testimonianza di costume di una certa epoca e che proprio attraverso il ripetuto ascolto provoca in te tutta una serie di ricordi e di emozioni. (M. G. Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996)

Negli spettacoli dei primi anni '70, i monologhi erano ancora solamente dei raccordi recitati tra le canzoni. La crescita e l'affinamento del mezzo espressivo modifica la scrittura dei pezzi in prosa, che assumono nel tempo una dignità autonoma parallela alle canzoni, dando vita ad una forma di recital che, attraverso il corpo scenico di Gaber, dà ancora maggiori possibilità espressive della commedia o del grande monologo. I monologhi e le canzoni sono come tanti spunti collegati emotivamente tra loro che affrontano le tematiche più rilevanti, i problemi sociali più 'urgenti' di un certo periodo: Gaber analizza di volta in volta le istanze più sensibili, propone degli interrogativi, smaschera le contraddizioni, denuncia i disagi dell'individuo facendosene carico e raccontando (da diverse angolazioni e spesso attraverso la chiave dell'ironia) quello che accade, dentro e fuori di noi.

- Un recital per me è una specie di panoramica delle cose che mi hanno colpito o stimolato di più nell'anno: una trasfigurazione a livello musicale di uno sfogo che uno ha dentro e che fa esplodere in una serie di canzoni, in una situazione che poi diventa teatrale. (F. Zampa, "Individuo, vieni fuori", Il Messaggero 29/10/1983)

- Guardo molto dentro me stesso: non è rabbia. È autoanalisi. Serve a farmi capire gli altri, ma anche serve a me per resistere all'omologazione imperante. (Si. Ro., "Gaber: ora sono un laureato del teatro", La Stampa 1/6/1989)

- Quando canto c'è un po' più di energia e quindi è più una festa; quando recito c'è un po' più di concentrazione e quindi più profondità. (...) Quando non lavoro mi annoio molto. Cerco di distrarmi continuando a pensare al lavoro: lo stacco totale in un certo senso mi deprime. Per fortuna la tipicità del mio mestiere "obbliga" a raccogliere informazioni, esperienze in tutti i momenti e in tutte le situazioni che si creano durante le giornate di riposo. (C. Pino, "Amico treno" - 'Da Goganga al Dio bambino', Baldini & Castoldi 1997)

- Porto avanti da otto anni un mio lungo "recital" e oggi avrei bisogno forse di esperienze diverse. Non dico che ho concluso un periodo, ma sicuramente il mio ultimo spettacolo è stato un punto d'arrivo. Ho incominciato accennando a un tic, poi ho visto che era una peste, e ho finito parlando di un cancro. (...) E poi anche il linguaggio e le parole si modificano, devi sempre aggiustare il tiro. Ho bisogno di una specie di testo mobile che segua da vicino una realtà che cambia. In questo senso io faccio, non ho paura di dirlo, un esperimento pressoché unico di canzone che ora è sempre più vicina al teatro che alla musica. (M. Porro, "Gaber: sono un filosofo ignorante", Corriere della Sera 4/6/1978)
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Anni 80

Nel novembre del 1980 Gaber pubblica con una piccola etichetta indipendente e dopo lunghe vicissitudini, "Io se fossi Dio", un 'singolo' di 14 minuti. La canzone, scritta in seguito all'uccisione di Aldo Moro e pubblicata più tardi per ragioni di censura, è concepita come un violento esplicito pamphlet contro il grigiore della scena italiana contemporanea e va considerata come il momento culminante di un'intera fase del lavoro di Gaber e Luporini. Il brano viene inserito nello spettacolo "Anni affollati" (1981-'82) che chiude una prima parabola di intervento sul sociale del "Teatro Canzone".

Io se fossi dio
(e io potrei anche esserlo, se no non vedo chi)
io se fossi dio non mi farei fregare
dai modi furbetti della gente non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente
sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare appunto cosa fa la gente.

...

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.

– Certe volte mi chiedo perché non me ne resto più tranquillo, perché non mi metto a scrivere cosette rasserenanti, magari gioiose. Poi mi guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono. Le cose che voi giornalisti non avete più il coraggio di scrivere. Vorrei sapere, per esempio, perché fino a qualche anno fa si poteva parlare liberamente di Moro, dicendo che anche lui è responsabile del disastro in cui ci troviamo, mentre oggi non si può più. La retorica ufficiale, la pietà istituzionale, ci impediscono di avere reazioni spontanee, umane. Anche di provare pena, dolore (...). Cercheremo di spiegare che questa voglia di Dio è soprattutto una voglia di avere una spinta, un desiderio morale. Voglia di credere, voglia di esistere. Non ci interessa collocarci al di là del bene e del male, come quei nostri amici che ascoltando "Io se fossi Dio" ci chiedevano: ma chi ve lo fa fare? Perché prendersela tanto? Loro pensano che non sia il caso di indignarsi. Che va bene tutto. E invece no: va bene un cazzo. Se non si lotta per cercare una ragione, per inseguire la chiarezza, tanto vale crepare. Anch'io mi diverto molto a giocare a palla. Ma per due ore al giorno, non per dodici. (M. Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982)

Con gli spettacoli degli ultimi anni '80, Gaber e Luporini cambiano registro, sperimentano la prosa con un "Teatro d'evocazione" dove l'attore, solo in scena, fa rivivere attraverso il monologo personaggi e situazioni che sono nella sua memoria.
Attraverso il personaggio solista che riflette e comunica i propri pensieri, il dialogo è sintetizzato all'essenziale, si ricostruisce un percorso più letterario. Non è il monologo del teatro classico: è l'io interiore che parla.
"Parlami d'amore Mariù" (1986-'88) è un racconto a struttura aperta con brevi atti unici in forma monologica e canzoni che costituiscono un'ampia indagine sulla tematica dello spettacolo.

– (...) Se vai in piazza e vedi delle bandiere rosse e bianche unite intorno alle Istituzioni per difenderle dalle Brigate Rosse, puoi anche provare un tale disagio che scrivi una canzone come "Io se fossi Dio", ma non per questo fai una azione politica. Così "Parlami d'amore Mariù" non è una finestra sul privato; è una perlustrazione nell'intimo che può svelare come certi sentimenti, anche l'amore, siano solo delle illusioni, delle forme di isteria, curiosi coaguli che vivono dentro di noi ma separati dal nostro cuore, fantasmi che coprono altri fantasmi... Per esempio, si può capire perché, quando viene a mancare una persona cara, subito dopo si potrebbe indifferentemente ammazzarsi o andare al cinema. (A. Bandettini, "Ed ora vi racconto i sentimenti di un uomo di oggi", La Repubblica 28/10/1986)

– (...) Qui (in "Parlami d'amore Mariù", n.d.r.), io e Luporini, abbiamo avuto minori riferimenti: la scelta del piano teorico è molto ridotto. Sì, se vogliamo, c'è la citazione di Botho Strauss nella "Donna al balcone", un qualche piccolo riferimento a Céline... La differenza col passato, è che lì c'era il desiderio di sostenere un qualche piano teorico. Qui, dato il tema della nostra, attuale, discontinuità dei sentimenti, questo piano teorico ci è sembrato meno utile. (A. M. Mori, "Giorgio Gaber. Il piacere dei sentimenti", La Repubblica 6/11/1987)

"Il Grigio", in scena nelle stagioni teatrali dal 1988 al '91, è un vero e proprio racconto in prosa (con il quale, nel 1989, vince il premio teatrale Curcio come miglior attore).

- Affronto l'oggi con tutti i suoi problemi, gli stessi problemi che appartengono a ognuno di noi, giovane o ex giovane che sia. Rifiuto e combatto questa volgarità dilagante. Racconto il disgusto generale, la difficoltà di dar battaglia al nemico, perché non esiste più un nemico immediatamente identificabile. Il nemico è ormai dovunque, anche dentro di noi. E per meglio individuarlo, bisogna inventarsene uno. Magari un topo. (A. Pieracci, "Signor Gaber, mi manda papà", La Stampa 18/4/1989)

Nel 1989-'90, una parentesi: "Apettando Godot" con Enzo Jannacci, dopo trent'anni da "I due corsari" (rivisitati un po' per gioco nel 1983 come "Ja-Ga Brothers").

- (...) Io sento che Beckett sia sempre stato un mio maestro, per quanto mi riguarda. Sul piano della scrittura teatrale, tutto il teatro contemporaneo non può non tener conto che c'è stato Beckett, ecco. Così, pur non essendo stato molto divulgato, è un classico. L'avvicinamento a Beckett, inoltre, mi dà la possibilità di lavorare con Enzo, quindi di allargare le mie possibilità sul palcoscenico come attore. Mi sembra un bell'arricchimento, per me lo è. (D. Cohen, "Gaber-Jannacci 'Aspettiamo Godot'", Chorus giugno 1990)
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Nel 1991, lo spettacolo antologico "Il Teatro Canzone", presentato al Festival estivo "La Versiliana" (che verrà poi pubblicato in quattro home video col titolo di "Storie del signor G".), ripropone parte del repertorio precedente col desiderio esplicito di verificare a distanza di anni l'attualità dei temi via via svolti, in considerazione anche del fatto che molte composizioni erano state eseguite in spettacolo una sola volta e quindi con una possibilità di espansione chiaramente limitata. Il recital offre una magnifica attualità, scandisce l'ineluttabilità delle passate e odierne incertezze, anche perché la cifra fondamentale dei testi di Gaber-Luporini è in definitiva sempre stata di tipo esistenziale, ovvero non ha mai creduto ad una netta distinzione tra l'uomo e le sue vicende socio-politiche.
Un Gaber perfetto che dimostra di avere ancora una volta ragione: l'ironia, la possibilità di "saltare il piano" e indagare sulla realtà da diverse angolature (un umorismo da situazione dove si mette in gioco se stessi in modo tutt'altro che gratuito), è la chiave necessaria per mettere a nudo le contraddizioni e i disagi dell'uomo e insieme il tentativo di esorcizzarli. Il lavoro di Gaber e Luporini, sia per il linguaggio sia per i contenuti, non solo mantiene un valore inalterato nel tempo ma anticipa concetti e idee destinate ad entrare nel patrimonio collettivo.

- Ti dirò una cosa: in questi ultimi tempi sto facendo anche il direttore artistico di un teatro e quindi in questa veste mi è capitato di incontrarmi varie volte con molti ragazzi, con molti giovani, e ho avuto l'opportunità di confrontarmi quindi con un pubblico che sicuramente è all'oscuro di buona parte del nostro ventennale lavoro. Ed ho avuto la sorpresa di constatare che a loro moltissime delle nostre cose risultano nuove ed attuali, come l'entusiasmo che ho sentito per una canzone come "Le elezioni", che per noi è ormai ovvia e scontata, e questo mi fa capire che non solo il contenuto della canzone è attualissimo, ma anche la musica, e in questo senso non ci sono state delle eccessive trasformazioni. Insomma questo tipo di rapporto di comunicazione tramite la canzone, che è un rapporto di primo ascolto, funziona ancora benissimo. E se è vero che queste canzoni sono indubbiamente legate a certi periodi e a certi spettacoli, alcune di esse possono essere tranquillamente riproposte anche oggi. (L. Ceri e G. Martini, "Il signor G suona la chitarra", Chitarre n.51 - giugno 1990)

- Del mio teatro, dei numerosi spettacoli di monologhi e canzoni che ho realizzato negli anni Settanta e Ottanta, l'unica testimonianza esistente era la registrazione discografica dal vivo degli spettacoli stessi; mentre sul piano dell'immagine, se si esclude una registrazione realizzata dalla Rai nel 1980, non esisteva praticamente niente. Ecco quindi la decisione di trasportare in video il mio teatro-canzone. Ho lavorato, come mia abitudine, con modalità che definirei quasi "autarchiche". Ho scelto un teatro e con Sandro Luporini e i miei musicisti ho rivisitato il repertorio che considero più interessante e più attuale; ho quindi chiamato una troupe televisiva con la quale ho studiato nei minimi dettagli le modalità per le riprese e infine ho aperto il teatro al pubblico. Così, in rapidissima sintesi, sono nate queste "Storie del signor G". (G. Gaber, "Sì alla tv, testimone del mio teatro", La Stampa 24/10/1992)

– Questo spettacolo nasce in modo particolare: volevamo fare un excursus, una specie – per carità, senza presunzione – di antologia di questi vent'anni di teatro. Devo dire che il pubblico ha reagito in maniera talmente positiva che io stesso, poi, ripercorrendo questi anni, ho trovato delle validità nei testi scritti precedentemente: mi hanno stimolato anche ad andare avanti e ad affrontare questo 'Teatro Canzone' come un appuntamento aperto (...), elaborando via via i brani che mi sembravano validi e che continuano ad interessare il pubblico. Lo spettacolo dà possibilità di rinnovamenti, si inseriscono motivi nuovi e, in effetti, si sente, anche dai testi, che alcune idee sono nate molto più di recente. Dall'estate scorsa ad oggi è cambiato perlomeno metà spettacolo: si chiama sempre 'Teatro Canzone' (sarebbe anche ingiusto chiamarlo in un altro modo, perché adotta la medesima formula), però cambia, si rinnova, al di là delle cassette già registrate: lo spettacolo cambia e si modifica ed arriva alla fine molto diverso da come è partito. Probabilmente potrà anche durare, essere presentato al pubblico per diversi anni, dal momento che è uno spettacolo che si rinnova. Può essere, perciò, un appuntamento interessante anche mantenendo il titolo "Teatro Canzone" (che però diventerà '93, '94, '95...) e riproponendo la stessa formula ad episodi. (C. Canovi e F. Azzali, " Giorgio Gaber", Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia - 1994)
Continua lo spoiler..
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:44

Biografia Gaber..continua

Spoiler:

(...) Non è una canzone politica ma una pagina esistenziale, il racconto di un malessere. Accadde che una parte della mia generazione andò, per anni, verso un progetto utopico che chiamavamo comunismo. Forse impropriamente, visto che nessuno di noi mirava alla dittatura del proletariato, né alla Comune dei cinesi, né al riscatto dei contadini russi. Non era questione di schieramenti, ma di stati d'animo: quella cosa ci aveva preso emotivamente, ed accomunava persone divise da differenze enormi, perfino hippy e anarchici, che col comunismo non c'entravano per niente. Più che una dottrina, insomma, ci muoveva uno slancio, una grande speranza. E quando la speranza sparisce, non è che stai lì a pensare che c'è ancora Cuba, o che è nata Rifondazione: è finita l'utopia, se ne va l'illusione di poter agire, noi, per le generazioni che verranno. E allora rimani vuoto e solo, e chi se ne frega di Breznev o del delirio delle Bierre: ci fai su una canzone, non solo per raccontare la tua solitudine, ma per spiegare a te stesso che uno slancio non va mai rinnegato: sarebbe come buttar via, con l'acqua sporca, anche il bambino. (C. G. Romana, "Il signor G contro i partiti", il Giornale 6/11/1996)

Nel 1993 mette in scena "Il Dio bambino", una sorta di "romanzo teatrale" dove il monologo interiore sostituisce il dialogo e l'azione della prosa classica. Nel 1994 pubblica il libro "Gaber in prosa - Il teatro d'evocazione di Giorgio Gaber e Sandro Luporini" che raccoglie i testi di "Parlami d'amore Mariù" (compresi alcuni brani non rappresentati a teatro), "Il Grigio" e "Il Dio bambino".

- C'è un protagonista solo che racconta, rievoca. Ma quando l'emozione si fa forte, il racconto non è più al passato, diventa presenza viva, verità. Naturalmente dal suo punto di vista. Io chiamo questa drammaturgia 'teatro di evocazione' e penso che sia più adatta oggi a raccontare rispetto al dialogo e alle commedie tradizionali. (...) In realtà, come sempre nel mio teatro, il protagonista condivide molti dei miei attributi. Non mi sarebbe possibile una verità evocativa se non si trattasse di problemi che ho scoperto dentro di me. (U. Volli, "Un dio bambino per Gaber", La Repubblica 26/9/1993)

Dalla stagione 1995-'96 riprende il 'Teatro Canzone'. I testi degli spettacoli, dal 1996 al 2000, vertono via via sempre più sull'indagine e l'approfondimento del discorso sull'individuo: lo smascheramento delle contraddizioni che vive con se stesso e in rapporto alla società che lo induce a gesti omologati o comunque non antagonistici, oltre le apparenze, alla logica della produzione e del mercato. Solamente un'onesta presa di coscienza della realtà può far intravedere la possibilità di un cambiamento. Nel continuo tentativo di ritrovare un'autenticità all'interno delle sue istanze, l'uomo Gaber "somatizza" le idee e allontana le ideologie, tendendo ad una visione filosofica "antropocentrica" e anche provocatoriamente umanistica del mondo.
"Un'idiozia conquistata a fatica", lo spettacolo ripreso in questi anni in diverse stagioni teatrali, ha un riferimento preciso e molti legami con "Libertà obbligatoria". Con esso non condivide solo certi temi (come ad esempio la "teoria del mercato" di Pasolini) ma sembra portare a termine il percorso iniziato nel 1976. Se "Libertà obbligatoria" era una risposta amara alle domande del 'signor G', "Un'idiozia conquistata a fatica" porta alle estreme conseguenze il discorso iniziato più di vent'anni prima.

– Mi chiedevi a che punto siamo arrivati: io non so cosa succederà nel futuro, ma sembra che nella nostra produzione teatrale ci siano stati due momenti di grossi interrogativi. Dopo essere partiti dal signor G siamo arrivati ad uno spettacolo che si chiamava Libertà obbligatoria, nel 1976; con quello spettacolo arrivavamo a delle conclusioni non dico definitive, ma abbastanza comprensive del tutto. E così siamo ripartiti. Mi sembra che questo spettacolo (Un'idiozia conquistata a fatica – stagione 1998-'99), che tu giustamente collochi in un senso più collettivo che personale e sentimentale, ancora una volta arriva, per la seconda volta nell'arco di questi trent'anni di lavoro, ad un altro momento di conclusione di un percorso. Uno spettacolo più "teorico", non perché i sentimenti non ci interessano, direi anzi che sono quelli che ci fanno vivere e morire. (A. Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998)

- È un momento in cui ognuno si fa assolutamente i fatti propri, senza interesse per gli altri, in cui sembra proprio che percepire l'esistenza reale di un'altra persona sia impossibile, che non esista appartenenza a nulla. Ricordo anni in cui il senso collettivo era presente come istinto nelle persone, poi via via è venuto a mancare. (L. Putti, "Giorgio Gaber: questa povera Italia in mano agli egoisti", La Repubblica 8/11/1994)

– Credo che alla base del lavoro di Luporini e mio (...) ci sia un grande desiderio ci smascheramento. Del resto, da sempre, la nostra ricerca consiste nella smontare innanzitutto le nostre false convinzioni che riguardano sia la sfera personale che quella sociale con lo scopo di diffidare di alcuni finti comportamenti. Anche nella critica che noi da sempre abbiamo rivolto alla sinistra c'è il desiderio di essere contro slogan di tipo propagandistico, a favore della chiarezza di una ricerca autentica. Abbiamo sempre avuto fiducia che se cambia la testa delle persone possono cambiare anche le cose. (M. G. Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996)

- Cerco delle persone che abbiano una "semplice" consapevolezza e non una complicata consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità. La coscienza di questi limiti credo che sia veramente la cultura. Quando io parlo di "uomini al minimo storico di coscienza" è proprio questo che voglio dire: la coscienza non è data da una quantità di conoscenze in senso orizzontale, ma dalla ricerca nel sapere, che non può che essere limitato, della profondità. La ricerca del senso della vita. La tecnologia che conosciamo allarga molto la conoscenza ma sempre in senso orizzontale; non c'è nulla nelle nuove invenzioni che ci aiuta ad andare dentro nelle cose. Può aprirci il panorama ma non vuol dire che ci dia più consapevolezza. Era più consapevole e cosciente un contadino di cent'anni fa, che sapeva sette cose ma le sapeva veramente. Noi in realtà sappiamo tutto e non sappiamo nulla. (...) Ho avuto, purtroppo come tanti, anche delusioni dalla piazza. Il fenomeno di massa è un fenomeno che non amo, e che non ho amato neanche nei momenti in cui si partecipava al movimento, che era una bella parola. Sento molto importante l'esistenza di una quantità di individui che rappresentano ognuno un desiderio, mentre la massa significa spesso l'annullamento del pensiero da parte del gruppo. La massificazione, sia essa di destra o di sinistra, è sempre negativa. Ognuno di noi ha ogni giorno molto spazio nei rapporti quotidiani per mettersi alla prova e per trovare il "qui e ora", ci sono tantissime occasioni per essere persone piuttosto che maschere. E lo smascheramento di quello che siamo mi sembra una cosa realizzabile minuto per minuto nella nostra vita. (A. Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998)

- Nel Duemila avrò 61 anni e se proprio devo fare un piccolo bilancio di questa mia esistenza mi sento in debito con il destino per tutto ciò che ho avuto la possibilità di fare e di ottenere con il mio lavoro. Certo sento gli anni che passano. E non vorrei essere come quegli artisti che vengono giudicati bravi perché identici a quando erano giovani: siamo pieni di giovani attori vecchi! Al contrario vorrei affrontare questo tempo che mi rimane con l'esatta percezione degli anni che ho, in un rapporto autentico con quello che sono. Anche se avrò 61 anni vivo il Duemila come un nuovo millennio, dunque come un inizio. (M. G. Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996)
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Anni 2000

"La mia generazione ha perso", nel 2001 segna l'eccezionale ritorno al disco di un artista che negli ultimi trent'anni si è dedicato esclusivamente all'attività teatrale (disco che arriva in testa alle classifiche discografiche) e, come un richiamo alle origini, la partecipazione allo show televisivo di Adriano Celentano (insieme a Dario Fo, Enzo Jannacci e Antonio Albanese) che rimane l'ultima apparizione di Giorgio Gaber sul piccolo schermo. Gaber si produce, nel frattempo, in una anomala tournée (per quanto non priva di precedenti): tiene conferenze nelle università e nei teatri: canta e parla del suo nuovo lavoro e, retrospettivamente, del suo percorso artistico. "La razza in estinzione" – canzone contenuta nel nuovo album "è, certamente, anche l'appassionato epitaffio di una generazione, quella sessantottina, della quale Gaber è stato lungamente compagno di strada. Tra i primi a dirne i vizi e le magagne modaiole, oggi Gaber è orgogliosamente in anticipo anche nel rivalutare il coraggio di quegli anni, e nel rivendicare quanto meno il valore della scommessa perduta (...)", come sottolinea Michele Serra in una recensione al disco.

- Io non sono distruttivo, sono stato frainteso molte volte. Penso sia meglio affrontare la realtà, se no non se ne esce più. La mia generazione ha perso. I nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo. Diciamolo. Riconoscerlo vuol dire che non è finito tutto. (F. Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001)

- Mi sembra che (il mondo) abbia preso la strada all'inverso. La mia speranza è che qualcuno riesca a convincere gli altri che basta, bisognerà cambiare cammino. Che la testa della gente possa cambiare. Ogni volta che vado in scena mi carico per avere fiducia nello spettatore, proprio con la speranza che la testa della gente possa cambiare (...). (L. Arruga, "Gaber: le meraviglie di un sognatore", Il Giorno 21/10/1999)

Nel 2002 esce il volume "La libertà non è star sopra un albero" insieme a una video cassetta antologica, per l'editrice Einaudi. Il libro è insieme canzoniere e scelta ragionata dei monologhi teatrali, testi selezionati da parte dello stesso Gaber nel suo vastissimo repertorio artistico di oltre 40 anni.

- Forse per questioni anagrafiche, mi trovo in un momento di riflessione, direi quasi di bilancio. Non a caso il mio ultimo album si intitola La mia generazione ha perso. Direi che oggi prevale un senso di amarezza per le sconfitte della mia generazione. Del resto con Luporini abbiamo sempre cercato di parlare e di riflettere attorno ai nostri slanci e alle nostre utopie ma anche intorno a ciò che ci faceva male, che creava disagio a noi e forse, anzi sicuramente, non soltanto a noi. Cercando di interpretarlo e di capirlo, quel male. Oggi più che a una evoluzione positiva dell'individuo, mi sembra di aver assistito a un suo mutamento direi quasi antropologico. E vedo un uomo sempre più sopraffatto e totalmente in balia della violenza del mercato. E mi chiedo a cosa siano serviti i nostri slanci, le nostre utopie, i nostri ideali, le nostre ribellioni, le nostre trasgressioni. Purtroppo devo rispondere constatando che non siamo stati migliori dei nostri padri e non credo possiamo costituire un esempio attendibile e autorevole per i nostri figli. Siamo scesi in piazza per contestare, anche con violenza, le dittature politiche del mondo, ma abbiamo perso di fronte all'unica dittatura che ha realmente trionfato: quella del mercato. Almeno i nostri padri la Resistenza l'avevano fatta davvero. Noi non siamo stati capaci di resistere alla finta seduzione del consumo, anzi, ne siamo stati complici per quanto inconsapevoli. Credo sia importante riconoscere i propri errori e le proprie sconfitte, perché comunque la consapevolezza e l'onestà intellettuale rimangono valori fondamentali. E in ogni caso ammettere la propria sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io abbiamo una fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell'individuo e questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente. Milano, marzo 2002 (a cura di V. Pattavina, "Giorgio Gaber - La libertà non è star sopra un albero", Einaudi, Torino 2002)

1° gennaio 2003: "ultima ricorrenza"... 'il signor G' muore, nella sua casa di Montemagno, in Versilia. Gaber non stava bene da tempo: la stagione teatrale 1999-2000 era stata sospesa più volte; ultima replica dello spettacolo il 15 febbraio a San Marino.
Giorgio Gaber se ne va, lasciando, ben oltre l'immediato shock emotivo dei tanti estimatori, un enorme senso di vuoto. Resta la sua avventura esemplare, unica nel genere, di uomo 'tutto intero' nel mondo della cultura, del teatro e dello spettacolo.

- Ci sono argomenti tabù che si cerca di rimuovere. Penso che se le strade si riempissero di gente malata, forse cambieremmo la nostra testa. Invece nella nostra società, per la vergogna della malattia, vediamo solo gente sana, e questo cerco di dirlo anche nello spettacolo: quando incontriamo qualcuno che sta male abbiamo un turbamento fuori misura, come se non sapessimo che quello è il nostro specchio. Mi sembra che il tabù della nostra epoca sia la mancanza di consapevolezza delle cose importanti e tragiche, essenziali della vita. La spinta dovrebbe essere a parlare di queste cose non in modo macabro o funebre ma come un fatto vitale, perché morte significa vita. (A. Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998)

24 giorni dopo... il 24 gennaio esce l'ultimo lavoro: un album dal titolo "Io non mi sento italiano", per il quale Gaber si era impiegato con grande determinazione nella seconda parte dell'anno precedente.

"(...) Questo Gaber (e questo Luporini, coautore di sempre) è quello più devastante e più autenticamente 'politico', perché sposta il ragionamento e la polemica dalla scivolosa dialettica destra/sinistra alla questione davvero essenziale del nostro vivere sociale. Gaber aveva (anche nella vita) una visione quasi agonistica del conflitto tra individuo e massificazione. Il suo silenzio con i giornalisti, la sua vita privata orgogliosa e appartata, la sua stessa scelta artistica di fuggire dalla televisione e apparire in teatro nella più ostinata solitudine scenica, furono le forme ben visibili della sua estrema coerenza umana e professionale. L'io, il corpo solo, l'occhio di bue puntato sul viso, erano al tempo stesso strumento polemico e via di salvezza, indicazione di un solipsismo eroico ma mai narciso: abbiate pazienza, ma o le cose suonano e cantano in me, oppure non cantano e non suonano. È falso tutto ciò che passa intorno, che tange e che sfiora, ma senza penetrare la persona, senza animarla e turbarla: dunque falsa, nei suoi presupposti, è la società di massa, false la dittatura della folla e del mercato, false le parole che non escono direttamente dall'esperienza individuale. A questa ribellione Gaber ha dedicato gran parte dei suoi spettacoli". (M. Serra, "L'ultima sfida di un uomo libero", Il Venerdì di Repubblica 24/1/2003)



Nota sui riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni testuali di Giorgio Gaber sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr. anche il libro "Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...", a cura di Micaela Bonavia, Selene edizioni.
http://www.giorgiogaber.org/testi/testi.php per i testi teatrali e di canzoni

Spoiler:
Elenco testi in ordine alfabetico

* 1981 (1981)
* A mezzogiorno (1971)
* Addio Cristina (1986)
* Addirittura padre (1986)
* Al bar Casablanca (1972)
* Al termine del mondo (1981)
* Algebra (1973)
* Angeleri giuseppe (1974)
* Anni affollati (1981)
* Attimi (1987)
* Bambini G (1970) Ver.2
* Barbera e champagne (1970)
* Benvenuto il luogo dove (1984) Ver.1
* Benvenuto il luogo dove (1984) Ver.2
* Buttare lì qualcosa (1974)
* C'è solo la strada (1974) Ver.1
* C'è solo la strada (1991) Ver.2
* C'è un'aria (1993)
* Canzone dell'appartenenza (1996)
* Canzone della non appartenenza (1994)
* Cerco un gesto, un gesto naturale (1973)
* Che bella gente (1997)
* Che bella gente (1971)
* Chiedo scusa se parlo di Maria (1973)
* Chissà (1999)
* Chissà nel socialismo (1978)
* Ci sono dei momenti (1972)
* Com'è bella la città (1970)
* Cortesie per gli ospiti (1986)
* Cosa non mi sono perso (1984)
* Cosa si prova (1987)
* Cronometrando il mondo (1984)
* Dall'altra parte del cancello (1973)
* Destra-Sinistra (1994) Ver.1
* Destra-Sinistra (1994) Ver.2
* Destra-Sinistra (2001) Ver.3
* Dialogo I (1972)
* Dialogo II (1972)
* Dialogo III (1972)
* Dialogo IV (1972)
* Dopo l'amore (1978) Ver.1
* Dopo l'amore (1991) Ver.2
* Dove l'ho messa (1974) Ver.1
* Due donne (1970)
* E Giuseppe? (1973)
* E pensare che c'era il pensiero (1994)
* È sabato (1972)
* E tu mi vieni a dire (1973)
* E tu mi vieni a dire (1999)
* E tu non ridere (1987)
* E tu, Stato (1993)
* Elogio della schiavitù (1997)
* Eppure sembra un uomo (1970) Ver.2
* Eppure sembra un uomo (1994) Ver.3
* Eva non è ancora nata (1978)
* Evasione (1971)
* Falso contatto (1986)
* Far finta di essere sani (1973)
* Finale (Far finta di essere sani) (1973)
* Finale (Libertà obbligatoria) (1976)
* Finale (Polli di allevamento) (1978)
* Flash (1976)
* G accusa (1970)
* Gildo (1981)
* Giotto Da Bondone (1974)
* Giovani, si fa per dire (1994)
* Giuoco di bambini: io mi chiamo G (1970) Ver.1
* Gli altri (1984)
* Gli intellettuali (1972)
* Gli inutili (1991)
* Gli oggetti (1978)
* Gli omini (1973)
* Gli operai (1972)
* Gli scacchi (1974)
* Guardatemi bene (1978)
* I barbari (1996)
* I borghesi (1971)
* I cani sciolti (1994) Ver.2
* I gag-men (1974)
* I mostri che abbiamo dentro (2003)
* I padri miei (1978)
* I padri tuoi (1978)
* I partiti (1976)
* I posti giusti (1984)
* I reduci (1976)
* I soli (1987)
* Il bloccato (1973)
* Il cancro (1976)
* Il comportamento (1976)
* Il conformista (1996)
* Il coniglio (1974)
* Il contrattempo (1980)
* Il corpo stupido (1974)
* Il corrotto (2003)
* Il delirio (1976)
* Il dente della conoscenza (1973)
* Il deserto (1984)
* Il desiderio (2001)
* Il dilemma (1980)
* Il dono (1976)
* Il febbrosario (1974)
* Il filosofo overground (1996)
* Il futuro (1981)
* Il granoturco (1974)
* Il grido (1996)
* Il guarito (1973)
* Il luogo del pensiero (1997)
* Il mercato (1997)
* Il mestiere del padre (1972)
* Il minestrone (1974)
* Il miracolo (1994)
* Il muro (1973)
* Il narciso (1973)
* Il Palazzo (1978)
* Il pelo (1971)
* Il plus-amore (1974)
* Il porcellino (1981)
* Il potere dei più buoni (1998)
* Il presente (1981)
* Il senso (1984)
* Il signor G dalla parte di chi (1970)
* Il signor G incontra un albero (1970)
* Il signor G sul ponte (1970)
* Il sociale (1984) Ver.1
* Il sociale (1984) Ver.2
* Il sogno di Gesù (1976)
* Il sogno di Marx (1976)
* Il sosia (1981)
* Il successo (1996)
* Il suicidio (1978) Ver.1
* Il suicidio (1991) Ver.2
* Il tempo quanto tempo (1994)
* Il tennis (1976)
* Il tutto è falso (2003)
* Il vecchio (1978)
* Il voto (1999)
* Incontri (1997)
* Introduzione (1973)
* Introduzione (1976)
* Introduzione (1978)
* Io come persona (1994)
* Io conto (1999)
* Io credo: autoritratto di G (1970)
* Io e le cose (1984) Ver.1
* Io e le cose (1994) Ver.2
* Io non mi sento italiano (2003)
* Io se fossi (1984)
* Io se fossi Dio (1980) Ver.1
* Io se fossi Dio (1991) Ver.2
* Ipotesi per una Maria (1981)
* Isteria amica mia (1987) Ver.1
* Isteria amica mia (1994) Ver.2
* L'abitudine (1984)
* L'abitudine (1995)
* L'America (1976) Ver.1
* L'America (1995) Ver.2
* L'amico (1971)
* L'analisi (1974)
* L'anarchico (1981)
* L'attesa (1981)
* L'audience (1984)
* L'azalea (1999)
* L'elastico (1973)
* L'equazione (1995)
* L'equilibrio (1994)
* L'esperienza (1978)
* L'illogica allegria (1980)
* L'impotenza (1973)
* L'ingenuo (1978)
* L'ingenuo (I parte) (1997)
* L'ingenuo (II parte) (1997)
* L'ingranaggio (prima parte) (1972)
* L'ingranaggio (seconda parte) (1972)
* L'inserimento (1976)
* L'insolito commiato del signor Augusto (1986)
* L'intossicato (1984)
* L'obeso (2001)
* L'odore (1974)
* L'orgia: ore 22 secondo canale (1970)
* L'ultima bestia (1970)
* L'ultimo uomo (1981)
* L'uomo che sto seguendo (1987)
* L'uomo muore (1976)
* L'uomo non è fatto per stare solo (1978)
* L'uomo sfera (1970) Ver.1
* L'uomo sfera (1970) Ver.2
* La ballata dell'immaginario R.M., P.B. e altri (1980)
* La benda (1972)
* La bombola (1972)
* La bugia (1974)
* La cacca dei contadini (1976)
* La caccia (1971)
* La chiesa si rinnova (1971) Ver.1
* La chiesa si rinnova (1995) Ver.2
* La collana (1972)
* La comune (1973)
* La coscienza (1976)
* La democrazia (1996)
* La dentiera (1973)
* La donna al balcone (1986)
* La famiglia (1973)
* La famiglia (1999)
* La festa (1978) Ver.1
* La gente è di più (1987)
* La legge (1998)
* La leggerezza (1974)
* La libertà (1972)
* La macchina (1972)
* La marcia dei colitici (1973)
* La massa (1984)
* La masturbazione (1981) Ver.1
* La masturbazione (1994) Ver.2
* La natura (1973)
* La nave (1973) Ver.1
* La nave (1973) Ver.2
* La nave (1991) Ver.3
* La parola io (2003)
* La paura (1978) Ver.1
* La paura (1991) Ver.2
* La pecora Dolly (1998)
* La peste (1974)
* La pistola (1978)
* La presa del potere (1972)
* La ragnatela (1974)
* La razza in estinzione (2001)
* La realtà è un uccello (1974) Ver.1
* La realtà è un uccello (1994) Ver.2
* La realtà è un uccello (1995) Ver.3
* La sedia (1972)
* La sedia da spostare (1995)
* La smorfia (1976)
* La solitudine (1976)
* La stanza del bambino (1998)
* La stanza del nonno (1999)
* La strana famiglia (1994)
* La vestizione (1984) Ver.1
* La vestizione (1984) Ver.2
* Latte 70 (1971)
* Le carte (1976)
* Le caselle (1973)
* Le cipolle (1972)
* Le elezioni (1976)
* Le mani (1974) Ver.1
* Le mani (1991) Ver.2
* Le palline (1973)
* Lo shampoo (1972) Ver.1
* Lo shampoo (1973) Ver.2
* Lo shampoo (1991) Ver.3
* Lo specchio (1999)
* Lona (1976)
* Luciano (1981) Ver.1
* Luciano (1984) Ver.2
* Lui (1971)
* Malgrado tutto un cane (1986)
* Maria Giovanna (1970)
* Massa ed energia (1984)
* Mi fa male il mondo (IIª parte) (1994) Ver.1
* Mi fa male il mondo (IIª parte) (1995) Ver.2
* Mi fa male il mondo (Iª parte) (1994)
* Mi vedo (1997)
* Nixon (1972)
* Noci di cocco (1971)
* Non è più il momento (1980)
* Non insegnate ai bambini (2003)
* Non so più (1994)
* Occhio, cuore, cervello (1984)
* Oh madonnina dei dolori (1972) Ver.2
* Oh mama! (1973) Ver.1
* Oh mamma! (1973) Ver.2
* Ora che non son più innamorato (1971)
* Piccoli spostamenti del cuore (1986)
* Pinto il greco (1986)
* Polli di allevamento (1978)
* Preghiera (1970)
* Pressione Bassa (1980)
* Prima dell'amore (1978)
* Prima ricorrenza: il signor G nasce (1970)
* Proposito d'amare (1996)
* Qualcosa che cresce (1984)
* Qualcuno era comunista (1991)
* Qualcuno era... (1994)
* Quando è moda, è moda (1978)
* Quando lo vedi anche (1976)
* Quando sarò capace d'amare (1994)
* Quello che perde i pezzi (1973)
* Quello che perde tutto (1996)
* Questi nostri tempi (1995)
* Ritratto dello zio (1980)
* Salviamo 'sto paese (1978)
* Se ci fosse un uomo (1999)
* Se io sapessi (1995)
* Seconda ricorrenza: il signor G muore (1970)
* Secondo me gli italiani (1999)
* Secondo me la donna (1996)
* Si può (1976) Ver.1
* Si può (1991) Ver.2
* Si può (2001) Ver.3
* Situazione donna (1978)
* Sogno in due tempi (1994)
* Spettacolo puro (1996)
* Strategie familiari (1986)
* Timide variazioni (1978)
* Un alibi (1987)
* Un gesto naturale (1971)
* Un uomo e una donna (1995)
* Un'emozione (1973)
* Un'idea (1972)
* Una donna (1980)
* Una nuova coscienza (1996)
* Una storia normale: Il signor G e l'amore (1970)
* Valentina (1999)
* Verso il terzo millennio (2001)
* Vola vola: il signor G e le stagioni (1970)
* Wittgenstein (1984)


[quote="Piccolo principe"]
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Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti) - Pagina 4 Empty Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:46

Parentesi doverosa sui Gufi e il loro ispirator-attore Nanni Svampa


http://it.wikisource.org/wiki/I_mitici_Gufi
I mitici Gufi
ALLE ORIGINI DEL CABARET IN ITALIA

Michele Moramarco
2001



Gli esordi dei Gufi - ma in fondo un po' tutta la loro storia, anche quella del periodo teatrale - si collocano nello spirito del cabaret milanese degli anni '60. Importato in Italia dalla Francia dell'esistenzialismo post-bellico, il cabaret è un tipo di spettacolo che si fonda - come tutto l'umorismo - sul paradosso e su quello che Edward De Bono ha definito "pensiero laterale", ma che in più presenta specifici tratti minimalisti, surreali e fortemente corrosivi rispetto ai registri espressivi correnti. La scena del cabaret è scarna, geometrica, ipotetica; le stesse sue occasionali ridondanze estetiche sono smaccatamente spurie, parodistiche. Caratteri e situazioni risultano spesso e volentieri demenziali, remoti, opposti alla logica comune. L' elemento non-verbale è decisivo (non a caso il mimo si sposa così bene al cabaret); l'improvvisazione è benvenuta (di nuovo, non a caso nei primi cab milanesi c'è sempre, o quasi, il jazz); la dissacrazione del reale somiglia talora ad una metafisica a rovescio, come quella di Snoopy e Charlie Brown. Il cabaret italiano nasce, superfluo dirlo, cabarettisticamente. In primo luogo perché emette i primi vagiti a Parigi, e per di più vagisce in lingua francese, dunque in un posto e in un modo spiazzanti rispetto all' identità nazionale: è all' ombra della torre Eiffel che, tra la fine del 1950 e gli inizi del 1951, si costituisce e impazza il «Teatro dei Gobbi», composto da Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli e Franca Valeri. Poi, per la singolare origine del nome: "Gobbo - ricorda Virginia Caprioli nel suo ottimo libro Vittorio ed io [Marsilio, Venezia 1997], p. 180 - in gergo teatrale è un epiteto, un insulto che vuol dire mascalzone, disgraziato, guitto, morto di fame, è un soprannome spregiativo con il quale si era rivolto a loro un impresario teatrale che si rifiutava di pagare le giornate di prova e che, ovviamente piantato in asso, li aveva inseguiti per gli Champs-Elysées urlando: «Gobbi che non siete altro, gobbi maledetti!» . Al momento di dare un nome al nuovo sodalizio Vittorio, ricordandosi dell'episodio, aveva voluto che così si chiamasse". Nel terreno fertile della capitale francese, i Gobbi hanno un successo strepitoso. Pienoni al teatro del Quartiere Latino, articoli di consacrazione sulle più accreditate riviste teatrali e letterarie: " «Teatro allo stato puro», era stato definito il «mestiere» di tre italiani che si presentavano in scena senza scene, solo con un paravento o al massimo due, senza costumi, in completo grigio gli uomini e senza trucco, con un vestito di velluto nero la signorina" (V. Caprioli, op. cit., p. 181).

Tornati in Italia, i Gobbi diffondono il loro stile minimalista, caustico e paradossale dai più prudenti palcoscenici nostrani.

In gran voga negli anni '60 e '70, il cabaret italiano langue d agli anni '80 in poi. E, per un paradosso fatale, il suo declino - almeno sul piano qualitativo - è l'esito della sua popolarità. Lo spiega lucidamente, nel website della manifestazione "Milano Cabaret" di cui è patron, Roberto Carusi, autore prolifico e più volte collaboratore di Roberto Brivio e del "quinto gufo" Ario Albertarelli:

"Nato nei locali caratteristici della Francia e della Germania tra la fine del secolo scorso ['800] e l'inizio del nostro ['900], in Italia il cabaret prende quota tra il secondo dopoguerra e gli anni del miracolo economico. Ai "siparietti" dei Gobbi (Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli, Franca Valeri) farà eco la vena surreale di Giustino Durano, Dario Fo, Franco Parenti. Sarà poi la volta dei Gufi (...) mentre un capitolo a parte vale per gli attori/chansonniers come una Laura Betti e un Paolo Poli. Ma già incalzano giovani cantautori controcorrente come Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, i duetti demenziali di Cochi e Renato, le storie della "mala" fatte rivivere da Maria Monti o da Ornella Vanoni. Per Paolo Villaggio come per Beppe Grillo, infine per Massimo Troisi (anzi, per La Smorfia, da lui costituita con Arena e De Caro), la platea incomincia, grazie alla diffusione televisiva del cabaret, ad allargarsi (......) Una specie di arma a doppio taglio. Se aumenterà infatti, da lì in avanti, il numero degli spettatori, certo lo spettacolo ne perderà in qualità. Il turpiloquio gratuito, la battutaccia facile, l'imitazione grossolana sostituiranno spesso la pungente satira di costume che del cabaret era un segno distintivo. Eppure ogni tanto c'è chi riprende una sana tradizione o, viceversa, apre nuove vie a quello specchio deformante che è il cabaret...."

Intervistato dallo stesso Carusi per Passaparola , il foglio di "Itineraria", un'associazione molto attiva nell'allestimento di manifestazioni di cabaret, Brivio concorda sull'ipotesi che il regime televisivo possa nuocere al cabaret:

"Giova alla popolarità del personaggio: per stabilire un contatto con il pubblico (il che comporta, quasi automaticamente, l'aumento del cachet e delle «chiamate» da parte dei locali" (R.Carusi: I Gufi hanno precorso i tempi. Quattro domande a Roberto Brivio, in Passaparola, maggio 1997).

Da parte sua, Patruno annota:

"Quando il cabaret è entrato in televisione ha preso il posto del varietà, ma in realtà ne è stato contaminato, al punto che è diventato uno pseudo-cabaret, annacquato e volgare.
Il cabaret vero forse lo farà qualcuno in qualche cantina, per conto suo".

E in direzione analoga - anche se più disincantata rispetto al passato - va la testimonianza di Paolo Poli, un vero e proprio affondo storico nella stagione che vide i Gufi tra i protagonisti del cabaret:

"Negli anni '60 c'era un clima di rinascita del teatro minore. Accanto ai nascenti teatri stabili c'era tutta una serie di piccole platee. Io mi misi in proprio e cominciai a produrre i miei spettacoli; all'inizio si era in tre, quattro persone, ad esempio io, una ballerina e un chitarrista. E fu chiamato cabaret. Ma non ero io solo a farlo. Accanto a me lavorava Laura Betti, importantissima, che aveva fatto musicare certe poesie di letterati come Pasolini e Moravia da autori di valore come Fiorenzo Carpi e altri. Poi c'era Giancarlo Cobelli, che nasceva più come mimo che come cantante o ballerino, ma che aveva fatto alcune cose come protagonista con Strehler.... Facevamo degli spettacoli misti, in cui si alternavano poesie e canzoni estreme - o popolari, o molto intellettuali. Insomma, la sopra- e la sottoletteratura.

Prima di noi c'erano stati "i Gobbi", di sapore parigino. Da noi le cose arrivano di rimbalzo. Pensiamo solo alla parola "sketch", che deriva dell'italiano "schizzo" - il disegno veloce degli artisti rinascimentali - e all'italiano ritorna passando dalla lingua inglese, col significato di scenetta breve.

Anche Dario Fo ha qualche ascendenza francese. Veniva infatti dalla scuola di mimo di Lecocq.

In Italia accadde che certe nostre cosucce furono assorbite dalla tv per ragazzi, in particolare da Cino Tortorella, Mago Zurlì; la moglie Jacqueline Perrotin ha scritto - e scrive tuttora - musiche per me.

I Gufi non li vidi mai in scena, perché mentre muovevano i primi passi io facevo ormai compagnia di giro. Ci siamo qualche volta alternati nei medesimi luoghi (nelle pause delle mie tournées mi esibivo anche nei cabaret, come il Cab 64, nel sottosuolo di Milano). Somigliavano, nella "mise", ai Frères Jacques, anche se a forza di cercare ascendenze potremmo arrivare a Eva, la prima cabarettista, che forse fece la sceneggiata col serpente per rompere la noia in Paradiso.

Comunque, anche se come ho detto prima negli '60 vi fu un certo fervore intorno al teatro minore, dovremmo evitare l'errore romantico di glorificare le origini. Anche quello fu un periodo confuso e cialtrone come l'odierno. D'altra parte non c'è il periodo buono . La parabola evangelica dei semi gettati, di cui uno va a finire tra i sassi, un altro tra le spine ecc., è sempre valida . Dalle mille sollecitazioni della storia viene fuori qualcosa qui e là, sporadicamente. Ma non si può dire: "è primavera, ogni fiore fiorisce".

Allora c'era la televisione agli inizi e si sperava che avrebbe sviluppato un suo linguaggio speciale, precipuo. Viceversa è rimasta, come diceva Flaiano, un brutto cinema alquanto migliorato dalla buona pubblicità. Io allora facevo una stagione teatrale molto più breve di oggi (un centinaio di serate contro le duecento attuali) e così vendevo i cascami della mia produzione, che non disturbavano nè Cristo nè Satana, alla televisione. Piccole partecipazioni, senza avere mai una mia rubrica. Ero sempre ospite, ora di Gaber, ora di Mago Zurlì, ecc.

Oggi, per chi si affaccia sulla scena, ci sono mille canali, tante platee e occasioni di lavoro, ma meno richiesta di preparazione. Ai tempi nostri un attore era "cotto", cioè pienamente formato, a cinquant'anni. Oggi si fa molto prima. Ma si dura anche molto meno. Come alla fiera bovina di Verona, la mucca più giovane porta via la bandiera alla più vecchia. Un tempo non era così, c'era una certa continuità di lavoro".

(…) Come spesso ricorda Nanni Svampa, ancora oggi non è sempre chiaro se per cabaret debba intendersi un luogo o un genere di spettacolo. Ovviamente il nostro gufo è attestato sulla seconda posizione, ed è giustificato, nel farlo, dai dati storici. Quando nel 1966 iniziano l'esperienza del "cabaret in teatro", i Gufi ricalcano in realtà alcuni precedenti, quello di Dario Fo, Giustino Durano e Franco Parenti (Il dito nell'occhio, Sani da legare) e quello, ancora precedente, de "I Gobbi". Il setting di questi gruppi è teatrale, lo stile cabarettistico. Un discorso analogo vale per Paolo Poli e Giancarlo Cobelli, che si esprimono nel circuito teatrale più che in quello, ancora in erba, dei cab. E' un fatto, tuttavia, che quando negli anni '60 si parla di cabaret, si visualizza una cave, uno scantinato, magari fumoso, con artisti e pubblico un po' snob, tra l'intellettualistico e l'irriverente.

(….) Entriamo innanzitutto nel proto-cab , il “Derby” o “Intra’s Derby”, le cui origini sono avvolte nel mito. Il nome, nella seconda versione, si collega a Enrico Intra, classe 1935, stessa età del gufo Lino Patruno, e come questi catturato dal jazz in tenera età. Nei primi anni ’50 fonda un quintetto che lascia il segno per verve ed eleganza. Amplia poi i propri orizzonti concertistici lavorando con mostri sacri del jazz come Chet Baker e Gerry Mulligan, senza mai snobbare la scena nazionale (del resto come potrebbe, se è un vero e proprio missionario della musica afroamericana?) e infatti, oltre che in un quasi perpetuo sodalizio con il chitarrista Franco Cerri, lo ritroviamo anche in anni recenti in trio con P. Salonia al contrabbasso e F. Mondini alla batteria.

Favoleggiano i giornalisti che nell’estate del ’61 Enrico Intra e i suoi musici (De Luca, Salonia e il giovane Enzo Jannacci), durante una serie di serate sulla riviera ligure, per ravvivare l’interesse del pubblico siano ricorsi a qualche freddura e ad alcune delle prime canzoni di Jannacci. L’espediente avrebbe funzionato e così nell’autunno successivo, a Milano, la formula sarebbe stata ripresa e potenziata.

“Storie - dice Enzo Jannacci -, perché io non suonavo con Intra. Anzi, quando lo sentivo suonare smettevo io, perché non tolleravo uno più bravo di me. In un periodo in cui ero senza lavoro – facevo il pianista nelle orchestrine – andai a trovarli, quelli del Derby, e ottenni un ingaggio. Inventai alcune canzoni per lo spettacolo “Milanin Milanun”; c’era da fare la storia musicata di Milano dal 1861 al 1961, e da questa sollecitazione venne fuori, ad esempio, Andava a Rogoredo.(…)

Ma il mio esordio cabarettistico è un altro. Dario Fo mi aveva fatto musicare La luna è una lampadina e T’ho compra i calzett de seta. Io accompagnavo Maria Monti nelle balere, d’estate, e una volta a Milano Marittima – lei cantava come sempre benissimo, pezzi raffinati, in inglese – i presenti mostrarono di non gradire, qualcuno cominciò a rumoreggiare, allora io dissi al pianista dell’orchestra locale: «Senta, lei faccia il giro di do quando vede che grido». Poi mi misi in mezzo alla pista da ballo a raccontare la storia della luna che è una lampadina, e il pianista mi seguì. Andò bene e così nacqui come personaggio da cabaret”.

Il “Derby” nasce in realtà dalla metamorfosi di un ristorante.

“Lo avevano aperto nel ’59 – scrive Carlo Castellaneta – Gianni e Angela Bongiovanni come ristorante dove si faceva del jazz. Per la vicinanza di San Siro lo avevano battezzato “Derby”, dato che molti frequentatori erano appassionati di ippica o erano giornalisti sportivi come Beppe Viola, ma in breve ai musicisti cominciarono ad affiancarsi dei giovani sconosciuti, che avevano il talento dei veri comici. Più che un locale notturno il Derby era un ritrovo di amici, un club informale dove capitava di sedersi per terra in mancanza di posti, e se tra il pubblico c’erano dei professionisti (come capitava o a Lauzi e a Poli) venivano invitati ad aggiungere un numero fuori programma. Tra attori e platea non esisteva un ero confine”

Il futuro gufo che per primo si avvicina al Derby è Lino Patruno:

“…mi era giunta l’eco che c’era un locale in Via Monterosa che era intenzionato a fare del jazz. Una sera con un amico decisi di fare un salto al Derby sperando ci potesse essere un’alternativa al Santa Tecla, unico e incontrastato jazz club a Milano in quei primi anni Sessanta.

Gianni Bongiovanni ci venne incontro e mi fece subito simpatia per quel suo modo si fare schietto e senza mezzi termini. Mi fece capire che non era intenzionato a fare del suo locale un jazz club; il jazz gli stava bene ma con qualcos’altro, mi disse. Al momento non diedi importanza a quella frase, ma a distanza di tempo ripensai a quell’episodio. Gianni aveva visto giusto; sentiva nell’aria che qualcosa doveva nascere e quel qualcosa a cui tutti cabarettisti abbiamo dato vita proprio lì, al Derby Club, è oggi storia”.

Gli ultimi due passi citati sono tratti dal volume Il Derby Club Cabaret, curato da Margherita Boretti e Angela Bongiovanni per Zelig/Baldini & Castaldi (Milano, 1996). E’ una raccolta di testimonianze e fotografie, molto interessante perché mostra come il locale di via Monterosa sia stato la vera fucina della comicità”alternativa” (poi in parte riassorbita dal mainstream) della seconda metà del Novecento. Vi hanno lavorato, più o meno da esordienti, Jannacci, Cochi e Renato, Felice Andreasi, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Aldo e Giovanni in attesa di Giacomo, Alessandro Bergonzoni, Diego Abatantuono (sua madre, Rosa, era la guardarobiera del locale), Paolo Rossi, Claudio Bisio, Malandrino e Veronica … e naturalmente i Gufi, sia pure per brevi periodi. Il fatto è che i Gufi non vengono menzionati nel volume. Si accenna a Brivio e a Magni, c’è la testimonianza di Patruno, ma del gruppo e di Svampa non c’ètraccia. Peccato.

Al Derby, dunque, si fa del jazz in pianta stabile, con Enrico Intra (che ne diventa il direttore artistico, anche se poi romperà con i Bongiovanni), Franco Cerri, Renato Sellani, Franco Ambrosetti e Pupo De Luca (l’estroverso batterista che si cimenta anche in versioni scriteriate delle più note favole per bambini), ma di tanto in tanto si possono ascoltare il Modern Jazz Quartet, Gene Krupa, John Coltrane, Lionel Hampton. Tre attori della scuola del “Piccolo” leggono poesie. Valter Valdi fa la stessa cosa con le sue stralunate produzioni dialettali. Augusto Mazzotti canta e suona surreali minicanzoni di quarantacinque secondi l’una e viene poi ingaggiato come risiere, quello che trascina il pubblico nelle risate.

Roberto Brivio, rigorosamente in nero, esegue i suoi pezzi macabri appollaiato su uno sgabello e accompagnato da Mazzotti:

“Il mio amico Tinin Mantegazza, che fu il disegnatore umoristico de La Notte per molti anni, mi truccava di nero qua e là in faccia, mi metteva un teschio in mano e mi diceva «Adesso vai in scena!» e io obbedivo: «Vorrei tanto…suicidarmi…»

Il nero degli abiti di Brivio passerà a quelli dei Gufi, ma attenzione!, al cabaret quel colore giunge dalla storia: pare infatti che fosse stato adottato dagli chansonniers francesi dopo la disfatta di Waterloo nel 1815.

Al “Derby” passano Ornella Vanoni, Bruno Lauzi (che vi aveva cantato brani jazz già nei primi anni di esistenza del locale), Luigi Tenco quando ancora si faceva chiamare Dick Ventuno e interpretava canzoni tipo Love Is Here To Stay di Gershwin, Giorgio Gaber e la sua compagna OmbrettaColli, il dr. Enzo Jannacci e Laura Betti; canzone popolare e d’autore si alternano ai numeri cabarettistici più ortodossi. Periodicamente, nel corso di questi anni, il locale si dà lustro con nomi celebri del panorama musicale internazionale: da Charles Trenet (che, ricorda Valdi nel volume curato da Boretti-Bongiovanni, per la dominanza del nero nelle pareti e nei riflettori paragonò il “Derby” a “una macchina fotografica vista dall’interno dove al posto dell’obiettivo c’è la pedana”) ad Amalia Rodriguez (tecnico delle luci: Diego Abatantuono), a Burt Bacharach e così via.

A mezzanotte viene servita su un carrello pastasciutta ai presenti, conforto utile a far le ore piccole senza crampi allo stomaco.
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http://www.storiaradiotv.it/NANNI%20SVAMPA.htm

Su Nanni Svampa

UNA VITA DA SVAMPA

di Massimo Emanuelli

(tratto da L'Opinione delle Libertà 1/12/2002)

In televisione Nanni Svampa è apparso, oltre che come cantante, come attore, autore e coprotagonista. Rai e Televisione della Svizzera Italiana sono le prime due emittenti sulle quali è comparso come autore di serial sulla canzone popolare lombarda e di serial sul repertorio di Georges Brassens, e di tre serie sulla canzone: popolare lombarda, caffè chantant, canzone d’autore. Ha recitato in Il calzolaio di Vigevano tratto dal romanzo di Mastronardi per la regia di Fenoglio, al fianco di Maria Monti, ed ha condotto con Otello Profazio E noi qui, una rubrica sulla canzone popolare. Negli anni ’80 si è poi esibito, sempre sul piccolo schermo, in Verdi (regia di Castellani, RaiDue, 1982), Wojtzeck (regia di Pressburger, RaiDue, 1982), Storia d’amore e d’amcizia (di Franco Rossi, RaiUno, 1982), Conte di Carmagnola (regia di Gregoretti, RaiDue, 1983), Melodramma (regia di Sandro Bolchi, RaiUno, 1983), Quei trentasei scalini (regia di Luigi Perelli, RaiDue, 1984), Voglia di cantare (regia di Vittorio Sindoni, RaiUno, 1985), Scarpette di gomma (regia di Baldi, RaiUno, 1988), Quando c’erano i Beatles (regia di Aliprandi, RaiUno, 1988), Giudice istruttore (di Imposimato, RaiDue, 1989).
E’ apparso in diverse televisioni private, dalla mitica Antenna 3 Lombardia, allorquando, proprio grazie ad Antenna 3 si ricostituirono i Gufi, ed è spesso ospite del programma Storie di Lombardia dell’amico Roberto Marelli. Nel 2005 interviene a Mestieri Artigiani, programma realizzato dall’Unione Artigiani della Provincia di Milano, in onda su Telenova.

Giovanni Svampa nasce a Milano, a Porta Venezia, nel febbraio 1938, sotto il segno dei pesci: “sono nato in casa, come si usava prima della guerra” Il mio umorismo – dichiara Svampa nella propria autobiografia uscita recentemente - è una reazione alla sopravvivenza: ho passato l’infanzia e l’adolescenza in un’abitazione tristissima. Mio padre era un compagnone, un brillante e ricercato barzellettiere: sul treno Milano-Luino aveva un posto sempre riservato per lui, un altro era per Dario Fom che studiava a Brera e viveva a Portovaltravaglia. Così i passeggeri ingannavano l’attesa standoli a sentire”.
Nanni Svampa debutta in teatro a cinque anni: “dovevo raccontare una barzelletta, ma era così forte l’emozione che non vedevo l’ora di finire la mia performance. Così la battuta finale la dissi fuori scena. Poi con gli anni sono migliorato”.
Per volere paterno Svampa si iscrive all’Università Bocconi di Milano, facoltà di economia e commercio, “ma subito mi accorsi che sarei stato un commercialista mancato”. Nell’estate del 1959, in vacanza all’ostello per studenti all’isola di Ponza, Nanni da vita ad una parodia goliardica sulle magie erotiche che Circe realizzò con Ulisse. Svampa si reca a Roma per assistere ad un concerto tenutosi all’Università da Georges Brassens, poeta della canzone francese, e ne rimane folgorato: “nessuno lo considerò e da allora si rifiutò di tornare a cantare in Italia. Io, estasiato, lo seguii in tv e cominciai a tradurlo in meneghino” Svampa si esibisce nell’autunno 1959 in una rivista goliardica bocconiana Teatro e Cabaret (1959-1960), è il debutto sulle scene milanesi. All’inizio degli anni ’60 Nanni porta sulle scene al Piccolo Teatro la rivista-cabaret Prendeteli con le pinze e martellateli, con uno sketch di grande impatto contro il reattore nucleare di Ispra appena inaugurato. Svampa fonda successivamente il cabaret El Lanternin in zona stazione Centrale, e intanto consegue la laurea tanto voluta dal padre. “Mio padre credeva che stessi mettendo la testa a posto, avevo conseguito la laurea, fatto il militare. E invece no. Io, testardo, volevo dimostrargli di fare seriamente un lavoro per far ridere gli altri. Allora il comico era considerato un mestiere da perdigiorno.” Sono gli anni del boom del cabaret a Milano: Bruno Lauzi, Gino Negri, Paolo Poli e i giovanissimi Cochi e Renato si esibivano al Cab ’64, Enzo Jannacci, Walter Valdi, Felice Andreasi e il piccolo Diego Abatantuono si esibivano all’Intra’s Club, altri si esibivano al Nebbia Club. “Si esisteva ad un processo di osmosi fra osteria e cabaret. Il mio grande maestro fu il Berto al tranin di Precotto: si cantava, si beveva e si mangiava rane fritte, pane e salame. Il Berto era un cantore a getto continuo, un omone, ex-ferroviere che interpretava tutto: dagli stornelli alle vecchie canzoni milanesi. Aveva un repertorio vastissimo, mi ha rinfrescato e, in parte, tramandato il grande patrimonio della tradizione orale. Un mostro di bravura.” Nel 1962, mentre prosegue la sua carriera di cabarettista si sposa con Dina, i coniugi Svampa vanno ad abitare in Via Pacini, a due passi dal Politecnico.
Dal 1964 al 1969 Svampa è fondatore, coautore, coprotagonista del gruppo di cabaret teatrale I GUFI. Un quartetto composto, oltre che da Svampa, da Gianni Magni, Lino Patruno e Roberto Brivio, tutti “milanesi”, ma con un back-ground completamente diverso. Il quartetto inizia la propria carriera nei locali e nelle cantine milanesi, ma giungono ben presto una popolarità che li porta a livello nazionale, anche grazie a passaggi televisivi a La fiera dei sogni e a Studio Uno. I Gufi devono la propria notorietà nazionale anche ai Caroselli pubblicitari e al film Idoli controluce. Svampa è il cantastorie della formazione che si esibisce nei locali Capitan Kid e Derby, scrivendo pagine indimenticabili nella storia del teatro leggero moderno e del cabaret. Gianni Magni e Nanni Svampa vestono in calzamaglia nera e bombetta. Molti furono i loro successi discografici, cabarettistici e teatrali, il successo dura cinque anni, poi i Gufi, “i Beatles dei Navigli” e Nanni il John Lennon dei Gufi, si sciolgono nel 1969 come i quattro di Liverpool. “E’ sempre meglio – ricorda Svampa a tanti anni di distanza – che i rapporti finiscano al momento giusto. Ciascuno di noi stava già pensando a lavorare in proprio. A me l’idea del gruppo andava troppo stretta, e ci sciogliemmo in modo naturale. Oggi Magni è morto, Patruno fa jazz, soprattutto a Roma, Brivio ha un teatrino a Milano, ogni tanto ci vediamo, con Lino più spesso, con Brivio un po’ meno. Sono trent’anni che vorrebbe rifare i Gufi, ora comincia a capire che non abbiamo più l’età per rifare quello spettacolo”.
Scioltisi i Gufi Svampa torna a lavorare alla canzoni di Brassens, in pochi mesi prepara un recital delle sue canzoni tradotte in meneghino: “mi sentivo vicino a lui anche nelle scelte di vita: anticlericale, pacifista, con la voglia di cantare storie di amicizia, solidarietà e amore verso i diseredati. Non mancava il gusto dell’ironia e un umorismo fine, a cavallo fra surrealismo e grottesco. Svampa è autore, registra ed interprete del Piccolo di Milano in due spettacoli sulla canzone in lingua milanese Nanni Svampa canta Brassens (1968, con Lino Patruno) e La mia morosa cara (1969 con Lino Patruno e Franca Mazzola). “Fu un trionfo il mio recital al Piccolo. Oggi cantando El gorilla, Quand pensi a la Cesira, sull’amore solitario dei maschi, El Bamborin de la mie d’on ghisa, sento le stesse emozioni di trentacinque anni fa. Ogni sera una canzone può trasformarsi”. Un ricco e articolato programma quindi in omaggio al grande Tonton Georges, maestro non solo di Nanni, ma di numerosi cantautori italiani ( primo fra tutti Fabrizio De André ).
Fra il 1970 e il 1972 è protagonista di recitals teatrali con Franca Mazzola e Lino Patruno, nella stagione 1973/74 è ancora al fianco di Lino Patruno. Nel 1974 è coautore e protagonista dello spettacolo di cabaret satirico XI non abrogare, sulla campagna referendaria a favore del divorzio. Nella stagione 1974/75 è al Teatro Nuovo di Milano come coautore e protagonista della commedia musicale Pellegrin che vai a Roma, portata poi nei maggiori teatri italiani. Autore e protagonista di due spettacoli-concerto sulla canzone popolare d’autore, portati in scena al Teatro Uomo di Milano: Nanni Svampa canta Brassens Nanni e Milano Svampa cantata. Nella stagione 1976/77 affronta una tournèe per tutta l’Italia con un trio diretto da Ettore Cenci. Nella stagione 1977/78 è protagonista al Teatro Stabile Milanese della commedia Desgrasii del Giovannin Bongèe, nel 1980 è al Teatro Poliziano di Milano, autore, regista e protagonista dello spettacolo satirico musicale Riflusso Riflesso, con il quale se la prende con la tendenza culturale in atto negli anni ‘70. Nella prima metà degli anni ‘80 è direttore artistico e protagonista del nuovo cabaret Ca’ Bianca Club di Milano. Sempre negli anni ’80 si riunisce provvisoriamente agli altri Gufi che per poco tempo si esibiscono su Antenna 3 Lombardia, emittente lombarda che va per la maggiore, in trasmissioni televisive di revival degli anni ’60.
Nella stagione 1986/87 è protagonista della commedia di Woody Allen Morte, dapprima al Teatro della XIV di Milano, indi in una tournèe portata nei maggiori teatri italiani. Dal 1985 al 1989 si esibisce in Concerto per Milano e Archi, un grande concerto di canzoni milanesi con quartetto d’Archi e Trio diretti da Ettore Cenci.
Svampa recupera la tradizione popolare milanese registrando ben 13 album, raccolti in tre cofanetti dal titolo Milanese, fra le canzoni cult riadattata da Svampa alla sua maniera ricordiamo: Porta Romana bella, La Povera Rosetta, Il moro della Vedra, Risotto d’osteria, El sindac de Precott, E mi la donna bionda, La ballata del Martino e della Marianna, La bella la va al fosso, Donna lombarda, Verrà quel dì di lune, L’uva fogarina, Viva l’osteria, La mensa collettiva, I sartin de Milan, O mia bela Madonina, Crapa pelada, La balilla, Quand sonan i campan, Il tamburo della banda d’Affori, La gagarella del Biffi Scala, A mi (me dan de l’egoista), Faceva il palo, Ma mi, Si chiamava Ambroeus, Senti come la vosa la sirena, Hanno ammazzato il Mario Prendeva il treno, Andava a Rogoredo, El purtava i scarp de tennis ed altre.
Dal 1980 è manager e art director di Ganivell sas, e autore di progetti speciali per la Promozione Turistica e Culturale di Enti locali e la Promozione dell'Immagine Aziendale. Ideatore, realizzatore e conduttore di Milano Europa per Brassens, grande manifestazione internazionale dedicata al grande poeta francese della canzone Georges Brassens nel decennale della sua scomparsa. Il 6, 7 e 8 dicembre 1991 si esibisce al Teatro Lirico di Milano, il concerto viene ripreso e mandato in onda da Rai2 e dalla Televisione della Svizzera Italiana. Nel 1992 è la volta de Il mio concerto per Brassens nel 1992 al Teatro Smeraldo di Milano, al Teatro Ariston di Sanremo e al Palacongressi di Milano, ideatore e conduttore di tre stagione di programmazione di cabaret musicale a Portovaltravaglia, in provincia di Varese, nell’estate 1992 e 1993.
Swvampa ha sostituito a Parigi le contraddizioni di una Milano cinica e poetica. “I tentativi di tradurre Brassens in italiano sono falliti per le caratteristiche della nostra lingua troppo ingessata. Il milanese mi permetteva di trasporre temi, personaggi, atmosfere da Parigi a Milano, dando nuova linfa ai testi originali, permettendomi pure alcune libertà a vantaggio delle diverse situazioni. Tradurre significava ricercare. Nel rifare Brassens ho dato il meglio di me stesso”.
Ancora diversi spettacoli nel corso degli anni ’90: dal 1993 al 1998 è a Chiasso e a Lugano, in storici ristoranti dell’alto lago Maggiore e del Ticino con poeti, musicanti narratori e arte culinaria. Sul finire degli anni ’90 si trasferisce definitivamente a Portovaltravaglia sul lago Maggiore, un ritorno alle sue origini, appena un tantino lontano da Milano: “di mattina presto esco con la mia barca e mi metto a scrivere. Qui è tutto più tranquillo, più sereno. Faccio il pendolare, tanto Milano è proprio dietro l’angolo. Mi muovo all’alba così non trovo neanche traffico e le code. Quando sono in giro per i concerti prima punto sempre su una cantina o su una fattoria, poi si suona.”
Nel settembre 1995, 1996 e 1997 è alla Festa dell’Unità al Palavobis di Milano con il suo Omaggio a Brassens. Nel maggio 1999 è al Palavobis di Milano per la festa spettacolo per i 40 anni di Teatro con gli altri due Gufi, i giovani del cabaret, gli artisti della sua generazione.
Il lago, la campagna, il silenzio, i ritmi meno stressanti, ma poi la città incombe: “Di Milano non mi piace la maleducazione dilagante, le automobili ovunque, l’inquinamento, mi sembra più noiosa, forse più grigia. Forse sono invecchiato ma nei locali non mi diverto più. Un po’ di teatro, un po’ di jazz, tutti a casa. Però bisognerebbe chiedere ai giovani, chiedere a loro come passano le serate e se si diverrtono. Inutile guardarsi indietro. Il Derby, il Ca Bianca, gli anni ’60. Si deve vivere il presente. A che serve lamentarsi perché ormai la comicità nasce solo in tv e tutto è mirato allo sfruttamento televisivo, se poi ci si piazza per ore e ore davanti alla televisione?”
All’inizio del 2000 riprende le repliche del Cabaret Concerto in grandi spazi, tiene lezioni-concerto sulla canzone popolare milanese e lombarda, membro del Comitato scientifico dell'Assessorato all'Istruzione del Comune di Milano per la realizzazione di corsi sulla cultura milanese Le lezioni-concerto di Nanni Svampa: la materia fondamentale del programma è costituita dal patrimonio tradizionale di canzoni popolari milanesi e lombarde, classificate per argomenti e commentate nel contesto storico (la guerra, il lavoro, la mala, l’osteria, ballate e storie, canzoni sull’amore, conte, filastrocche e canti rituali). Si prosegue con le canzoni d’autore divenute popolari (dagli anni ’30 ai giorni nostri). C’è uno spazio dedicato alla poesia dialettale, anche con la presenza di ospiti, si spazia in altri aspetti della tradizione popolare con l’aiuto di audiovisivi. Una parte delle lezioni diventa “interattiva” con gli auditori che si esercitano nel canto e presentano canzoni e testi che fanno parte del patrimonio e della memoria delle loro famiglie grazie anche al supporto musicale di un grande chitarrista-concertista: Antonio Mastino.
Nel 2001 si esibisce in Concerto in memoria di Brassens nel ventennale della scomparsa. Il 7 dicembre 2001 Nanni Svampa ha ricevuto dal sindaco di Milano Gabriele Albertini l’ambrogino d’oro, medaglia d’oro di benemerenza civica, per la carriera artistica.
Fra i suoi album, oltre alla già citata Milanese, ai dischi del repertorio di Brassens tradotti in milanese, e agli innumerevoli live, ricordiamo Canzoni d’osteria, Barzellette live, e Il meglio, cd compilation.
Nanni ha alle spalle anche un’intensa attività cinematografica, televisiva e teatrale. Nel cinema recita in Dimmi che fai tutto per me di Pasquale Festa Campanile con Jonny Dorelli e Pamela Villoresi, Il cappotto di Astrakan di Marco Vicario (tratto da un romanzo del suo conterraneo Piero Chiara) sempre con Jonny Dorelli, Un povero ricco di Pasquale Festa Campanile con Renato Pozzetto e Ornella Muti, e Kamikazen ultima notte a Milano di Gabriele Salvatores, con Paolo Rossi.
E’ stato autore e conduttore di importanti trasmissioni radiofoniche sulla Rai e sulla Radio della Svizzera Italiana, e autore di soggetti cinematografici. Per la televisione e la radio è stato coautore e coprotagonista di special televisivi sul repertorio dei Gufi (Rai e RSI), serial sulla canzone popolare lombarda (RSI), serial sul repertorio di Georges Brassens (TSI), e di tre serie sulla canzone: popolare lombarda, caffè chantant, canzone d’autore (Rai). In televisione negli anni ’70 ha recitato in IIl calzolaio di Vigevano tratto dal romanzo di Mastronardi per la regia di Fenoglio, al fianco di Maria Monti, ed ha condotto con Otello Profazio E noi qui, una rubrica sulla canzone popolare. Negli anni ’80 si è poi esibito, sempre sul piccolo schermo, in Verdi (regia di Castellani, RaiDue, 1982), Wojtzeck (regia di Pressburger, RaiDue, 1982), Storia d’amore e d’amcizia (di Franco Rossi, RaiUno, 1982), Conte di Carmagnola (regia di Gregoretti, RaiDue, 1983), Melodramma (regia di Sandro Bolchi, RaiUno, 1983), Quei trentasei scalini (regia di Luigi Perelli, RaiDue, 1984), Voglia di cantare (regia di Vittorio Sindoni, RaiUno, 1985), Scarpette di gomma (regia di Baldi, RaiUno, 1988), Quando c’erano i Beatles (regia di Aliprandi, RaiUno, 1988), Giudice istruttore (di Imposimato, RaiDue, 1989). In radio è stato co-protagonista di una serie comico-musicale Una bella domenica a Gavirago sul Lambro di Gigi Lunari e Vito Molinari (RAI 1975), autore e conduttore per TSI di Musicalmente (1978 ), Riflusso riflesso (1981), Paese che vai (1982), conduttore e interprete di Milano Europa per Brassens (RAI 2 , 1991 e TSI, 1992), autore e unico protagonista di venti puntate in diretta per Radio Radio della rubrica Dentro la sera (1994), ospite fisso musicale nella serie TSI I segreti dei cognomi (1996). Ha pubblicato i libri: Canzoni e risate, La mia morosa cara, Giobbiann, Brassens, W Brassens, ha in preparazione Svampate, ovvero io in Bocconi ci andavo a spizzichi.
Nel 1998 un intervento al cuore e quattro by pass: “ho un cuore nuovo e tanta voglia di cantare Milano nei Palasport. Non ho rimpianti, la vita è una sola, me la sono goduta. Ritengo con il sudore della mia fronte di essermi ritagliato un briciolo di creatività, magari a discapito della mia creatività. Passo per avere utilizzato la genialità di Brassens? Sarò ricordato. Mi sono messo al servizio di un grande poeta, come si fa con Dante e Leopardi”. Si sente un umorista di razza, sempre con l’occhio vigile a registrare i momenti più surreali della vita quotidiana, a registrare per opposti con abile assurdità. Svampa si è sempre adirato contro le ingiustizie della società e dei potenti,
Nanni pensa alla sua Milano: “così cambiata rispetto a quella del dopoguerra. Ha passato decenni duri. Dal terrorismo al riflusso, dalla Milano da bere all’era berlusconiana. Non ci sono più i nebbioni né le utopie. Ma è meglio non vivere di nostalgia. Io l’ho lasciata per andare a vivere con mia moglie Dina nella casa delle vacanze a Portovaltravaglia. Oggi la mia città non la riconosco più… Nonostante l’operazione al cuore del 1998 con quattro by pass sono felice di essere entrato nella mia terza giovinezza. Ho dovuto superare un tremendo trauma soprattutto dal punto di vista psicologico, poi ne sono uscito.”
Scherza come al solito Nanni: “Ultimamente ho un po’ di paura a cantare El gorilla al termine dei miei spettacoli, potrebbe essere interpretata come una canzone di Berlusconi contro i giudici…” E quindi: “A Milano oggi vengo solo per lavoro, mi hanno dato l’Ambrogino d’Oro alla carriera, la Provincia di Milano mi ha dedicato una videocassetta, adesso aspetto che Formigoni faccia stampare delle mie immaginette per la Regione. E se mi capitasse di passeggiare in centro posso sempre dire di essere andato a fare quater by pass in Galleria”. E ancora: “sono anticonformista, ho la stessa moglie da quarant’anni”, “non digerisco i digestivi, non sopporto gli ascensori che si aprono alle spalle”, “mi stanno sulle balle gli imitatori, le majorettes, le insalate miste, e anche i fuochi d’artificio”, “siccome non lecco mai nessuno non ho peli sulla lingua”, “l’importante è morire incazzati, preferirei l’infarto secco”.
Nel maggio 2002 l’assessorato alla Cultura della Provincia di Milano ha presentato allo Spazio Oberdan il video Nanni Svampa. Cantare Milano. Svampa si è recentemente esibito al Teatro Smeraldo di Milano in un recital, ha appena finito di dare alle stampe l’autobiografia Scherzi della memoria, sottotitolo I peggiori sessant'anni della mia vita (Ponte alle Grazie, € 13.50). “Il mio libro contiene molto di quello che mi ha fatto ridere da quando avevo due anni ad oggi. Racconto aneddoti, storie, ambienti, umori, atmosfere. Dentro c’è un po’ di tutto: dalla guerra ai personaggi del paese dove eravamo sfollati, dal ritorno in città, caratterizzato da malinconie del distacco dalla campagna all’adolescenza. Il periodo del liceo, le feste da ballo, dove non si cuccava mai. Poi i primi anni a strimpellare, il periodo della naia (di cui avevo scritto un pezzo per cabaret che mi proibirono di mettere in scena), le esperienze goliardiche, i Gufi. Dell’ambiente teatrale racconto storie che vanno dagli impresari alle signore che venivano in camerino a farsi fare l’autografo su una tetta.” Dopo avere presentato venerdì 22 novembre alla libreria Feltrinelli di Milano il suo volume, si è esibito al Teatro Smeraldo sabato 23 sera e domenica 24 al pomeriggio “per consentire agli anziani, come me, di venire a vedermi”. A gennaio e febbraio sarà al Ciak per dei salotti: “presenterò dei bravi cantanti giovani”.
In merito alle sue battute, da qualcuno definite pesanti, ha dichiarato: “credo sia necessario distinguere fra volgarità e trivialità. Per me ciò che è volgare ha sempre un valore positivo, deriva da vulgus, dal popolo. La trivialità è tutta un’altra cosa, è l’uso ripetuto e fuori luogo di parolacce gratuite, usate spesso dai comici d’oggi per far ridere, quando manca l’intelligenza per raccontare situazioni divertenti”.
Nel 2004 esce Conti, gorilla, fantasmi e lillà, un cd di canzoni di Brassens tradotte questa volta in italiano. Nell’ottobre 2005 esce il libro Bisogna saperle raccontare. Piccolo trattato della barzelletta in 160 esempi pratici, cui fa seguito un nuovo doppio cd, Una serata con Nanni Svampa. In Bisogna saperle raccontare Svampa offre il meglio del suo reportorio, inframmezzato da ricordi, aneddoti e nostalgie. Una serata con Nanni Svampa è un lungo recital-concerto presentato nell’autunno-inverno 2005, per l’occasione Svampa incontra il pubblico e festeggia il meglio di mezzo secolo di musica, teatro e cabaret.

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bilquis ha scritto:























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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:49

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Mede@ ha scritto:Metto qua perché nn so dove metterlo

LIVORNO RICORDA PIERO CIAMPI A 30 ANNI DALLA SCOMPARSA



Con una serie di eventi e di spettacoli la città di Livorno rende omaggio a uno dei suoi più grandi artisti, il cantautore Piero Ciampi scomparso il 19 gennaio del 1980.

LIVORNO - Il 19 gennaio sarà il trentesimo anniversario della morte del cantautore Piero Ciampi. Per ricordarne la figura, la città di Livorno ha messo in programma una serie di iniziative che il giorno stesso verranno illustrate alla stampa nella sala delle cerimonie del palazzo Municipale, presenti il sindaco Alessandro Cosimi, l'assessore alla Cultura Mario Tredici, Massimiliano Mangoni e Franco Carratori, rispettivamente presidente e direttore artistico dell'Associazione Culturale Premio Ciampi. Partecipa all'evento anche Gianfranco Reverberi, il compositore che ha scoperto Piero Ciampi negli anni '60 ed ha scritto le musiche di alcune delle sue canzoni più belle.

Quella di Piero Ciampi è una delle figure più ingiustamente dimenticate della musica italiana. Un'esistenza breve e sregolata durante la quale il cantautore livornese ha vissuto spesso ai margini della società e schiavo dell'alcool ha fatto sì che in vita in pochi ne apprezzassero le grandi doti artistiche e solo molti anni dopo la morte la critica musicale la ha riconosciuto come uno dei padri della canzone d'autore italiana.

Nato a Livorno nel 1934, Piero Ciampi ha avuto una vita travagliata e sempre segnata dall'alcool, tra lavori saltuari, un matrimonio fallito e continui spostamenti in giro per l'Europa per poi fare sempre ritorno alla città natale. Solo negli anni '70 grazie all'amicizia con Gianfranco Reverberi e Gino Paoli le sue canzoni più famose vengono pubblicate e interpretate anche da altri artisti.

Ma è una svolta di breve durata, l'alcoolismo e il carattere rissoso finiscono per isolarlo e estrometterlo dal mondo dello spettacolo. Muore a Roma nel 1980 per un tumore alla gola.

Negli anni successivi molti colleghi gli rendono omaggio, Gino Paoli, Nada, Renzo Arbore e altri artisti ne divulgano le canzoni più belle, memorabile la cover del suo brano più famoso "Il vino" ad opera del gruppo milanese dei La Crus.

Nel 1995 viene istituito a Livorno il "Premio Ciampi", un concorso musicale nazionale nel quale viene promossa e premiata la migliore musica italiana di qualità. Nel novembre 2009 la quindicesima edizione dell'evento svoltasi al Teatro Goldoni ha avuto come vincitore del concorso nazionale il giovane talento siciliano Giovanni Caruso ed è stato consegnato un premio alla carriera a Patti Pravo.

Martedì 19 Gennaio 2010 09:06



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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:53


04 - L'area genovese


Quando si fa riferimento ai cantautori genovesi, viene in mente un gruppo di ventenni che per generazione d'appartenenza, per comunanza di ascolti e di interessi musical-canori, hanno interagito tra loro, suonando insieme, componendo insieme, scrivendo testi o musiche che hanno ampliato certi semi appena germogliati nel corso degli anni 50.
In quel gruppo di venti-trentenni, c'è chi ha una prevalente base musicale - Bindi e l'arrangiatore-direttor Reverberi...c'è chi ha una prevalente attenzione ai testi..Tenco, DE Andrè e chi anche se parla di temi intimistici e d'amore lo fa in modi e suoni diversi..Lauzi e Paoli.
A questo sestetto-base, vanno aggiunti - pur non essendo genovesi di nascita - sia Endrigo che Conte. Il primo ha saputo cantare le riflessioni sull'amore con raffinatezza e poeticità..il secondo, con la sua graffiante, ironica, schietta musicalità-parolata è stato come un vignettista-pittore che pur provenendo da un'altra tradizione musicale (vicina al jazz da un lato e alla tradiz.francese dall'altra)probabilmente come nessuno è stato in grado di disegnare i tratti essenziali di quel gruppo di straordinarie individualità che si son trovate ad interagire tra loro artisticamente per una 15na d'anni..che vanno dalla fine degli anni Cinquanta ai primi anni Settanta.
E' arduo, almeno per me, DOVER sceglierne solo TRE e questa scelta non vuol significare che essi siano Superiori agli altri già citati.
L'unico criterio - lasciando stare il cuore - che sono riuscita ad applicare per la scelta è (autori di musica&Testi ..): prendine UNO per Cantare l'amore o i temi intimisti ....e prendine UNO per cantare la AmpiezzaTemi/RicchezzaTesti....e prendine UNO che sia stato capace di farne SINTESI ...del cantare l'intimismo e l'impegno.
I tre che ho scelto (su cui inseriro' contributi piu' ampi....in questo senso ho scelto)sono:
Paoli - De Andre' - Tenco

Sugli altri cantautori citati però, aprirò finestre apposite-specifiche...solo piu' "schematiche"
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:58

Per chi vuol Vedere-Rivedere lo speciale di Raistoria sulle radici del Cantautorato Genovese ..


L'intera puntata: GENOVA PER NOI

La puntata si snoda traendo spunti da tre programmi tv diversi: Un'intervista-lunga con Paoli, lo Speciale su De Andre' andato in onda l'anno scorso per il decennale dalla morte, un'intervista-ricordi di A. Di Bella, il direttore di Raitre e tg3 in passato che è diventato adulto con quelle canzoni e ne rammenta i flash.
...................................................

GINO PAOLI

Un sito - Generale ..
http://www.italica.rai.it/monografie/canzone_italiana/scuola_genovese/index.htm
....
Da dove iniziare?
Iniziamo dalle canzoni sull'Amore... :occhioni:
S'è già detto, a proposito di tutto il malloppino su Bindi-Mengoni e il Nostro concerto quanto quel nuovo modo di suonare e cantare l'Amore fosse una frattura con i modi della generazione precedente.
Le canzoni, dalla fine degli anni 50 in poi, hanno per pubblico acquirente i giovani intorno ai 20 anni piu' che la generazione dei loro genitori.
Quei giovani, che prima non esistevano come "consumatori" hanno l'esigenza di ritrovare in chi canta "se stessi", di identificarsi come generazione, come desideri, come mentalità, come portatori di Altro, rispetto alla generazione precedente.
Se fino a quel momento, il conflitto padri-figli riguardava esclusivi ambiti familiari...da quel momento in poi esso si riflette anche nella scelta dei ritmi e dei temi delle canzoni.

"Sapore di Sale.." e "Senza fine" ....non sono delle canzonette...sono lo specchio di come muta il modo di pensare-di parlare-di indicare la relazione d'amore.

Spoiler:

1960 - Gino Paoli)
Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti ma alberi,
alberi infiniti quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola no, non esiste più.
Io vedo il cielo sopra noi che restiamo qui abbandonati
come se non ci fosse più niente, più niente al mondo.

Suona un'armonica mi sembra un organo
che vibra per te e per me su nell'immensità del cielo.
Per te, per me: nel cielo.

Scritta nel 1960, agli inizi della nuova tendenza - avviata dalla casa discografica Ricordi - di promuovere la musica leggera, che portò alla nascita della figura del cantautore, "Il cielo in una stanza" è un brano unico per la purezza dell'ispirazione del giovane Paoli, ancora indeciso se intraprendere la carriera musicale o seguire il proprio percorso di grafico - pittore. Nella Milano di Gaber e Rapetti, in arte Mogol, Paoli incontra Mina, che incide il pezzo in un'interpretazione destinata a rimanere la più intensa e riuscita. Con l'arrangiamento di Tony De Vita e la voce consapevole dell'artista, che con questo brano supera la propria identità di "urlatrice", "Il cielo in una stanza" ottiene uno straordinario successo discografico. Secondo una dichiarazione dell'autore che sorprese per la sfacciataggine, l'ispirazione del brano è legata al soffitto viola di una casa d'appuntamenti, che nella vita da bohémien tra i carruggi di Genova l'artista frequentava. Un tema in linea con la formazione letteraria dell'autore, all'epoca lettore di Miller, Céline e Donne.
Spoiler:


Biografia di Gino Paoli



Aggiornata a Gennaio 2009




Tutti lo credono genovese, e in un certo senso lo è, Gino Paoli, il cantautore che ha scritto alcune tra le più belle pagine della musica italiana dell’ultimo secolo. Ma, di fatto, l'autore di “Senza fine” e di “Sapore di sale” è nato il 23 settembre del ’34 a Monfalcone.
Ma è a Genova, dove si è trasferito da bambino, che Gino Paoli - dopo aver fatto il facchino, il grafico pubblicitario e il pittore raggranellando più premi che quattrini - debutta come cantante da balera, per poi formare un band musicale con gli amici Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Finché la gloriosa casa Ricordi, che aveva tenuto a battesimo Bellini e Donizetti, Verdi e Puccini, decise di estendere la propria attività alla musica leggera e scritturò questo cantante dalla strana voce miagolante. Nel '60 realizza “La gatta”, un pezzo rigorosamente autobiografico: parlava della soffitta sul mare dove Gino viveva. Il disco vendette 119 copie, poi scomparve e infine tornò tramutandosi, inaspettatamente, in un successo da 100 mila copie la settimana.




Intanto era nata la love story con Ornella Vanoni, cantante scoperta da Giorgio Strehler, che convinse il cantautore genovese a scrivere per lei “Senza fine”, il pezzo che la rese famosa. Quindi Mina, sconsigliata da molti, incise “Il cielo in una stanza”, con l’esito che tutti sappiamo.
Seguono “Sassi”, “Me in tutto il mondo” ('61), “Anche se” ('62), “Sapore di sale”, “Che cosa c'è” ('63), “Vivere ancora” ('64) tutti brani divenuti dei classici e tradotti in molte lingue.
Gino Paoli assieme a suoi "quattro amici" dà vita, a Genova, alla canzone d'autore, forma di espressione musicale rivoluzionaria che mira ad esprimere sentimenti e fatti di vita reale con un linguaggio non convenzionale; la canzone, insomma, cessa di essere puro intrattenimento e abbandona l'oleografia per diventare forma d'arte a tutti gli effetti.
Ormai lo squattrinato pittore è un cantante famoso. L’anno prima c’era stato il boom di “Sapore di sale”, arrangiata da Ennio Morricone con gli interventi al sax di Gato Barbieri. E tuttavia un pomeriggio d’estate il cantautore ormai ricco e celebre si era puntato una Derringer al cuore. “Volevo vedere cosa succede”, spiegherà poi. Il proiettile è tuttora nel suo petto, come un souvenir.




Intanto Paoli scopre e lancia altri artisti: Lucio Dalla, clarinettista jazz, del quale produce il primo disco, o il refrattario Fabrizio DeAndré “costretto” con la forza a cantare con lui al Circolo della Stampa di Genova. Capita anche che gli interpreti più disparati si “impadroniscano” del canzoniere paoliano: mostri sacri degli anni 50 come Claudio Villa, Carla Boni, Jula De Palma, Joe Sentieri, cantanti lirici come Anna Moffo, attrici come Lea Massari e Catherine Spaak, protagonisti degli anni ‘60 quali Umberto Bindi, Luigi Tenco, Gianni Morandi. Più avanti la musica di Gino Paoli coinvolgera’ altri famosi cantanti tra i quali Patty Pravo e Franco Battiato. Importante, negli anni ’80, la collaborazione con Zucchero, giovane ancora agli esordi, che contribuirà al suo successo.





Ma con il crescere della popolarità, subentrerà nell’uomo Paoli una crisi che lo porterà fuori dalla scena musicale per alcuni anni di riflessione.
Il gran ritorno di Paoli avviene con due album coraggiosi e anarchici, nei quali soprattutto il mondo giovanile si riconosce. Il primo, pubblicato a metà degli anni ’70, ha un titolo emblematico, “I semafori rossi non sono Dio”, ed è stato realizzato su musiche del catalano Jean Manoel Serrat. Il secondo esce nel ‘77, tre anni dopo, e si intitola “Il mio mestiere”. Entrambi parlano di libertà, democrazia, emarginazione, diversità.
Questa maturazione continua a segnare tutti i suoi dischi dei vent’ anni successivi. Seguono la trionfale tournée del 1985 con Ornella Vanoni, l’esperienza di deputato del Pci, poi diventato Pds, e quella di assessore comunale ad Arenzano.




L'autunno successivo esce “Senza contorno, solo... per un'ora”, un live di brani del suo repertorio riadattati in chiave jazz, con gli inediti “Senza contorno” e “La bella e la bestia”, cantata da Gino con la figlia Amanda Sandrelli e tratta dalla colonna sonora dell’omonimo film disneyano. Col cinema, del resto, Paoli aveva già avuto a che fare quando, per "Prima della rivoluzione" di Bertolucci, aveva composto “Vivere ancora” e “Ricordati”, per poi scrivere “Una lunga storia d'amore” (1984) e “Da lontano” (1986), rispettivamente per i film " Una donna allo specchio" e " La sposa americana", entrambi con Stefania Sandrelli.

In quegli anni pubblica dischi i cui contenuti attingono dalla sua vasta esperienza umana: “La luna e mister Hyde” e “Averti addosso” (1984), “Cosa farò da grande” (1986), “L’ufficio delle cose perdute” (1988), e poi ancora “Ciao salutime un po’ Zena”, dedicato alla canzone ligure, “Ha tutte le carte in regola”, omaggio allo scomparso cantautore livornese Piero Ciampi, “Matto come un gatto” (1991).
Nel '91 ecco il successo clamoroso di “Matto come un gatto” e del singolo “Quattro amici al bar” (con intervento di Vasco Rossi).
Nella primavera del '93, “King Kong” e, due anni dopo, “Amori dispari” in cui torna ad affermare il primato dei sentimenti in un mondo che li nega.
In “Appropriazione indebita” (1996) il cantautore "si impadronisce" di una manciata di classici della canzone internazionale e traduce in una sorta di autoritratto, le pagine di Lennon, Cat Stevens, Aznavour, Steve Wonder, James Taylor e altri.





“Pomodori” (1998) e “Per una storia” (2000) nuove pagine di un uomo che non rinuncia a coltivare sotto i capelli bianchi l’innocenza, lo stupore e la fantasia d’un eterno bambino.
Nel 2002 esce un nuovo album di inediti “Se”, il cui singolo “Un altro amore” viene presentato al 52° Festival di Sanremo, dove ottiene una grande successo di pubblico e di critica, confermandolo autentico protagonista della scena musicale italiana, sempre capace di rinnovarsi, pur mantenendo le forme ed i contenuti cantautorali che da sempre lo contraddistinguono.
Il grande evento “Pavarotti and Friends”, sempre nel 2002, lo vede sul palcoscenico insieme a personaggi del calibro di James Brown, Sting, Lou Reed, Grace Jones, Zucchero, Bocelli, a suggellare l’impegno sociale di cui è sempre stato portavoce.
L’anno si chiude con un bilancio di oltre settanta concerti effettuati con l’Orchestra ritmo-sinfonica Dimi di Roma tra i maggiori teatri italiani e gli spazi all’aperto più suggestivi.
Nel 2004, sempre a Sanremo, gli viene conferito il “Premio alla Carriera”. Nello stesso anno si esibisce in alcuni dei più importanti festival jazz italiani con “Un incontro di jazz” insieme agli amici Enrico Rava, Danilo Rea, Rosario Bonaccorso, Flavio Boltro e Roberto Gatto, avvicinandosi a questo raffinato genere musicale, da sempre una delle sue passioni più grandi.

Nel 2007 pubblica anche il disco “Milestones. Un incontro in jazz” di cui è il cantante, e porta avanti il progetto a trecentosessantagradi con numerosi concerti live, tra cui il Teatro Coliseo di Buenos Aires nel dicembre dello stesso anno, in cui ha ricevuto una vera e propria ovazione da parte delle 2500 persone presenti e un’accoglienza entusiastica da parte della stampa argentina.

Nel 2009, anno in cui festeggia i 50 anni sul palcoscenico, torna al pubblico con un nuovo disco di inediti intitolato “Storie”.
"Il cielo in una stanza" non è Solo una canzone...è un quadro, una visione d'acquerello, racconta come in un luogo di amore mercenario può nascere e rafforzarsi un sentimento pulito, che non ha nulla da invidiare a quello con le "signorine per bene", che ha la medesima natura, la medesima metafisicità....
non ci sono pareti...non ci sono ostacoli..c'è un rafforzarsi reciproco e un amplificarsi di suoni che fa sembrare suono d'organo il suono di un'armonica..

La base musicale del "cielo in una stanza"? E' tra le piu' semplici e orecchiabili ....è facile imparare la sequenza di accordi con la chitarra anche per chi non sa un'acca di musica e strimpella sapendo semplicemente 4-5 accordi facili...racchiusi in un giro armonico che si ripete - regolarmente - senza eccezioni, salti, cambi.....
Cosa vuol dire questo? Che quella canzone può essere SUONATA da chiunque sappia il minimo indispensabile....e con la chitarra...quindi O V U N Q U E ...in casa, in una stanzona tipo Oratorio, in una spiaggia, in un campeggio, in una festa in casa....OVUNQUE.

C'è un altro "dettaglio" lo so: Il cielo in una stanza è Rilanciata come un flipper con la pallina da una cover ...nella versione di Minona..appena agli inizi della su' carriera tv..prima dell'abiura dalla tv per la sua maternità extraconiugale con uno che tecnicamente è un bigamo (l'attore C.Pani)...
Se quella canzone aveva un punto debole nella "timida vocalità del suo autore" con la stentorea e sognante Minona...si libera e diventa cosa?
Diventa - tra le tante possibili - una delle canzoni sull'amore piu' apprezzate e riconosciute da quest'azz de pays.

Paoli, come Modugno, quando compone testi di canzoni, è come se "disegnasse bozzetti".....fa delle fotografie in sequenza....e una canzone diventa un vero e proprio mini-schizzo, mini - racconto che finisce col restarti impresso.
Sassi - Senza fine - Albergo ad ore - Cosa c'è - Una lunga storia d'amore - Sopravvivenza

sono questo: sono dei racconti-schizzo che ti disegnano qualcosa usando un linguaggio musicale semplice-immediato-orecchiabile.

-------------------------
Riferimenti ONLINE..
http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=biografie&scheda=paoli3&lingua=ita

http://www.ginopaoli.it/
Biografia
Figlio d'un ingegnere navale e d'una casalinga, si trasferisce presto in Liguria, dove trascorrerà buona parte dell'esistenza. Frequentando l'istituto Galilei di Genova conosce Luigi Tenco, cui l'accomuna la passione per la musica jazz e la canzone francese. Abbandonati gli studi, trova un impiego come grafico pubblicitario (l'altro suo grande interesse è e sarà la pittura) e inizia a comporre brani: il primo hit, "La gatta", è del 1960, cui segue dappresso "Il cielo in una stanza", portata al successo da Mina. Entrambi i pezzi compaiono nel suo album d'esordio, "Gino Paoli" (1961), ove brillano pure le splendide "Sassi" e "Senza fine", quest'ultima dedicata alla neocompagna Ornella Vanoni. L'incontro con la quindicenne Stefania Sandrelli rende ancora più travagliata la vita sentimentale del nostro, laddove la carriera procede spedita: se ne "Le cose dell'amore" (1962) spiccano superbe versioni di "Il faut savoir" di Aznavour e "Ne me quitte pas" di Brel, il successivo "Basta chiudere gli occhi" (1963) inanella cose memorabili quali "Che cosa c'è", "Vivere ancora" e "Sapore di sale", certo il suo 45 giri più venduto in assoluto. Un tentativo di togliersi la vita, fortunatamente fallito, è il segno d'una crisi personale che esplode dopo il suicidio a Sanremo, nel 1967, dell'amico Tenco: sentendosi fors'anche fuori posto in una situazione musicale profondamente mutata, Paoli riduce di molto l'attività e dirada le proprie apparizioni. Sul versante dei 33 giri, vanno segnalati "I semafori rossi non sono Dio" (1974) e "Ha tutte le carte in regola" (1980), tributi il primo al catalano Joan Manuel Serrat, il secondo al livornese Piero Ciampi, da poco scomparso.
Di vero e proprio ritorno si può parlare solo nel 1984, quando "Una lunga storia d'amore" (nella colonna sonora del film "Una donna allo specchio"), tra le sue composizioni più felici, lo porta in cima alle classifiche. La ritrovata sintonia col pubblico è confermata l'anno dopo da una lunga e fortunata tournée teatrale con Ornella Vanoni, che produce il doppio long-playing "Insieme". Da qui, comincia per il cantautore una seconda giovinezza, costellata da titoli quali "Io ci sarò", "Cosa farò da grande", "Ti lascio una canzone", "L'ufficio delle cose perdute" e "Quattro gatti", culminante nel 2004 in un altro tour con la Vanoni, anch'esso trionfale ed inciso su disco ("Ti ricordi? No, non mi ricordo"). A tratti affiora, in quest'ultimo evento, un eccessivo ammiccare alla nostalgia a conferma, ci pare, che il periodo magico di Paoli vada fatto risalire alla prima metà degli anni '60. Dipoi, su tutto ha finito per prevalere un sia pur eccelso mestiere. D'altra parte, non fu egli stesso a scandire (in "Finale", 1984) "forse non ho più canzoni da inventare / ma mi è rimasta la voglia di cantare"?

......................

Discografia

Spoiler:
Gino Paoli (1961)
Le cose dell'amore (1962)
Basta chiudere gli occhi (1964)
Gino Paoli allo studio A (1965)
"Le canzoni per "Emmeti" (1966)
Gino Paoli and The Casuals (1967)
Le due facce dell'amore (1971)
Rileggendo vecchie lettere d'amore (1971)
Amare per vivere (1972)
Gino Paoli canta Serrat (1974)
I semafori rossi non sono Dio (1974)
Ciao, salutime un po' Zena (1975)
Le canzoni di Gino Paoli (1976)
Il mio mestiere (1977)
Le cose dell'amore (1977)
La ragazza senza nome (1978)
Il gioco della vita (1979)
Ha tutte le carte in regola (1980)
Averti addosso (1984)
La luna e il Sig. Hyde (1984)
Insieme (1985)
Cosa farò da grande (1986)
L'ufficio delle cose perdute (1988)
Sempre (1988)
Gino Paoli '89 dal vivo (1989)
Matto come un gatto (1991)
Senza contorno solo... per un'ora (1992)
Gorilla al sole Dance Authority Remix (1994)
King Kong Paoli (1994)
Amori dispari (1995)
Appropriazione indebita (1996)
Pomodori (1998)
Per una storia (2000)
Gino Paoli live @ RTSI (2001)
Per una storia (2001)
Se (2002)
Ti Ricordi? no non mi ricordo (2004)
Una lunga storia (2004)
Vanoni Paoli Live (2005)
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Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti) - Pagina 4 Empty Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 21:59

Per chi vuol Vedere-Rivedere lo speciale di Raistoria sulle radici del Cantautorato Genovese ..


L'intera puntata: GENOVA PER NOI

La puntata si snoda traendo spunti da tre programmi tv diversi: Un'intervista-lunga con Paoli, lo Speciale su De Andre' andato in onda l'anno scorso per il decennale dalla morte, un'intervista-ricordi di A. Di Bella, il direttore di Raitre e tg3 in passato che è diventato adulto con quelle canzoni e ne rammenta i flash.
...................................................

GINO PAOLI

Un sito - Generale ..
http://www.italica.rai.it/monografie/canzone_italiana/scuola_genovese/index.htm
....
Da dove iniziare?
Iniziamo dalle canzoni sull'Amore... :occhioni:
S'è già detto, a proposito di tutto il malloppino su Bindi-Mengoni e il Nostro concerto quanto quel nuovo modo di suonare e cantare l'Amore fosse una frattura con i modi della generazione precedente.
Le canzoni, dalla fine degli anni 50 in poi, hanno per pubblico acquirente i giovani intorno ai 20 anni piu' che la generazione dei loro genitori.
Quei giovani, che prima non esistevano come "consumatori" hanno l'esigenza di ritrovare in chi canta "se stessi", di identificarsi come generazione, come desideri, come mentalità, come portatori di Altro, rispetto alla generazione precedente.
Se fino a quel momento, il conflitto padri-figli riguardava esclusivi ambiti familiari...da quel momento in poi esso si riflette anche nella scelta dei ritmi e dei temi delle canzoni.

"Sapore di Sale.." e "Senza fine" ....non sono delle canzonette...sono lo specchio di come muta il modo di pensare-di parlare-di indicare la relazione d'amore.

Spoiler:

1960 - Gino Paoli)
Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti ma alberi,
alberi infiniti quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola no, non esiste più.
Io vedo il cielo sopra noi che restiamo qui abbandonati
come se non ci fosse più niente, più niente al mondo.

Suona un'armonica mi sembra un organo
che vibra per te e per me su nell'immensità del cielo.
Per te, per me: nel cielo.

Scritta nel 1960, agli inizi della nuova tendenza - avviata dalla casa discografica Ricordi - di promuovere la musica leggera, che portò alla nascita della figura del cantautore, "Il cielo in una stanza" è un brano unico per la purezza dell'ispirazione del giovane Paoli, ancora indeciso se intraprendere la carriera musicale o seguire il proprio percorso di grafico - pittore. Nella Milano di Gaber e Rapetti, in arte Mogol, Paoli incontra Mina, che incide il pezzo in un'interpretazione destinata a rimanere la più intensa e riuscita. Con l'arrangiamento di Tony De Vita e la voce consapevole dell'artista, che con questo brano supera la propria identità di "urlatrice", "Il cielo in una stanza" ottiene uno straordinario successo discografico. Secondo una dichiarazione dell'autore che sorprese per la sfacciataggine, l'ispirazione del brano è legata al soffitto viola di una casa d'appuntamenti, che nella vita da bohémien tra i carruggi di Genova l'artista frequentava. Un tema in linea con la formazione letteraria dell'autore, all'epoca lettore di Miller, Céline e Donne.
Spoiler:


Biografia di Gino Paoli



Aggiornata a Gennaio 2009




Tutti lo credono genovese, e in un certo senso lo è, Gino Paoli, il cantautore che ha scritto alcune tra le più belle pagine della musica italiana dell’ultimo secolo. Ma, di fatto, l'autore di “Senza fine” e di “Sapore di sale” è nato il 23 settembre del ’34 a Monfalcone.
Ma è a Genova, dove si è trasferito da bambino, che Gino Paoli - dopo aver fatto il facchino, il grafico pubblicitario e il pittore raggranellando più premi che quattrini - debutta come cantante da balera, per poi formare un band musicale con gli amici Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Finché la gloriosa casa Ricordi, che aveva tenuto a battesimo Bellini e Donizetti, Verdi e Puccini, decise di estendere la propria attività alla musica leggera e scritturò questo cantante dalla strana voce miagolante. Nel '60 realizza “La gatta”, un pezzo rigorosamente autobiografico: parlava della soffitta sul mare dove Gino viveva. Il disco vendette 119 copie, poi scomparve e infine tornò tramutandosi, inaspettatamente, in un successo da 100 mila copie la settimana.




Intanto era nata la love story con Ornella Vanoni, cantante scoperta da Giorgio Strehler, che convinse il cantautore genovese a scrivere per lei “Senza fine”, il pezzo che la rese famosa. Quindi Mina, sconsigliata da molti, incise “Il cielo in una stanza”, con l’esito che tutti sappiamo.
Seguono “Sassi”, “Me in tutto il mondo” ('61), “Anche se” ('62), “Sapore di sale”, “Che cosa c'è” ('63), “Vivere ancora” ('64) tutti brani divenuti dei classici e tradotti in molte lingue.
Gino Paoli assieme a suoi "quattro amici" dà vita, a Genova, alla canzone d'autore, forma di espressione musicale rivoluzionaria che mira ad esprimere sentimenti e fatti di vita reale con un linguaggio non convenzionale; la canzone, insomma, cessa di essere puro intrattenimento e abbandona l'oleografia per diventare forma d'arte a tutti gli effetti.
Ormai lo squattrinato pittore è un cantante famoso. L’anno prima c’era stato il boom di “Sapore di sale”, arrangiata da Ennio Morricone con gli interventi al sax di Gato Barbieri. E tuttavia un pomeriggio d’estate il cantautore ormai ricco e celebre si era puntato una Derringer al cuore. “Volevo vedere cosa succede”, spiegherà poi. Il proiettile è tuttora nel suo petto, come un souvenir.




Intanto Paoli scopre e lancia altri artisti: Lucio Dalla, clarinettista jazz, del quale produce il primo disco, o il refrattario Fabrizio DeAndré “costretto” con la forza a cantare con lui al Circolo della Stampa di Genova. Capita anche che gli interpreti più disparati si “impadroniscano” del canzoniere paoliano: mostri sacri degli anni 50 come Claudio Villa, Carla Boni, Jula De Palma, Joe Sentieri, cantanti lirici come Anna Moffo, attrici come Lea Massari e Catherine Spaak, protagonisti degli anni ‘60 quali Umberto Bindi, Luigi Tenco, Gianni Morandi. Più avanti la musica di Gino Paoli coinvolgera’ altri famosi cantanti tra i quali Patty Pravo e Franco Battiato. Importante, negli anni ’80, la collaborazione con Zucchero, giovane ancora agli esordi, che contribuirà al suo successo.





Ma con il crescere della popolarità, subentrerà nell’uomo Paoli una crisi che lo porterà fuori dalla scena musicale per alcuni anni di riflessione.
Il gran ritorno di Paoli avviene con due album coraggiosi e anarchici, nei quali soprattutto il mondo giovanile si riconosce. Il primo, pubblicato a metà degli anni ’70, ha un titolo emblematico, “I semafori rossi non sono Dio”, ed è stato realizzato su musiche del catalano Jean Manoel Serrat. Il secondo esce nel ‘77, tre anni dopo, e si intitola “Il mio mestiere”. Entrambi parlano di libertà, democrazia, emarginazione, diversità.
Questa maturazione continua a segnare tutti i suoi dischi dei vent’ anni successivi. Seguono la trionfale tournée del 1985 con Ornella Vanoni, l’esperienza di deputato del Pci, poi diventato Pds, e quella di assessore comunale ad Arenzano.




L'autunno successivo esce “Senza contorno, solo... per un'ora”, un live di brani del suo repertorio riadattati in chiave jazz, con gli inediti “Senza contorno” e “La bella e la bestia”, cantata da Gino con la figlia Amanda Sandrelli e tratta dalla colonna sonora dell’omonimo film disneyano. Col cinema, del resto, Paoli aveva già avuto a che fare quando, per "Prima della rivoluzione" di Bertolucci, aveva composto “Vivere ancora” e “Ricordati”, per poi scrivere “Una lunga storia d'amore” (1984) e “Da lontano” (1986), rispettivamente per i film " Una donna allo specchio" e " La sposa americana", entrambi con Stefania Sandrelli.

In quegli anni pubblica dischi i cui contenuti attingono dalla sua vasta esperienza umana: “La luna e mister Hyde” e “Averti addosso” (1984), “Cosa farò da grande” (1986), “L’ufficio delle cose perdute” (1988), e poi ancora “Ciao salutime un po’ Zena”, dedicato alla canzone ligure, “Ha tutte le carte in regola”, omaggio allo scomparso cantautore livornese Piero Ciampi, “Matto come un gatto” (1991).
Nel '91 ecco il successo clamoroso di “Matto come un gatto” e del singolo “Quattro amici al bar” (con intervento di Vasco Rossi).
Nella primavera del '93, “King Kong” e, due anni dopo, “Amori dispari” in cui torna ad affermare il primato dei sentimenti in un mondo che li nega.
In “Appropriazione indebita” (1996) il cantautore "si impadronisce" di una manciata di classici della canzone internazionale e traduce in una sorta di autoritratto, le pagine di Lennon, Cat Stevens, Aznavour, Steve Wonder, James Taylor e altri.





“Pomodori” (1998) e “Per una storia” (2000) nuove pagine di un uomo che non rinuncia a coltivare sotto i capelli bianchi l’innocenza, lo stupore e la fantasia d’un eterno bambino.
Nel 2002 esce un nuovo album di inediti “Se”, il cui singolo “Un altro amore” viene presentato al 52° Festival di Sanremo, dove ottiene una grande successo di pubblico e di critica, confermandolo autentico protagonista della scena musicale italiana, sempre capace di rinnovarsi, pur mantenendo le forme ed i contenuti cantautorali che da sempre lo contraddistinguono.
Il grande evento “Pavarotti and Friends”, sempre nel 2002, lo vede sul palcoscenico insieme a personaggi del calibro di James Brown, Sting, Lou Reed, Grace Jones, Zucchero, Bocelli, a suggellare l’impegno sociale di cui è sempre stato portavoce.
L’anno si chiude con un bilancio di oltre settanta concerti effettuati con l’Orchestra ritmo-sinfonica Dimi di Roma tra i maggiori teatri italiani e gli spazi all’aperto più suggestivi.
Nel 2004, sempre a Sanremo, gli viene conferito il “Premio alla Carriera”. Nello stesso anno si esibisce in alcuni dei più importanti festival jazz italiani con “Un incontro di jazz” insieme agli amici Enrico Rava, Danilo Rea, Rosario Bonaccorso, Flavio Boltro e Roberto Gatto, avvicinandosi a questo raffinato genere musicale, da sempre una delle sue passioni più grandi.

Nel 2007 pubblica anche il disco “Milestones. Un incontro in jazz” di cui è il cantante, e porta avanti il progetto a trecentosessantagradi con numerosi concerti live, tra cui il Teatro Coliseo di Buenos Aires nel dicembre dello stesso anno, in cui ha ricevuto una vera e propria ovazione da parte delle 2500 persone presenti e un’accoglienza entusiastica da parte della stampa argentina.

Nel 2009, anno in cui festeggia i 50 anni sul palcoscenico, torna al pubblico con un nuovo disco di inediti intitolato “Storie”.
"Il cielo in una stanza" non è Solo una canzone...è un quadro, una visione d'acquerello, racconta come in un luogo di amore mercenario può nascere e rafforzarsi un sentimento pulito, che non ha nulla da invidiare a quello con le "signorine per bene", che ha la medesima natura, la medesima metafisicità....
non ci sono pareti...non ci sono ostacoli..c'è un rafforzarsi reciproco e un amplificarsi di suoni che fa sembrare suono d'organo il suono di un'armonica..

La base musicale del "cielo in una stanza"? E' tra le piu' semplici e orecchiabili ....è facile imparare la sequenza di accordi con la chitarra anche per chi non sa un'acca di musica e strimpella sapendo semplicemente 4-5 accordi facili...racchiusi in un giro armonico che si ripete - regolarmente - senza eccezioni, salti, cambi.....
Cosa vuol dire questo? Che quella canzone può essere SUONATA da chiunque sappia il minimo indispensabile....e con la chitarra...quindi O V U N Q U E ...in casa, in una stanzona tipo Oratorio, in una spiaggia, in un campeggio, in una festa in casa....OVUNQUE.

C'è un altro "dettaglio" lo so: Il cielo in una stanza è Rilanciata come un flipper con la pallina da una cover ...nella versione di Minona..appena agli inizi della su' carriera tv..prima dell'abiura dalla tv per la sua maternità extraconiugale con uno che tecnicamente è un bigamo (l'attore C.Pani)...
Se quella canzone aveva un punto debole nella "timida vocalità del suo autore" con la stentorea e sognante Minona...si libera e diventa cosa?
Diventa - tra le tante possibili - una delle canzoni sull'amore piu' apprezzate e riconosciute da quest'azz de pays.

Paoli, come Modugno, quando compone testi di canzoni, è come se "disegnasse bozzetti".....fa delle fotografie in sequenza....e una canzone diventa un vero e proprio mini-schizzo, mini - racconto che finisce col restarti impresso.
Sassi - Senza fine - Albergo ad ore - Cosa c'è - Una lunga storia d'amore - Sopravvivenza

sono questo: sono dei racconti-schizzo che ti disegnano qualcosa usando un linguaggio musicale semplice-immediato-orecchiabile.

-------------------------
Riferimenti ONLINE..
http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=biografie&scheda=paoli3&lingua=ita

http://www.ginopaoli.it/
Biografia
Figlio d'un ingegnere navale e d'una casalinga, si trasferisce presto in Liguria, dove trascorrerà buona parte dell'esistenza. Frequentando l'istituto Galilei di Genova conosce Luigi Tenco, cui l'accomuna la passione per la musica jazz e la canzone francese. Abbandonati gli studi, trova un impiego come grafico pubblicitario (l'altro suo grande interesse è e sarà la pittura) e inizia a comporre brani: il primo hit, "La gatta", è del 1960, cui segue dappresso "Il cielo in una stanza", portata al successo da Mina. Entrambi i pezzi compaiono nel suo album d'esordio, "Gino Paoli" (1961), ove brillano pure le splendide "Sassi" e "Senza fine", quest'ultima dedicata alla neocompagna Ornella Vanoni. L'incontro con la quindicenne Stefania Sandrelli rende ancora più travagliata la vita sentimentale del nostro, laddove la carriera procede spedita: se ne "Le cose dell'amore" (1962) spiccano superbe versioni di "Il faut savoir" di Aznavour e "Ne me quitte pas" di Brel, il successivo "Basta chiudere gli occhi" (1963) inanella cose memorabili quali "Che cosa c'è", "Vivere ancora" e "Sapore di sale", certo il suo 45 giri più venduto in assoluto. Un tentativo di togliersi la vita, fortunatamente fallito, è il segno d'una crisi personale che esplode dopo il suicidio a Sanremo, nel 1967, dell'amico Tenco: sentendosi fors'anche fuori posto in una situazione musicale profondamente mutata, Paoli riduce di molto l'attività e dirada le proprie apparizioni. Sul versante dei 33 giri, vanno segnalati "I semafori rossi non sono Dio" (1974) e "Ha tutte le carte in regola" (1980), tributi il primo al catalano Joan Manuel Serrat, il secondo al livornese Piero Ciampi, da poco scomparso.
Di vero e proprio ritorno si può parlare solo nel 1984, quando "Una lunga storia d'amore" (nella colonna sonora del film "Una donna allo specchio"), tra le sue composizioni più felici, lo porta in cima alle classifiche. La ritrovata sintonia col pubblico è confermata l'anno dopo da una lunga e fortunata tournée teatrale con Ornella Vanoni, che produce il doppio long-playing "Insieme". Da qui, comincia per il cantautore una seconda giovinezza, costellata da titoli quali "Io ci sarò", "Cosa farò da grande", "Ti lascio una canzone", "L'ufficio delle cose perdute" e "Quattro gatti", culminante nel 2004 in un altro tour con la Vanoni, anch'esso trionfale ed inciso su disco ("Ti ricordi? No, non mi ricordo"). A tratti affiora, in quest'ultimo evento, un eccessivo ammiccare alla nostalgia a conferma, ci pare, che il periodo magico di Paoli vada fatto risalire alla prima metà degli anni '60. Dipoi, su tutto ha finito per prevalere un sia pur eccelso mestiere. D'altra parte, non fu egli stesso a scandire (in "Finale", 1984) "forse non ho più canzoni da inventare / ma mi è rimasta la voglia di cantare"?

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Discografia

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Gino Paoli (1961)
Le cose dell'amore (1962)
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Gino Paoli allo studio A (1965)
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Gino Paoli and The Casuals (1967)
Le due facce dell'amore (1971)
Rileggendo vecchie lettere d'amore (1971)
Amare per vivere (1972)
Gino Paoli canta Serrat (1974)
I semafori rossi non sono Dio (1974)
Ciao, salutime un po' Zena (1975)
Le canzoni di Gino Paoli (1976)
Il mio mestiere (1977)
Le cose dell'amore (1977)
La ragazza senza nome (1978)
Il gioco della vita (1979)
Ha tutte le carte in regola (1980)
Averti addosso (1984)
La luna e il Sig. Hyde (1984)
Insieme (1985)
Cosa farò da grande (1986)
L'ufficio delle cose perdute (1988)
Sempre (1988)
Gino Paoli '89 dal vivo (1989)
Matto come un gatto (1991)
Senza contorno solo... per un'ora (1992)
Gorilla al sole Dance Authority Remix (1994)
King Kong Paoli (1994)
Amori dispari (1995)
Appropriazione indebita (1996)
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Per una storia (2000)
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 22:00

Parentesi sul Recupero/Divulgazione della musica popolare Campana ..
NuovaCompagniadiCantoPopolare - Roberto De Simone - Peppe Barra


http://www.nccp.it/discografia.html

http://www.nccp.it/nccp.html - la storia

Sito non ufficiale
http://digilander.libero.it/nuovacompagnia/s.htm
http://digilander.libero.it/nuovacompagnia/d.htm con i singoli album e testi.

Roberto de simone - intervista RAI 2009

Pianista e compositore, Roberto De Simone, nasce a Napoli nel 1933, si dedica alla ricerca musicale e di tradizione, alla regia teatrale ed alla scrittura drammaturgica. E' del 1976 "La cantata dei Pastori" tratta da Andrea Perrucci e messa in scena con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, di cui è anche ispiratore e propugnatore.
Sempre nello stesso anno, Roberto De Simone, crea quel gran capolavoro che é:
La gatta Cenerentola, un opera che farà il giro del mondo, suscitando ovunque stupore ed ammirazione.
Ma tutte le opere di De Simone sono stupefacenti: Mistero napoletano, La festa di Piedigrotta,
L'Opera buffa del Giovedì Santo, Eden Teatro di Raffaele Viviani,
La Lucilla costante di Silvano Fiorillo,
La Bazzariota, ovvero la dama del bell'umore di Domenico Macchia, Le religiose alla moda di Gioacchino Dandolfo,
Le novantanove disgrazie di Pulcinella.
Tra i suoi spettacoli più belli mette conto ricordare: Cantata per Masaniello,
Le Tarantelle del Rimorso
Tra le opere di Mozart si ricordano le regie di Don Giovanni, Idomeneo, Così fan tutte e Il flauto magico.
È stato direttore artistico del Teatro San Carlo di Napoli e direttore del Conservatorio di Napoli.

Alcuni video su LA GATTA CENERENTOLA
https://www.youtube.com/watch?v=ALD8o4pK1zM&feature=related

Peppe Barra -
Vita e prof. Artistico http://www.teatro.unisa.it/peppebarraattore.php

Su Ambrogio Sparagna
http://www.ambrogiosparagna.it/sito/biografia,37.html






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Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti) - Pagina 4 Empty Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 22:03


LInk forum Originale
lepidezza ha scritto:paoli che rifà ciampi pure.. Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti) - Pagina 4 187966
grande canta.. ecco quel che intendevo!grazie per le dispense! Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti) - Pagina 4 156794

Spoiler:
mi sa che mambuzzo aggiungerà i canti sardi..
è davvero preparato...e appassionato di musica tradizionale..
o non è inseribile nel topic forse
una declinazione a parte della musica popolare.


UMBERTO BINDI - SERGIO ENDRIGO - BRUNO LAUZI

I testi sono tratti da : http://www.italica.rai.it/monografie/canzone_italiana/index.htm
UMBERTO BINDI


Comincia a studiare, giovanissimo, il pianoforte; conseguito il diploma al Conservatorio, si occupa di lirica, operette e riviste. La sua prima canzone, "T'ho perduto", è del 1950. Scritturato dall'Ariston, debutta a Sanremo come autore con "I trulli di Alberobello". L'anno successivo, il passaggio alla Dischi Ricordi segna una svolta nella sua carriera: insieme a Giorgio Calabrese, suo paroliere di fiducia, licenzierà diverse canzoni destinate a durare nel tempo. Incisa da Marino Barreto jr, all'epoca "re del night", che ne fa la sigla dell'estate 1959, "Arrivederci" è tra le sue composizioni più belle: proprio con essa esordisce nelle vesti di cantante, proponendola in due versioni mentre un'altra ancora, assai struggente, la darà il trombettista Chet Baker. Nel 1960 esce il suo primo 33 giri, "Umberto Bindi e le sue canzoni", mentre a Sanremo con "E' vero" - scritta assieme a Nicola Salerno, interpretata da Mina e Teddy Reno - ottiene un notevole successo. E poi c'è "Il nostro concerto", forse il brano di maggior intensità, ove egli mette in evidenza la sua preparazione musicale superiore (tra le fonti d'ispirazione, v'è per certo il "Concerto n.2" di Rachmaninoff) e sfoggia pure notevoli doti d'interprete. In quest'ultimo ruolo, si presenta a Sanremo nel '61 con "Non mi dire chi sei": iniziano a circolare voci su una sua presunta omosessualità, che egli non si premura di smentire, così condannandosi ad un lungo ostracismo televisivo ed all'accantonamento in una nazione in larga misura perbenista e bacchettona. Bindi fa a tempo a mettere a segno ancora qualche buon colpo, da "Riviera" (1961, ripresa in francese da Georges Moustaki) a "Jane" (1962), prima di passare alla Rca. Una trionfale accoglienza è riservata a "Il mio mondo" (1964), il cui testo è firmato da Gino Paoli: incisa da Cilla Black col titolo "You're my world", rimane in vetta alla hit parade inglese per oltre tre mesi ed entra nel repertorio di artisti quali Tom Jones e Shirley Bassey. In seguito, per un periodo non breve, Bindi si dedica esclusivamente alla composizione, partecipando pure a varie edizioni di Sanremo: un suo pezzo scritto assieme a Salerno ed a Franco Califano, "La musica è finita" (1967), diviene uno dei cavalli di battaglia di Ornella Vanoni. Tutto il resto è nel segno dell'amarezza (unico conforto, il premio Tenco conferitogli nel '75): album di valore come "Con il passare del tempo" (1972) e "Io e il mare" (1976) non ottengono alcun riscontro, sicchè a Bindi non resta che adattarsi a suonare nei locali notturni e sulle navi da crociera. La situazione non muta con la sua partecipazione al Festival di Sanremo 1996, sostenuta da Renato Zero: "Letti" e l'album che la contiene, "Di coraggio non si muore", cadono nell'indifferenza. Con colpevole ritardo gli viene in soccorso la legge Bacchelli: dopo aver conosciuto la povertà e la malattia, Umberto Bindi si spegne in un ospedale romano il 23 maggio 2002.
---------------------------------------

SUL FORUM:

http://xfactor.the-talk.net/x-factor-3-f3/bindi-mengoni-t347.htm

http://xfactor.the-talk.net/le-arti-musica-cinema-e-tutto-quello-che-e-arte-f31/analisi-melodico-armonica-di-kiss-e-il-nostro-concerto-t391.htm


Tutto in un link:
http://www.jadawin.info/bindi.htm

Discografia:
http://digilander.libero.it/gianni61dgl/umbertobindi.htm

IL NOSTRO CONCERTO (Bindi - Calabrese - 1960)

Sull'eco del concerto
Che insieme ci trovò
Ripeterò ancor la strada
Che mi porta a te

Ovunque sei, se ascolterai
Accanto a te mi troverai
Vedrai lo sguardo
Che per me parlò
E la mia mano
Che la tua cercò

Ovunque sei, se ascolterai
Accanto a te mi rivedrai
E troverai un po' di me
In un concerto dedicato a te

Ovunque sei, ovunque sei
Dove sarai mi troverai
Vicino a te

Da molti considerato il capolavoro di Bindi, "Il nostro concerto" è certo il brano dove maggiormente s'appalesano i suoi studi classici. La musica, che riunisce echi e suggestioni da Grieg, Addinsell, Bath, Rachmaninoff e Cajkovskij, si muove entro la inusuale dimensione del sinfonico, in questo sostenuta da un appropriato arrangiamento di Enzo Ceragioli e dal testo come d'uso in perfetta sintonia di Giorgio Calabrese. All'apice delle classifiche di vendita nel 1960, sia nella versione di Bindi sia in quella di Peppino Di Capri, "Il nostro concerto" rapidamente diviene un evergreen e conosce infinite versioni, anche fuori d'Italia (ad esempio, quella dell'orchestra di Franck Pourcel).
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SERGIO ENDRIGO

Sito uff
http://www.sergioendrigo.it/index2.htm

Biografia
http://www.sergioendrigo.it/Biografia.htm

Figlio di un tenore autodidatta, inizia la carriera come cantante lirico; successivamente, impara a suonare il contrabbasso e la chitarra, e nei primi anni '50 si muove tra balere e locali notturni. Dal '54 al '61 gira per l'Europa, esibendosi nei night più importanti: il suo repertorio si basa su standard celebri, quali "When I fall in love" o "My funny Valentine". La sua carriera ha una svolta nel '61, quando firma un contratto per la RCA ove è appena approdato Nanni Ricordi: l'anno seguente esce il suo primo album, "Sergio Endrigo", che lo impone all' interesse generale. Il brano che gli procura grande popolarità è "Io che amo solo te", ma a restare saranno pure altre cose, la suggestiva "Aria di neve", la sorprendente "Viva Maddalena" (l'uso del termine "vacche magre" in una canzone lascia molti assai perplessi), la cruda "Via Broletto 34". I successivi due 33 giri - entrambi intitolati "Endrigo", apparsi rispettivamente nel '63 e nel '66 - contengono una schidionata di nuovi gioielli: si va dall'intensa malinconia di "Se le cose stanno così" alla scorata tristezza di "Mani bucate" (leit-motiv delle dolenti peripezie di Adriana Astarelli - Stefania Sandrelli, protagonista dello splendido "Io la conoscevo bene" di Antonio Pietrangeli), dalla gradevole filastrocca di "Girotondo intorno al mondo" al disadorno ritratto muliebre di "Teresa". La carriera di Endrigo è nella sua fase più felice: del '66 la sua prima partecipazione al festival di Sanremo con la bellissima "Adesso sì", seguita nel '67 dall'altrettanto valida "Dove credi di andare" (i cui versi sembrano, per puro caso, un accompagnamento alla tragica scomparsa di Tenco) e nel '68 da "Canzone per te", con la quale vince la gara canora. Solo seconda si classifica, invece, nel '69, "Lontano dagli occhi", mentre nel '70 giunge terza, fra infinite polemiche, "L'arca di Noè". Frattanto, la sua carriera procede senza soste: è del '69 l'album, concepito assieme all'amico Sergio Bardotti, "La vita, amico, è l'arte dell'incontro", che raduna intorno a Vinicius de Moraes il poeta Giuseppe Ungaretti, Endrigo medesimo e Toquinho, che accompagna il nostro alla chitarra. Da citare, ancora, nella prima metà degli anni '70, una serie di brani dedicati all'infanzia, da "La casa" a "Ci vuole un fiore", su testo di Gianni Rodari. Di qui in poi, il percorso di Endrigo si interrompe: i suoi lavori si diradano, l'industria del disco lo abbandona, nè cambia la situazione il ritorno a Sanremo nell'86 con la debole "Canzone italiana". Il cantautore riversa tutta la propria amarezza nel romanzo semi -autobiografico "Quanto mi dai se mi sparo?"; gli rendono omaggio Battiato - che include nel suo album "Fleurs" (1999) "Aria di neve" e "Te lo leggo negli occhi" - ed il premio Tenco, che gli dedica l'intera edizione del 2001. Due anni prima della morte vede la luce "Altre emozioni", con vecchie canzoni rifatte e l'inedito che dà il titolo al lavoro.

Testi divisi per Album
http://www.sergioendrigo.it/Testi/Testi%20Album.htm

Endrigo/Buttitta/Marin

http://www.sergioendrigo.it/Approfondimenti/Collaborazioni/Collaborazioni%20-%20Poesia%20Dialettale.htm

Discografia divisa per decenni
http://digilander.libero.it/gianni61dgl/endrigo.htm

CANZONE PER TE
(Bacalov - Endrigo - Bardotti - 1968)


La festa appena cominciata
È già finita
Il cielo non è più con noi
Il nostro amore era l'invidia di chi è solo
Era il mio orgoglio la tua allegria

È stato tanto grande e ormai
Non sa morire
Per questo canto e canto te
La solitudine che tu mi hai regalato
Io la coltivo come un fiore

Chissà se finirà
Se un nuovo sogno la mia mano prenderà
Se a un'altra io dirò
Le cose che dicevo a te

Ma oggi devo dire che
Ti voglio bene
Per questo canto e canto te
È stato tanto grande e ormai non sa morire
Per questo canto e canto te

Alla sua terza partecipazione alla manifestazione sanremese, dopo i buoni risultati ottenuti con "Adesso sì" e "Dove credi di andare" negli anni precedenti, Endrigo vince la gara canora in coppia col brasiliano Roberto Carlos grazie a "Canzone per te", composta assieme a Bacalov ed a Bardotti. Si tratta di un brano dall'impianto certo tradizionale, ma assai suggestivo e bellissimo nell'inciso. Il pezzo, destinato a rendere popolare il cantautore istriano in tutta l'America Latina, è al centro di una rovente polemica a Sanremo: Celentano, in competizione con "Canzone" di Don Backy, abbandona la sala al momento della premiazione, avanzando forti sospetti di giurie in malafede. Ferocemente sbeffeggiato da Noschese per la sua seriosa interpretazione della canzone, Endrigo conosce uno dei più grandi successi della propria carriera; la Vanoni riproporrà, da par suo, "Canzone per te" in "Ornella &..." (1986), un doppio album ideato da Bardotti di evergreen italiani ed internazionali, registrato negli Stati Uniti con musicisti del calibro di Herbie Hancock e Gerry Mulligan.




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BRUNO LAUZI
http://digilander.libero.it/gianni61dgl/brunolauzi.htm

Nei primi anni '50 compagno di banco, al liceo "Andrea Doria" di Genova, di Luigi Tenco, assieme al medesimo ed a pochi altri - Gino Paoli, Umberto Bindi - è ritenuto il fondatore della "scuola genovese", così importante nella storia della canzone d'autore nostrana. Colto e appassionato di poesia, da Garcìa Lorca a Ezra Pound, frequenta la facoltà di giurisprudenza alla Statale di Milano: i suoi primi amori musicali sono il jazz e gli autori francesi, da Aznavour a Brassens a Brel. Ha licenziato nel frattempo uno dei suoi brani più intensi, "Il poeta", che già fotografa alla perfezione il suo mondo creativo a venire ("se si andava in provincia a ballare/ si cercava di aver le più belle/ lui restava a guardare le stelle/ sorrideva e parlava di te..."). Abbandonati gli studi a due esami dalla laurea, si applica nel corso degli anni '60 alla carriera artistica: inizia a lavorare al Derby di Milano, entra a far parte dell'ambiente, conosce Enzo Jannacci, i Gufi, Cochi&Renato, Lino Toffolo e Felice Andreasi. Risalgono a codesto periodo pezzi quali "La donna del Sud", che trae spunto dall'emigrazione dei meridionali verso il Nord, e "Ritornerai", travolgente bolero - ispirato nell' andamento a "Et maintenant" di Gilbert Becaud - che rimane tra le canzoni sue più memorabili ("ritornerai/ lo so ritornerai / e quando tu/ sarai con me/ ritroverai/ tutte le cose che / tu non volevi / vedere intorno a te/ e scoprirai/ che nulla è cambiato/ che sono restato/ l'illuso di sempre"), lustri più tardi leit motiv de "La messa è finita" (1985) di Nanni Moretti. Dopo il successo seguito alla pubblicazione dei suoi primi album, prende il via la stagione dei concerti in Italia e delle tournée internazionali: infaticabile, traduce con felici esiti "Le methèque" di Georges Moustaki e "Que je t'aime", interpretata da Johnny Halliday; si dedica al cabaret ed ottiene prestigiosi premi nel '65 e nel '71; compone pure fortunate canzoni per bambini ("La tartaruga", "Johnny Bassotto"). E' il momento più felice del suo percorso, durante il quale stringe legami artistici con diversi colleghi. Si accosta a Lucio Battisti ("E penso a te", "Amore caro, amore bello"), ad Ornella Vanoni ("L'appuntamento") ed a Mia Martini ("Piccolo uomo"); a quest'ultima, emarginata ingiustamente, fornisce nell'89 con "Almeno tu nell'universo" l'occasione per una clamorosa rentrée, lui che già aveva dato il suo contributo all'affermazione di Paolo Conte eseguendo "Onda su onda" e "Genova per noi". Gli anni successivi sono pel nostro avari di soddisfazioni, pur se la sua produzione discografica continua: da segnalare anche due suoi libri di poesia, "I mari interni" e "Riapprodi". In seguito colpito dal morbo di Parkinson, lavora sino alla fine e dona all'Associazione che aiuta le persone afflitte dal morbo una delle sue ultime composizioni, "La mano".

IL POETA - 1963 - Bruno Lauzi

Alla sera al caffè con gli amici
si parlava di donne e motori
si diceva "son gioie e dolori"
lui piangeva e parlava di te
Se si andava in provincia a ballare
si cercava di aver le più belle
lui, lui restava a contare le stelle
sospirava e parlava di te
Alle carte era un vero campione
lo chiamavano "il ras del quartiere"
ma una sera giocando a scopone
perse un punto parlando di te
Ed infine una notte si uccise
per la gran confusione mentale
fu un peccato perché era speciale
proprio come parlava di te
(parlato)
Ora dicono, fosse un poeta
e che sapesse parlare d'amore
Cosa importa se in fondo uno muore
e non può più parlare di te

Più d'uno ha voluto vedere adombrata nel protagonista de "Il poeta" la figura di Luigi Tenco, la sua struggente malinconia, la sua tragica fine: ma il brano, composto nel 1963, precede di quasi un lustro l'esito agghiacciante della partecipazione al Festival di Sanremo di Tenco, nel '67. Tra i vertici dell'arte di Lauzi, il brano è magistrale nella descrizione di una provincia che pare uscita dalle pagine di Piero Chiara, tra chiacchiere al bar e partite a scopone, dove la solitudine figliata da una pena d'amore conduce ad un gesto estremo proprio quello diverso, quello appartato, il più sensibile di tutti. Registrata dall'autore in varie occasioni, ultima delle quali ne "Il manuale del piccolo esploratore" (2003), la canzone è stata ripresa tra gli altri da Gino Paoli e ha avuto una suggestiva versione in francese, nel 1970, ad opera di Patty Pravo.
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GENOVA PER NOI (1974 - Paolo Conte)

I. Con quella faccia un po'così
quell'espressione un po'così
che abbiamo noi prima andare a Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c'inghiotte e non torniamo più.

II. Eppur parenti siamo in po'
di quella gente che c'è lì
che in fondo in fondo è come noi selvatica
ma che paura che ci fa quel mare scuro
che si muove anche di notte
e non sta fermo mai.
Genova per noi
che stiamo in fondo alla campagna
e abbiamo il sole in piazza rare volte
e il resto è pioggia che ci bagna.
Genova, dicevo, è un'idea come un'altra
Ah... la la la la

III. Ma quella faccia un po'così
quell'espressione un po'così
che abbiamo noi mentre guardiamo Genova
ed ogni volta l'annusiamo
e circospetti ci muoviamo
un po'randagi ci sentiamo noi.
Macaia, scimmia di luce e di follia,
foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia.
E intanto nell'ombra dei loro armadi
tengono lini e vecchie lavande
lasciaci tornare ai nostri temporali
Genova ha i giorni tutti uguali.
In un'immobile campagna
con la pioggia che ci bagna
e i gamberoni rossi sono un sogno
e il sole è un lampo giallo al parabrise.
Ma quella faccia un po'così
quell'espressione un po'così
che abbiamo noi che abbiamo visto Genova...

Genova per noi" fa la sua prima apparizione su disco nel 1975. La incide su un 45 giri della Numero Uno Bruno Lauzi, poco prima d'includerla nell'album omonimo, una raccolta di canzoni in italiano ed in genovese dedicate alla città di mare. In quel periodo, Lauzi era generosamente impegnato a dare una più ampia diffusione all'arte inimitabile di Paolo Conte (che non esitò a definirlo "grande ambasciatore della mia musica"): aveva iniziato l'anno prima con "Onda su onda", per poi proseguire con "Una giornata al mare", "Wanda", "Bartali", "Argentina". Proposta con un curioso accompagnamento di mandolini, la versione di Lauzi è forse più ortodossa e meno fantasiosa di quella che verrà proposta dall'autore: ma rende comunque giustizia a questo brano straordinario, che narra con immaginifica partecipazione la stupefazione dell'astigiano laddove valica l'Appennino e scopre il fascino del mare "che si muove anche di notte e non sta fermo mai".
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 22:06

si Lepidezza, avevamo già parlato con Mambu di inserire qualcosa di sardo a prop. di Maria Carta...quindi immagino inserirà anche altro OCCHEI!

Diciamo che a prop. di musica popolare, il percorso che mi son messa in testa di fare in questo thread mesi fa è quello di cercare punti di raccordo tra la vecchia tradizione dei cantastorie nella musica popolare-regionale italiana e quel che di quel modo di esprimere sia temi privati che istanze pubbliche o sociali è da loro confluito nella musica d'autore italiana, sia a livello di testi che di temi musicali.

Lo so è ambiziosa come idea, anzi presuntuosa perchè probabilmente non ne sono nemmeno del tutto in grado e mi scorderò chissa quanta roba, ma l'idea di base è questa.

miniatina ha scritto:Grazie Cantastorie! Appena posso dedicarmici con un pò della dovuta concentrazione leggo tutto.

di nulla Miniatina....anzi rinnovo quanto già scritto in precedenza, ogni spunto, idea, suggerimento, ampliamento entro il Tema di partenza è piu' che apprezzato dalla sottoscritta, proprio per cercare la completezza del puzzle il piu' possibile...
siamo di zone italiane diverse e questo penso non possa che agevolare contributi anche locali che magari ad altri sfuggono o sono ignoti o riguardano un periodo antecedente... uniti :pollicesu:
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Messaggio Da Cantastorie Dom 9 Ott - 22:07

FABRIZIO DE ANDRE'
Dico subito, io sono faziosa e parziale in merito. Se qualcuno è riuscito a mantenere, mutando modi canori e modi di scrittura, una direttrice che ha coerenza tra cio' che sceiveva a 17 anni e cio' che scriveva a 56...e' st'omino che ci ha lasciato una decina d'anni fa.
L'anno scorso, gli ho dedicato un'intera sezione del mio sito-passatempo personale e allora è là che vi rimando per ogni link, ogni collegamento, ogni sfumatura (compresi vari audio e videos). Io non temo di dirlo, se non l'avessi incrociato da ragazzina, sono certa che una serie di lampadine non mi avrebbero illuminato angoli oscuri o lontani o incomprensibili, che invece cantando-ascoltando le sue canzoni mi sono di volta in volta sembrati splendenti. E in periodi oscuri, brulli e aridi, quelle lampadine dovrebbero moltiplicarsi, invece che affievolirsi e silenziarsi.
Se qualcuno volesse, ricordo che fino a metà giugno credo, all'Arapacis a Roma è in corso la mostra a tema dedicata a Faber in occasione del decennale morte e che è stata per mesi in palazzoducale a Genova l'anno scorso.
Le pagine personali di cui parlo, le potete trovare
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Messaggio Da anna Lun 10 Ott - 12:52

Link forum originale

lepidezza ha scritto:
Diciamo che a prop. di musica popolare, il percorso che mi son messa in
testa di fare in questo thread mesi fa è quello di cercare punti di
raccordo tra la vecchia tradizione dei cantastorie nella musica
popolare-regionale italiana e quel che di quel modo di esprimere sia
temi privati che istanze pubbliche o sociali è da loro confluito nella
musica d'autore italian
a, sia a livello di testi che di temi musicali.

Lo
so è ambiziosa come idea, anzi presuntuosa perchè probabilmente non ne
sono nemmeno del tutto in grado e mi scorderò chissa quanta roba, ma
l'idea
di base è questa.

l'idea è quella che supporto con tanto di bavetta.. Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti) - Pagina 4 85178
tipo tipo..dai canta..

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Messaggio Da anna Lun 10 Ott - 12:58

seunanotte ha scritto:
Io non temo di dirlo, se non l'avessi incrociato da ragazzina,
sono certa che una serie di lampadine non mi avrebbero illuminato angoli
oscuri o lontani o incomprensibili, che invece cantando-ascoltando le
sue canzoni mi sono di volta in volta sembrati splendenti. E in periodi
oscuri, brulli e aridi, quelle lampadine dovrebbero moltiplicarsi,
invece che affievolirsi e silenziarsi.

Mia cara, la stessa cosa anche per me.....hai ragione, quelle lampadine dovrebbero moltiplicarsi invece che affievolirsi e silenziarsi......belle parole Canta.....belle.......grazie

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