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Messaggio Da anna Gio 21 Apr - 18:51

Patti Smith e Carmen Consoli insieme per l'Earth Day
Messaggio pacifista e antinucleare. In 30.000 al Galoppatoio di Villa Borghese


Sono venuti in 30.000 al galoppatoio di villa Borghese per celebrare il concerto del Earth Day, che ha visto Patti Smith e Carmen Consoli assolute protagoniste. E' stata una lunga giornata di musica cominciata attorno alle 20 con band italiane come i Rain, Adriano Bono e Roberto Angelini. Poi attorno alle 22 Patti Smith, icona della new wave, da sempre molto legata alle tematiche ambientaliste. Da un punto di vista musicale la sua spinta propulsiva si è esaurita da tempo ma la "sacerdotessa del rock" non ha perso il suo carisma e la sua voglia di sposare la causa dell'impegno. Inevitabile nel suo set 'Because the night', il capolavoro che l'ha resa famosa che le è stato regalato da Bruce Springsteen e People have the power.

Molto più complessa e raffinata la performance di Carmen Consoli che per questo concerto, che sarà trasmesso venerdì 22 su Sky1 a partire dalle 20,10, ha preparato arrangiamenti orchestrali e un mix di strumenti acustici ed elettrici e archi. Anche Carmen non ha rinunciato a una dura presa di posizione sul tema ambientale invocando un referendum per lo smantellamento delle testate nucleari ospitate nel nostro Paese. AAA Cercasi, Mio Zio, Mandaci una Cartolina, Fiori d'Arancio, L'Ultimo Bacio, Madre Terra, eseguito con la voce di Kidjo, Venere, Non Molto Lontano da Qui, sono alcuni dei titoli di questo concerto che ancora una volta ha confermato la personalità fuori dal comune di Carmen Consoli.

CARMEN CONSOLI ANTINUCLEARE: 'FACCIAMO ARSENALI DI ALBERI'

"Arsenali di alberi al posto delle testate nucleari": è la folle proposta di Carmen Consoli, protagonista ieri sera a Roma insieme a Patti Smith del concerto Earth day 2011, il grande evento musicale gratuito e a Impatto Zero per la Giornata Mondiale della Terra, al Galoppatoio di Villa Borghese. Prima delle due rockstar è in programma l'esibizione della band Rein, di Roberto Angelini e Adriano Bono, già voce e autore delle Radici nel cemento. La manifestazione ha aderito al progetto Impatto Zero di LifeGate.

Ad un anno dal disastro ecologico della marea nera, incombe l'incubo nucleare. Carmen Consoli sottolinea la necessità di spostare l'attenzione dal nucleare civile a quello militare. "E' bene chiudere in fretta le centrali e non costruirne di nuove, pericolo che qui sembra scongiurato, ma il problema -. spiega la cantante ad ANSA.IT - è che in Italia sono ospitati 90 ordigni, anche obsoleti, che forse dovremmo pensare di smantellare. Viviamo in un pianeta pronto ad esplodere, dobbiamo smantellare le testate nucleari non solo qui ma in tutto il mondo".

Volere bene all'ambiente significa certamente "fare la raccolta differenziata, cercare fonti di energia rinnovabili, compiere piccoli gesti eco solidali conducendo uno stile di vita bello, sano. Ma - aggiunge Carmen Consoli - tutto questo, da solo, non basta. Rattrista vedere come il genere umano stia vivendo in un pianeta che è peggio di ciò che ci aspettavamo quando i nostri genitori, educandoci, pensavano che avremmo vissuto in un mondo migliore del loro. Ai tempi di mio nonno non c'era l'isola della plastica, un' isola più grande degli Stati Uniti", aggiunge Carmen.

"Il pianeta è pronto ad esplodere, è un cancro con delle metastasi. Se non provvediamo immediatamente allo smantellamento delle testate nucleari - considera - correremo un pericolo incredibile rispetto a cui Fukushima è niente". La 'cantantessa' sogna un mondo in cui la pace non si regga "sul deterrente delle armi ma sulla generosità e la tolleranza".

La sua esibizione iniziata con la simulazione del boato dell'esplosione di una bomba atomica a 80 chilometri di distanza, con l'effetto di risucchio del vento sulle note di 'Eco di sirene'. "Farò la mia denuncia e tre proposte. La premessa - anticipa - è che in Europa ci sono 200 ordigni nucleari di cui il 45 per cento in Italia. Su questi ordigni vecchi incombe anche la minaccia del terrorismo. La mia prima proposta è questa: sarebbe bello che il movimento mondiale chiedesse un referendum entro il 2015 per lo smantellamento totale di questi armamenti. La seconda idea è: impieghiamo i cervelloni per creare valore e non armamenti, risparmiamo i miliardi di dollari che si spendono sugli armamenti e investiamo qualcosa per combattere la fame nel mondo, garantire la scolarizzazione ai bambini e lottare contro malattie diffuse come malaria e aids. Basta uranio e plutonio, gli scienziati tra cui Rubia parlano da tempo di impiego del torio, una soluzione alternativa che potrebbe mettere d'accordo guelfi e ghibellini dell'atomo. Terzo: smantelliamo tutti gli arsenali atomici e facciamo un vero e proprio arsenale di alberi".

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/spettacolo/2011/04/20/visualizza_new.html_899489714.html

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Messaggio Da anna Mar 26 Apr - 16:03

http://www.rockol.it/news-238182/Chad-Smith---Il-nuovo-album-dei-Red-Hot-Chili-Peppers-uscir%C3%A0-a-fine-agosto-

Chad Smith: "Il nuovo album dei Red Hot Chili Peppers uscirà a fine agosto"

Il nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers sarà pubblicato a fine agosto. A riverlarlo è stato Chad Smith, storico batterista della band ma anche membro di Chickenfoot e di Bombastic Meatbats. Il musicista, in un'intervista a "Rock it out blog", ha parlato dei suoi molteplici progetti musicali: un nuovo album in lavorazione per i Chickenfoot, un DVD live per la band strumentale Bombastic Meatbats, ma soprattutto la presunta data di pubblicazione del nuovo disco realizzato con Anthony Kiedis e soci. "E' un periodo davvero pieno per me, ho tanti progetti in ballo. Anche se ho una certa età mi sento più in forma che mai. Molti fan ci chiedono quando vedrà la luce il nuovo album dei Red Hot Chili Peppers. Beh, non vi posso dare una data precisa ma prevediamo di uscire a fine agosto. Abbiamo già messo a punto la tracklist, non abbiamo ancora un titolo definitivo però. Abbiamo scritto i brani per un anno intero e siamo finalmente riusciti a creare una buona sinergia con il nostro nuovo chitarrista, Josh Klinghoffer. Avrete presto un assaggio di ciò che abbiamo in serbo per voi. Siamo carichissimi, ve lo assicuro", ha detto Smith. Intanto Kiedis, qualche tempo fa, si era lasciato sfuggire alcune indiscerzioni sul presunto titolo, ispirato ad un "particolare viaggio" di un amico: "E' andata proprio così", ha assicurato il cantante Anthony Kiedis: "Questo nostro amico ci stava racconando di questo 'trip' che ebbe dopo aver assunto un acido: ci raccontò di aver suonato dal vivo uno show sold-out per tutto l'universo, e che la sua hit di punta era appunto intitolata 'Dr Johnny Skinz's disproportionately rambunctious polar express machine-head'".

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Messaggio Da anna Mar 26 Apr - 16:06

E’ partito online il pre-order di LITFIBA Rare & Live

E’ scattato il preordine online di “Litfiba Rare & Live”, un cofanetto contenente materiale esclusivo, rarità e inediti che non potranno mancare nella collezione di dischi dei fan della più grande rock band italiana e degli appassionati di vinile. Il box è a tiratura limitata, per un totale di 1.000 pezzi numerati che potranno essere ordinati soltanto via web, su http://myplaydirect.com/litfiba

Il prezioso box, in total black personalizzato con il marchio dei Litfiba, contiene dodici dischi in vinile così composti:

- Vinile picture disc del primo LP dei Litfiba “Eneide” del 1983, ormai introvabile sul mercato

- Vinile picture disc del live del 1984 “Live in Berlin”, mai pubblicato prima

- Doppio vinile picture disc di “Colpo di coda” (live del 1994)

- Vinile picture disc di “Lacio Drom” (live del 1995)

- Doppio vinile picture disc di “Croce e delizia” (live del 1998)

- Doppio vinile picture di “99 Live”, l’ultimo live di Piero Pelù e Ghigo Renzulli del 1999

- Triplo vinile picture di “Stato Libero di Litfiba”, il live della reunion di Piero e Ghigo del 2010



All’interno del cofanetto, con chiusura magnetica e finitura speciale, si trovano inoltre: chiavetta USB personalizzata con logo della band contenente l’audio di tutti i picture disc in vinile, riproduzioni laminate di sei pass originali di tour dei Litfiba e di Sanremo Rock, la bandiera (50x70) e il poster del tour (40x52) “Stato Libero di Litfiba”, una foto inedita a colori di Piero e Ghigo autografata in originale (20x26 cm.).

La Repubblica XL

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Messaggio Da anna Mar 26 Apr - 22:23

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/spettacolo/2011/04/26/visualizza_new.html_896987337.html

Giuliano Sangiorgi torna a cantare
Cantante emozionato a Radio2 dopo intervento a corde vocali


"Ora mi sono ritrovato e ho solo voglia di cantare": così Giuliano Sangiorgi è tornato a far sentire la sua potente voce dopo l'intervento alle corde vocali. Ospite di Max Giusti a 'Radio2 Supermax', il cantante dei Negramaro ha cantato live, circondato dai fan nella sala B di via Asiago a Roma, e non è riuscito a trattenere l'emozione.

"Durante questo silenzio mi ero perso un po', poi mi sono ritrovato. Ora ho solo voglia di cantare", ha detto Giuliano. E' salito sul palco della sala B e ha fatto risentire la sua voce dopo l'operazione subita a febbraio. "Mi va di cantare quello che ho cantato appena è tornata la voce - ha detto Sangiorgi, prima di eseguire 'Lillac Wine' di Jeff Buckley - uno sfogo, un pezzo bello, chissà perché è stato il primo che ho avuto voglia di cantare", ha raccontato, visibilmente emozionato. "Se prima cantare era un'esigenza - ha aggiunto - ora lo è ancora di più, veicola certe emozioni che ho dentro".

Poi ha parlato ancora, incalzato dalle domande di Max Giusti. E ha raccontato i momenti di tensione vissuti a febbraio e la decisione di annullare il tour e sottoporsi alla delicata operazione in Francia: "Se non l'avessi fatta immediatamente avrei avuto problemi dopo, ma quando ho deciso era un dovere avvertire subito i fans", ha detto, prima di aggiungere: "Adesso voglio solo cantare, mi sto cantando sotto". Poi la prova di voce in falsetto, che ha divertito il pubblico: "Avevo paura di svegliarmi così, mi sono assicurato che non toccassero altro".

Giuliano ha confermato l'unica data estiva del 'Casa 69 tour', il 10 giugno, all'Heineken Jammin Festival di Mestre. "Quando facciamo un disco viviamo praticamente insieme 24 ore su 24, cantiamo e suoniamo continuamente - ha raccontato - ora stiamo lavorando con produzioni inglesi, le sorprese si vedranno a ottobre".


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Messaggio Da anna Mer 27 Apr - 12:37

http://www.rockol.it/news-238475/Esce-in-ottobre-il-nuovo-album-dei-Kasabian

'Esce in ottobre il nuovo album dei Kasabian'



Forse occorrerà prendere l'affermazione con qualche cautela, visto che il loro ultimo "West Rider pauper lunatic asylum" è stato più volte annunciato e poi fatto slittare, ma il nuovo album dei Kasabian è al momento programmato per il prossimo ottobre. "Lo stanno già mixando", ha riferito un rappresentante della Sony/BMG al sito Thisisleicestershire, "dovrebbe uscire a ottobre". La band britannica, in concerto a Bologna il prossimo 3 settembre nell'ambito dell'I-Day Festival 2011, starebbe lavorando con il produttore Dan The Automator tra San Francisco e Los Angeles. "Beh, è un disco epico", ha affermato il chitarrista Serge Pizzorno (il cui padre è genovese). "Sono dei grandi pezzi che ti fanno sentire come se tutto fosse possibile. E' un disco veramente positivo. Direi che è un mix di tutti e tre i dischi, solo che abbiamo portato le cose ad un gradino più in alto. Sono veramente elettrizzato perché alla gente l'ultimo album è piaciuto molto e voleva sapere cosa sarebbe arrivato dopo; sono felice di dire che le cose sono addirittura migliorate. E non vedo l'ora di suonarlo dal vivo". I Kasabian - nome ispirato a Linda Kasabian, accolita di Charles Manson e testimone nel processo per la famosa strage di Bel Air del 1969 - nascono nelle vicinanze di Leicester dall'incontro tra il cantante Tom Meighan con il chitarrista Sergio Pizzorno, il bassista Chris Edwards e il batterista Ian Matthews. "West Rider pauper lunatic asylum" è stato pubblicato nel giugno 2009 ed ha raggiunto il primo posto nelle classifiche britanniche.

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Messaggio Da anna Sab 30 Apr - 14:42

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/04/30/news/primo_maggio-concerto-15561261/?ref=HRERO-1

Si alza il sipario sull'Unità di Italia
La musica della storia sul palco
Ad accogliere il pubblico di piazza San Giovanni ci saranno 72 elementi e 60 coristi dell'Orchestra Roma Sinfonietta diretta dal Maestro Morricone. Tra gli artisti Dalla e De Gregori, Paoli, Silvestri, Caparezza, Servillo e Mesolella. A presentare Neri Marcorè: "Magari canto. E per la par condicio, vedremo.."


Sarà la festa dei lavoratori come sempre. Ma anche una giornata per celebrare l'Unità d'Italia a partire dall'unione dei suoni che questo Paese l'hanno disegnato e continuano a segnarlo. Il Concertone si veste per l'occasione. Ci sarà perfino un sipario. E la pedana rotante del più grande palco italiano quest'anno scorrerà. Una specie di enorme tapis roulant sopra cui gli artisti si daranno il cambio, sullo sfondo dei 72 elementi e 60 coristi dell'Orchestra Roma Sinfonietta diretta dal Maestro Morricone. Il palco davanti alla piazza vuota, al prato davanti alla Basilica di San Giovanni che domenica non sarà più visibile. Calpestato dalle migliaia di persone che arriveranno da tutta Italia per assistere al concerto dedicato a "la patria, la storia, il lavoro".



Un'edizione coraggiosa, la definiscono tutti, a partire dall'organizzatore Marco Godano. Perché la piazza di San Giovanni quest'anno assisterà a 14 minuti di sinfonia creata apposta dal Maestro Morricone, forse anche di più. E ascolteranno canzoni antiche, la storia, l'arte, non solo rock. Così tra i brani in scaletta ci saranno Bella ciao, Va pensiero, Te voglio bene assaje, Volare e l'Inno di Mameli e saranno celebrati Dante e Toscanini, Totò e Pasolini, Anna Magnani, Gigi Riva, don Pino Puglisi fino a Rita Levi Montalcini. Non solo set personali degli artisti invitati. Non solo presente. Ma un'onda continua di suoni e atmosfere. Nessun artista straniero, nessuna nota pagata cara e ospitata sul palco che, quest'anno più che mai, rappresenta il nostro Paese e la nostra musica.

Alle prove, davanti alla piazza di San Giovanni ancora vuota, Morricone è arrivato nel pomeriggio. Ha parcheggiato la sua macchina fuori dall'entrata verso il palco. Un addetto al servizio d'ordine si è avvicinato pensando fosse qualcuno che aveva parcheggiato nel posto meno adatto. Poi ha visto Morricone uscire con la sua valigetta, e chiudere l'auto. "Maestro.. Ma lei può entrare dentro..". "No, no, va bene qui grazie molte. Mi può indicare dov'è il mixer?", ha risposto il più grande compositore italiano, 83 anni, cerimoniere d'eccezione davanti una piazza più abituata al rock. E che un atteggiamento così rock l'avrebbe molto apprezzato.

Morricone dal mixer alla fine del prato, ha guardato l'Orchestra da lontano. Ne ha tastato il suono, ha capito. Sapendo perfettamente che parteciperà a una festa. "Perché se penso al futuro" aveva detto in un'intervista a Repubblica 3"io mi aspetto un'Italia migliore". "Ho pensato di mettere insieme nella prima parte della mia 'Elegia' il Va pensiero di Verdi e i Fratelli d'Italia e i due brani saranno contemporaneamente ascoltabili dal pubblico", ha spiegato. "Con qualche compromesso nell'armonizzazione - ha detto - e alcune licenze musicali. Che però non si sentono, anzi i brani restano del tutto riconoscibili. Quando l'orchestra suonerà Fratelli d'Italia, che nella mia versione rinuncia al tempo di marcetta per diventare più pensoso e riflessivo, il coro canterà 'a pensiero; viceversa, quando l'orchestra suonerà Verdi allora il coro intonerà Mameli". Un'avventura. E una scelta, spiega Morricone, ricca di significati morali, "contro l'appropriazione indebita che la Lega ha tentato negli ultimi anni". "Il canto di Verdi è un canto del Risorgimento italiano e dell'Unità d'Italia".

Mentre Roma apre le porte ai fedeli di tutto il mondo che arriveranno per la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, Neri Marcorè - che nel 2006 proprio il pontefice aveva interpretato nel film "Papa Luciani. Il sorriso di Dio" di Giorgio Capitani -, dovrà domare e gestire il Concertone. "E' una cosa importante, è una piazza enorme. Me l'hanno raccontata quelli che l'hanno fatto prima di me. Sono emozionato, anzi, ancora no, ancora non mi rendo conto. Magari domani, magari domenica", ha detto incastrato tra una roulotte-camerino-ufficio di produzione. "Di presentarlo me l'avevano già chiesto ma non mi sentivo pronto, non so perché quest'anno ho avuto questa folgorazione per cui ho visto una grande luce che mi ha detto va...". Seriamente, per Marcorè: "La storia in questi giorni ci sta dando parecchi spunti di riflessione e quindi questo concerto può essere un ulteriore momento di riflessione collettiva e di appartenenza, un termine che si sta perdendo e allora ben vengano questi 150 anni di Unità". Emozione o meno Marcorè avrà a che fare con la par condicio ("Non nomineremo nessuno degli ultimi 15 anni, solo personaggi storici. Così evitiamo problemi"), e canterà qualche brano, perché cantare è "una passione", forse con De Angelis in Nostra signora del golpe. "Intanto per ora sono al sicuro", ha detto alla fine guardandosi intorno. E intorno c'era solo via vai di pezzi di palco. Casse, orchestrali in cerca di sedie, panini, fili da collegare, telecamere pronte a muoversi dall'alto. Chitarre elettriche e clavicembali, violini e bassi, batterie e tromboni. In giro, in movimento in una giostra meravigliosa.

Gino Paoli per partecipare ha rinunciato ad altri impegni. Non aveva previsto che sarebbe arrivato a Roma per cantare Va pensiero, l'aria corale del Nabucco di Verdi alla Festa dei lavoratori insieme all'orchestra Roma Sinfonietta diretta dal Premio Oscar Morricone. E ci saranno Lucio Dalla e Francesco De Gregori a coronamento della tournée 'Work in progress' che li ha rivisti in coppia a 25 anni dal tour di 'Banana Republic'. Per Dalla è la prima volta sul palco di San Giovanni nella storia ultraventennale del Concertone. La scaletta del loro set non è ancora definita. E' il grande segreto. Ma su Viva l'Italia, De Gregori è stato possibilista: "Perché no? In tanti dei miei brani ci sono forti riferimenti al lavoro, quindi non avremo difficoltà", ha assicurato. "Insomma cosa volete che faccia? - aveva già detto De Gregori -. Dovrei fare proclami sul palco? Può essere divertente, ma non l'ho mai fatto e non lo farò questa volta. Siamo artisti consapevoli di quello che succede. Parlano le mie canzoni, e mi pare abbastanza". Per De Gregori: "Una canzone non può far rinascere il senso di appartenenza, mi pare spropositato - ha detto -. La musica è una cosa enorme, ma ha dei confini".

Sarà Eugenio Finardi ad aprire le danze. E gli altri che saliranno sulla pedana mobile saranno i Subsonica, Daniele Silvestri (VIDEO 4), Caparezza, Peppe Servillo e Fausto Mesolella (canteranno con l'orchestra Te voglio bene assaje), e poi i Modena City Ramblers, la Bandabardò (LEGGI L'INTERVISTA 5), Edoardo Bennato, Lucariello, Paola Turci, Eugenio Finardi, Luca Barbarossa, Eduardo De Angelis, Enzo Avitabile (con Raiz e Cò Sang), Bandervish, Edoardo De Angelis, Chiara Civello, Erica Mou.

I tre Maestri del concerto. L'Orchestra Roma Sinfonietta sarà diretta in momenti diversi da tre grandi direttori: Ennio Morricone che dirigerà la sua Elegia per l'Italia. Al Maestro Francesco Lanzillotta sarà affidata la direzione dei brani dedicati alle celebrazioni dell'Unità d'Italia Bella Ciao, l'Inno di Mameli e Te vojo bene assaje con Peppe Servillo e Fausto Mesolella. Mentre l'incontro tra la musica sinfonica e il rock di alcuni tra gli artisti di questa edizione sarà invece diretto dal Maestro Alessandro Molinari.

Previsioni del tempo. Pioverà. Dicono. Nuvole pesanti sopra San Pietro e sopra San Giovanni. La conferma è arrivata dai meteorologi: "Il Lazio sarà una delle regioni più colpite domenica con rovesci e acquazzoni sparsi, e anche Roma non sarà risparmiata dalla pioggia tra mattino e pomeriggio, con schiarite in serata". Le temperature minime previste per la giornata si attestano intorno ai 12-13 gradi, le massime sui 17-19.

Diretta tv. La trasmissione su Rai3 sarà diretta da Stefano Vicario e prenderà il via alle 15,15 con l'Anteprima del Concerto condotta dal cantautore Enrico Capuano. La diretta proseguirà fino alle 19 per riprendere poi il collegamento con la piazza alle 20 e concludersi alla mezzanotte. E proprio la diretta televisiva imporrà l'attenzione del conduttore e degli artisti al rispetto della par condicio vigente per l'imminente tornata elettorale.

Trasporti. Per consentire lo svolgimento dell'evento sarà chiusa al traffico la zona delimitata da via Carlo Felice, piazza di Porta San Giovanni e via Emanuele Filiberto, mentre sarà consentito transitare sulle direttrici. Ecco il piano Tpl: Il servizio di trasporto pubblico. Le linee 3, 16, 360, 590, 665 saranno in servizio con fasce orarie dalle 8,30 alle 13 e dalle 16,30 alle 21; le linee 81, 85, 87, invece, inserite nel programma di intensificazione per l'evento di beatificazione di giovanni paolo ii, saranno in funzione dalle 5.30 Alle 21. Come misura di sicurezza, infine, a partire dalle 15 di domenica 1 maggio è prevista la chiusura delle stazioni "San Giovanni" e "Manzoni" della linea a della metropolitana. Le deviazioni e le limitazioni. Dalle 8,30 a fine servizio le linee diurne 3, 16, 81, 85, 87, 360, 590 di atac e la linea 218 di roma tpl dovranno cambiare itinerario, la linea diurna 665 sarà limitata. Inoltre, per consentire la pulizia dell'area di piazza san giovanni, da inizio servizio fino alle 5 di domenica 2 maggio devieranno le notturne n1, n10, n11.

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Messaggio Da anna Mer 4 Mag - 10:21

A Gaza il concerto per la pace.
Barenboim e musicisti europei incantano platea di 300 persone


Auspicare la pace con le note di Mozart, eseguite da un ensemble di musicisti provenienti da prestigiose orchestre europee, compresa la Scala di Milano. Nasce cosi’ il concerto evento nella Striscia di Gaza di Daniel Barenboim, direttore d’orchestra israelo – argentino che vanta anche un passaporto palestinese e anni di impegno per la pace in Medio Oriente

“Il mio obiettivo è che in questa regione si cambi idea – ha dichiarato -. Credo che dopo la rivoluzione in Egitto e il disastro nucleare in Giappone, tutti sono costretti a cambiare rotta”.

Tanti i giovani invitati ad assistere all’evento, annunciato a sorpresa e promosso dall’Onu con ong locali in un centro culturale nei pressi del campo profughi di Shaati.

“Studio musica. Abbiamo sempre desiderato ascoltare un’orchestra – dice una ragazza-. E’ stato bellissimo”

“Il direttore è israeliano, ma non m’importa – commenta un giovane -. Sono venuto ad ascoltarlo”.

Il trionfo era assicurato: un buon auspicio per la firma dell’accordo al Cairo tra le fazioni palestinesi.

euronews.net

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Messaggio Da anna Gio 5 Mag - 18:25

E’ bravo, ma non si applica: che fine ha fatto Damien Rice?

l suo ultimo disco, “9″ è di cinque anni fa. Il suo unico altro disco, “O”, è del 2002. Damien Rice ha un talento enorme. Probabilmente è il miglior cantautore uscito nell’ultimo decennio. Ma quel dubbio, quel “probabilmente” non ci sarebbe neanche se avesse pubblicato un po’ di più, se avesse avuto un po’ di continuità. Per lui vale quella frase che le maestre o lo professoresse dicono ai genitori al ricevimento” Se solo si impegnasse di più…”. Si dice che non si sia mai ripreso dalla rottura con la sua metà musicale e di vita, Lisa Hannigan (che ha inciso un disco, e ne sta incidendo un altro niente meno con Joe Henry). Qualche tempo fa aveva annunciato che il suo nuovo disco sarebbe nato in un viaggio di 10 giorni, una canzone al giorno, ma non se ne è fatto niente. Ma Damien continua a fare musica, anche se in maniera irregolare… Ogni tanto fa qualche concerto, ogni tanto viene avvistato ai concerti altrui, dove presenta nuove canzoni (l’ultima è questa, “Wild and free”: la si può vedere/sentire questo video, dove Damien è trasandato come al solito, ma anche molto ingrassato). Ma al di là delle registrazioni amatoriali, Damien ha sparso un po’ di canzoni ufficiali qua e là, negli ultimi tempi. Proviamo a fare un po’ d’ordine. 1)L’uscita più recente è di qualche giorno fa: “En t’attendant”, il disco di Melanie Laurent, l’attrice di “Inglorious basterds”. Damien ha prodotto 5 brani e canta in due, uno più bello dell’altro. (A proposito: domenica il Corriere ha intervistato la Laurent, ma del disco neanche una parola. Ma le attrici cantanti non facevano notizia, una volta?) Clicca qui per vedere il video incorporato. Clicca qui per vedere il video incorporato. 2)”The connoseiur of grand excuses”, pezzo uscito alla fine dell’anno scorso su una compilation benefica per il disastro nel golfo del messico: Clicca qui per vedere il video incorporato. 3) “Under the Tongue”, canzone incisa per un documentario della PBS sulla musica irlandese: Clicca qui per vedere il video incorporato. 4)Nel 2007 ha pubblicato anche una cover di Creep, che suona(va) spesso dal vivo. Non è una canzone nuova, ma la riporto perché mi sono innamorato della sua musica sentendogli cantare questa canzone ad un concerto nel 2003: Clicca qui per vedere il video incorporato. 5) “Look at me”, incisa per una compilation argentina di canzoni i cui testi sono stati scritti da bambini e interpretati da cantanti adulti: Clicca qui per vedere il video incorporato. 6)”What If I’m wrong”, canzone incisa per un documentario sul Tibet. Si trova solo in una versione live, eseguita alla prima del film a Santa Barbara Clicca qui per vedere il video incorporato. 7)E ci sono molte apparizioni dal vivo, con canzoni nuove riprese in video amatoriali… QuestoClicca qui per vedere il video incorporato. Insomma, dai, Damien, fai il bravo scolaro. Applicati e vedrai che sarai il primo della classe degli anni zero. Ammesso che tu ne abbia voglia…

Rockol

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Messaggio Da anna Ven 6 Mag - 17:51

Eddie Vedder
UKULELE SONGS



Non ci si sarebbe mai immaginati di trovarsi a parlare men che bene di una qualsiasi produzione musicale dei Pearl Jam o di Eddie Vedder. Nomi che sono garanzie, che non fanno mai musica buttata lì. Nomi che, certo, rischiano spesso la sovraesposizione discografica, con le ormai infinite pubblicazioni live. Ma sugli album “di studio”, su quelli ci si poteva scommettere ad occhi chiusi.
Questo preambolo per dire che “Ukulele songs”, il secondo disco solista di Eddie Vedder dopo la colonna sonora di “Into the wild”, è una mezza delusione. Solo mezza, perché le prime cose sentite in rete, i singoli circolati nei giorni scorsi, non facevano impazzire, o meglio già lasciavano presagire che reggere un disco intero sui quei toni non sarebbe stato facile.
Sono anni ormai che Vedder flirta con lo strumento: lo ha usato in diverse circostanze, con i Pearl Jam e da solo; in rete si vagheggia addirittura di un “lost record” datato all’inizio dello scorso decennio. Nel frattempo l'ukulele è diventato di moda, tanto da guadagnarsi articoli su importanti quotidiani americani. Altri dischi sono già usciti, come quello di Amanda Palmer dedicato alla rivisitazione con lo strumento delle canzoni dei Radiohead.
“Ukulele songs” è un disco strano nella composizione: contiene canzoni già pubblicate dai Pearl Jam (“Dream a little dream”, "Can't keep", da "Riot act"), qualche cover (“Sleepless nights” degli Everly Brothers, gà incisa per pubblicata su un singolo natalizio dei PJ e qua cantata con Glen Hansard dei Frames e degli Swell Season, ) e molte canzoni originali scritte allo strumento, che Vedder ha accumulato negli anni; alcune vennero presentate nel corso di un paio di concerti a Los Angeles del 2002 che i fan si ricordano bene e che sono circolati come bootleg. Ma non è questa eterogeneità a rendere debole l’album. Non è neanche rovinato dalla quantità: ci sono sì 16 brani (14, in realtà: due sono intermezzi strumentali), ma tutti molto brevi; il disco non arriva ai 35 minuti complessivi.
Il problema è che il tono rimane lo stesso, praticamente sempre, sia a livello sonoro che a livello vocale. Un tono monocorde – anzi quadri-corde se ci perdonate la battutaccia. Un problema strutturale dovuto alla limitata paletta sonora dello strumento, che non viene neanche usato in maniera particolarmente ritmica. Il disco parte bene con una versione bella ritmata di “Can’t keep”, prosegue bene con “Sleeping by myself”, “Without you” e soprattutto con “More than you know”. Ma dopo poche canzoni il gioco si fa ripetitivo e il rischio sbadiglio è dietro l’angolo: va bene che sono "lullabies", ninne-nanne, però... Salvo eccezioni come “Broken heart” o come i toni baritonali di “Dream a little dream”, la voce di Vedder è sempre sulla stessa tonalità, delicata più che piena, e non cerca grandi evoluzioni; e salvo eccezioni come “Longing to belong” in cui si sentono degli archi che arricchiscono il suono, non c’è neanche il tentativo di andare oltre ai limiti dello strumento.
Ci sono momenti molto intensi, come i due duetti (oltre al già citato con Hansard, anche quello con Cat Power, su "Tonight you belong to me"), ma nel complesso “Ukulele songs” scorre via senza lasciare il segno, come ci si aspetterebbe da uno come Vedder: suona più come un piacevole divertissement che come un disco vero e proprio. Di certo non raggiunge le vette di bellezza e intensità di quel capolavoro che fu “Into the wild”, che pure era un altro disco minimale. Probabilmente sarebbe bastato un EP; comunque ci sarà sempre l’occasione di rifarsi almeno parzialmente con "Water on the road", DVD dal vivo che uscira a fine maggio assieme al disco, e che presenterà un Vedder in versione solista, ma non solo alle prese con l’ukulele.


Spoiler:
TRACKLIST:

"Can't Keep"
"Sleeping by Myself"
"Without You"
"More Than You Know"
"Goodbye"
"Broken Heart"
"Satellite"
"Longing to Belong"
"Hey Fahkah"
"You're True"
"Light Today"
"Sleepless Nights" (con Glen Hansard)
"Once in Awhile"
"Waving Palms"
"Tonight You Belong to Me" (con Cat Power)
"Dream a Little Dream"

Rockol


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Messaggio Da anna Dom 8 Mag - 15:54

Renato Zero: “I veri geni li puoi toccare”
Un cofanetto per festeggiare 60 anni di vita e 45 di carriera.
"Approfitto della musica per cercarmi, rassicurarmi e mandare gli analisti a quel paese".
La canzone? "La scatti con occhi e orecchie, poi la sviluppi col filtro dei tuoi colori"



“Il consiglio più bello me l’ha dato un giorno Federico Fellini: ‘Renatino, se non ti fai amare, puoi pure essere un genio, ma non ti si fila nessuno’. Se a 60 anni suonati sono ancora qui e non mi hanno ancora dimenticato, lo devo anche a Federico”. Renato Fiacchini in arte Zero arriva con due borse piene di abiti appena comprati (“ho ammazzato il tempo facendo shopping”), tutto in nero, un sorriso largo così e in mano il cofanetto rosso Seizero. Lì ha compresso tutto il meglio dei suoi primi sessant’anni: tre dvd con 70 brani, di cui due inediti, antologia degli otto concerti in piazza di Siena, 100 mila spettatori per l’ultimo compleanno, quello a cifra tonda. “Un disco bianco, uno rosso, uno verde, così celebriamo l’Unità d’Italia. E poi le cartoline con le foto e il ‘Diario di uno Zerofolle’ con gli appunti autografi dei sorcini (i suoi fans, ndr) dal 1967 a oggi”. Quarant’anni abbondanti di carriera, 500 canzoni, 34 album, 20 milioni di dischi venduti, padre poliziotto, madre infermiera, uno zio prete e uno comunista (il politico-filosofo Mario Tronti), quattro fratelli, un figlio adottivo che l’ha reso nonno di due bambine: tutto stipato non in una valigia, ma in quella scatolina rossa che esce martedì in edizione numerata, per collezionisti.

Quando hai scoperto di essere un cantante?
Non prestissimo, da ragazzo avevo scarsa autostima. I cantanti erano tutti grandi: Morandi, Battisti, Celentano, Fidenco, Vianello, Bindi, Modugno, Pavone, Tenco, De André, Paoli, Lauzi. Un meraviglioso juke-box. Oggi è tutto più difficile, i nostri nipotini devono ancora dimostrarci di cosa son capaci. Ma allora era tutto immenso, non osavo nemmeno pensarci. La prima molla fu la voglia di uscire dal palazzo del quartiere Montagnola, abitato da 136 famiglie di poliziotti colleghi di papà. Volevano fare di me un poliziotto, io invece tradire le aspettative dell’ereditarietà.

Girava musica, in casa?
Papà era baritono, timbro poderoso e accattivante, cantava le opere a memoria. Mi ha trasmesso tutto il pacchetto di opzioni.

Non ha ostacolato?
No, anzi. Quando i colleghi storcevano il naso per quel ragazzo eccentrico, lui mi difendeva. Veniva a prendermi nei locali e mi riportava a casa. Anche quando cominciai a ballare, a cantare, a fare incetta degli strass, sciarpe, paillettes e lustrini più colorati dei mercati rionali. Tutto per uscire dal branco, trasgredire, portare la testa più avanti, staccarmi dai coetanei imbranati in calzoni corti che cercavano di dare un senso a un’erezione.

Prima esibizione?
Ufficiosamente, a 15 anni, alle feste in casa di ragazzi più grandi: ambienti pseudofichi, tutti in smoking preso a nolo. Per farmi invitare mi esibivo come dj, mettevo su musica. Ufficialmente, al Ciak di via Torino: sul palco con amici musicisti rastrellati alla Montagnola. Cantammo ‘La casa del sole’ degli Animals e qualche cover dei Rolling Stones, ‘I can’t get no satisfaction’, anche se preferivo i Beatles. Tanto il pubblico ballava più che ascoltare. E io, con la scusa, mi imbertavo qualche disco raro.

Abbigliamento?
Bè, lì avevo già messo mano a un certo guardaroba, non ancora metallizzato però. Raccattavo berretti, bombette, giacche, pantaloni in via Sannio o a Porta Portese, bric à brac dell’usato originale che profumava di America e spesso ne veniva. Amavo ancora gli americani, prima di detestarli per tutto quel che ci hanno portato di orrendo. Invece l’Inghilterra l’ho sempre amata: ancora oggi produce novità e freschezze imperdibili, c’è sempre da imparare e da rubare qualcosa per chi fa questo mestiere.

Mestiere?
Giusto, non credo sia un mestiere. Mi sento un privilegiato che approfitta della musica per cercarsi e rassicurarsi, per sfanculare gli analisti e perdere la paura dei borghesi.

Ma tu hai studiato musica?
Mai. Sempre temuto che la matematica musicale mi levasse l’immediatezza che ho avuto in dono. I grandi lo chiamano ‘orecchio assoluto’. Ennio Morricone mi racconta che un giorno a Parigi udì la sirena di un’ambulanza, naa-naa-naa-naa: salì sull’aereo per Roma e all’arrivo aveva composto ‘Se-telefonando-io-potessi-dirti-addio…”.

È mai capitato, a te?
Inconsciamente, in ogni canzone. Molte delle prime son rimaste inedite, prima che firmassi il primo contratto con Rca nel 1973. La canzone è una foto: la scatti con gli orecchi e gli occhi, la conservi, la sviluppi in camera oscura e coi filtri dei tuoi colori.

La prima canzone che hai scritto?
‘Dove vanno a morire le rondini’, 1965. Poi ‘Carosello’ per Edoardo Vianello e Wilma Goich, grande successo. In Olanda.

Eri ancora Renato Fiacchini?
Renatino e basta: tanto il mio pubblico erano gli amici, con loro non c’era bisogno di biglietti da visita.

Renato Zero quando nasce?
Nel 1966. Tutti mi dicevano ‘Non vali ‘n cazzo’, ‘ma ‘ndo vai’, ‘stattene a casa’: claque piuttosto scoraggiante. Fra niente e zero, il passo fu breve.

Primo disco?
‘Non basta sai’ con Boncompagni, testo di Giulio Rapetti-Mogol. Una gioia per i venti parenti a cui lo regalai. Certe cose meno si sanno e meglio è, quando non sei ancora pronto, prima che scocchi la scintilla magica. Nel nostro mondo conta la prima, la seconda non esiste.

Dopo il Ciak che succede?
Arrivano il Piper e il Titan, i locali di due amici che vedendomi così magro e affamato, vestito solo di una chitarra, mi facevano esibire nei piccoli clubini interni riservati alla musica nuova e al cabaret. Che facessi 30 o 80 spettatori paganti, la barca la portavo in porto lo stesso. Per non farmi vedere in cortile dai colleghi di papà, uscivo di casa vestito normale e i costumi in una valigetta di metallo piena di adesivi, poi mi cambiavo nei portoni di via Tagliamento. Entravo elefante e uscivo libellula.

Divisa?
Sai gli ‘accademici’ da danza, quelle tutine aderenti sintetiche di acrilico? Ecco: fucsia. Stivali sopra la coscia modello D’Artagnan. Cappotto con borchia alla cinta. Bombetta alla Chaplin.

Il trucco tipo Kiss quando arriva?
Più avanti, con le esperienze teatrali e cinematografiche. Grazie all’amicizia col grande Rino Carboni, il truccatore di Fellini: ti incollava maschere di lattice in faccia e poi le dipingeva.

Che ci fai tu con Fellini?
Partecipavo alle selezioni per le comparse a Cinecittà. Pagavano bene, così rassicuravo la famiglia. Federico adorava la mia faccia, perché il casting lo faceva lui personalmente. Non mi chiamava per le pose e basta: quando girava mi dava sempre un pass e io potevo andare dappertutto a Cinecittà, anche nella palazzina dove in quei mesi abitava. Ho vissuto i backstage fra lui e i suoi fedelissimi, cuoche, truccatori, segretarie. Forse gli facevo tenerezza, ero un alieno così disarmante…

Chi ti cerca nei suoi film non ti riconosce.
Fui suo ospite in Satyricon, Casanova e Roma. Mi ha insegnato a diventare parente di quelli che lavorano con me. A portarli a cena, a informarsi sulla figlia operata di appendicite. Sennò il successo te lo scordi, dura poco. Lui era prima di tutto Federico, poi Fellini. I veri geni non sono lontani: li puoi accarezzare.

E quando scocca, per te, la scintilla?
Avevo già fatto decine di provini per la Rai: sempre bocciato, ‘incompatibile con il mezzo televisivo’. Ormai era il 1978 e cominciavo a preoccuparmi: avevo discreti successi di vendite, i miei brani andavano forte nelle discoteche, ma le porte della tv erano sbarrate. Poi un giorno, a furia di rompere le palle a Gianni Ravera, l’impresario dei festival canori marchigiano come papà, ‘eddai Gianni, non essere avaro, portame in tv, famme conoscere dalla gente’, lui mi chiama: ‘Renatì, fai la valigia, ti porto a Venezia’. C’era una rassegna di due giorni in diretta su Rai1. Il venerdì sera mi manda in onda col Triangolo: capelli ricci lunghi sotto le spalle, abito arancione tutto di stracci. Nun poi capì che ero…

Come andò?
Molti applausi. Ravera era tranquillo, gli avevano detto che il direttore di Rai1 era all’estero per il weekend e non avrebbe visto nulla. Invece vide tutto e lo chiamò la sera tardi furibondo: ‘Come ti sei permesso di mandare in onda quell’essere? Ora lo rispedisci a Roma, non lo voglio vedere mai più’.

“Quell’essere” senz’aggettivi?
Senza aggettivi era peggio. Ravera quella notte mi convocò per comunicarmi che la mia trasferta veneziana finiva lì. Mentre cercava le parole, squillò il telefono: era di nuovo il direttore di Rai1 che aveva cambiato idea o gli ascolti gliel’avevano fatta cambiare. ‘È ancora lì quell’essere? Mica l’hai già rispedito a Roma?’. Gianni alzo gli occhi: ‘A Renati’, contrordine: domani si torna in onda’. E lì, in quel momento, vinsi la mia guerra.

“Triangolo” fu il primo successo?
C’era già stato ‘Madame’. Un cult nelle discoteche più prestigiose: la prima canzone italiana in mezzo a tutta roba inglese e americana. Ogni tanto entravo di nascosto, in incognito, e mi guardavo i ragazzi che ballavano la cosa mia: ‘na sodisfazione…

Da allora solo tappeti rossi?
Macché, non sai la fatica. Ho avuto le mie gratificazioni, certo: l’amicizia di Fellini, una splendida lettera di Strehler, la benedizione di Carmelo Bene. Ma, quando esplodeva un incendio di talento e creatività, ecco subito i pompieri che non si facevano gli affari loro e correvano a sputarci sopra per spegnerlo.

I critici o i colleghi?
Un po’ tutti. Mancava quella complicità, quella solidarietà tra addetti ai lavori che all’estero aiuta i giovani talenti a emergere. In Italia eri sempre Cenerentolo.

Colpa della tua ambiguità sessuale? Dei testi troppo espliciti?
Ma da sempre l’ambiguità è arte, arma di comunicazione. Pensa a Chaplin, Wanda Osiris, Petrolini, Dapporto. No, non era l’ambiguità. È che nella musica italiana c’erano i branchi: urlatori, melodici, cantautori, alternativi. Io me ne stavo per i cazzi miei, fuori dai generi, dalle correnti, dai clan. Facile infierire sulla mosca bianca o sulla pecora nera. Per avere un programma Rai tutto mio, Tutti gli zeri del mondo, ho dovuto aspettare il 2000: a 50 anni, quando avevo vinto tutto.

“Madame”, “Triangolo”, “Mi vendo”, un successo dopo l’altro. E l’album “Icaro”, un milione di copie.
Ma quelli erano scontati: ovvio che diventassero bandiere. Il successo che più mi ha sorpreso è ‘Il cielo’, scritto di getto alzando lo sguardo nel vento di Ventotene, contro la superficialità di chi vuole sostituirsi a Dio. ‘Gli spermatozoi, l’unica forza, tutto ciò che hai, ma che uomo sei se non hai il cielo?’: mai scritto un verso più bello.

Per “un altro figlio nasce e non lo vuoi, amalo!”, sei stato iscritto fra gli antiabortisti.
Contro l’aborto usato come anticoncezionale, sì.

Come nascono le tue canzoni? Scrivi i testi o le musiche?
Un po’ di tutto, come capita. Mi metto al pianoforte o alla chitarra. Chiamo i miei collaboratori. E ci mettiamo lì a comporre e scrivere. A volte sono loro a proporre spunti da sviluppare. Altre vengono con una musica pronta da vestire con un testo. Ma il più delle volte faccio io e poi loro, che hanno studiato, mi cambiano un po’ la tastiera. Tanto io passo dal rock allo ska, dal bolero al lento. Per questo non mi sono mai ripetuto.

Quante censure hai subìto?
E chi le ha contate? Per la Rai era pericolosa qualsiasi cosa: pure Rino Gaetano. Poi le radio libere han rotto il monopolio e per un po’ siamo andati sulla stessa lunghezza d’onda. Ma gli sponsor han rovinato tutto: sono i fatturati a decidere la buona musica.

Tu hai un rapporto diretto, quasi fisico col tuo pubblico. Come hanno preso i tuoi fan la notizia dell’indagine a Napoli per evasione fiscale?
Nessuno mi ha chiesto nulla. Rispetto il lavoro dei magistrati e conto di chiarire tutto nelle sedi opportune. Non faccio i processi sui giornali. Certo, quando siamo molto esposti, dobbiamo dare delle risposte agli altri, ma soprattutto a noi stessi. E a volte dobbiamo riconoscere di aver affidato le nostre vite a persone che non si sono rivelate capaci di gestirle nel modo migliore.

Perché non ti sei mai schierato né “impegnato” in politica?
Renato Fiacchini pensa, partecipa, ogni tanto vota, ma fa cose diverse dall’artista. Renato Zero l’ho sempre tenuto lontano dai festival dell’Avanti, dell’Unità, dell’Amicizia, del Secolo. Qualcuno ha cercato di comprarmi, ma io non mi vendo. La buona fede è gratis, se è remunerata dal cachet diventa sospetta. Le cose che voglio dire le dico nelle canzoni e qualche battaglia l’ho fatta: ambiente, droga, rispetto del diverso e dell’ultimo, mercificazione del corpo, lavoro, pedofilia. Adoro Gaber e Jannacci perché han detto cose forti senza sdraiarsi su un partito.

Cosa pensi della politica di oggi?
Cose irriferibili. In Parlamento dovrebbe andare chi dà il meglio, invece specialmente negli ultimi anni han messo in campo il peggio. Perciò chi, nella società, avrebbe la statura per misurarsi, si tiene a distanza. A Montecitorio dovrebbe salire chi sente il bisogno di fare qualcosa, invece abbiamo gente che conosce commi e regolamenti, ma non il Paese. Non sa nulla di chi non si sposa o non fa figli perché non se lo può permettere.

Celentano sul “Fatto” ha invitato tutti a votare ai referendum, specie quello anti-nucleare, anche se ce lo scippano: portiamo ai seggi un biglietto con la nostra scelta. Che ne dici?
Questo è l’impegno politico che piace a me. Sulle cose concrete. Le centrali nucleari fanno paura anzitutto per i costi spaventosi, per non parlare delle scorie e degli altri rischi. Vorrei sapere da chi vorrebbe costruirle: quali zone d’Italia sono assolutamente esenti dal pericolo sismico? Praticamente nessuna. E allora di che stiamo a discutere? Il referendum è l’ultima possibilità che ci rimane per dire la nostra. Ogni uomo, se vuole, è una Repubblica.

ilfattoquotidiano

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Messaggio Da anna Lun 9 Mag - 16:09

Apre a Detroit una mostra su Marvin Gaye


Ha aperto i battenti presso il Motown Historical Museum di Detroit una mostra interamente dedicata a Marvin Gaye: l'esposizione, che rimarrà aperta fino al prossimo mese di settembre, esporrà dischi, spartiti, costumi di scena e persino la targa della Marvin Gaye Way di Washington DC, città natale della leggendaria voce soul scomparsa tragicamente nel 1984. "Per noi è stato facile allestire la mostra", ha dichiarato la curatrice, Lina Stephens: "Gaye, artisticamente, è nato qui alla Motown: di materiale a disposizione ne abbiamo avuto moltissimo". "Vorrei che la gente visitasse questa esposizione per avere un'idea autentica di quello che è stato il corpus artistico di Marvin", ha riferito l'ex moglie dell'artista, Janis Gaye, rimasta legata al cantante per undici anni e sua coniuge tra il 1977 e il 1981: "Tutto quello che c'è qui parla di lui. E' tutto uscito dalla sua testa". Il materiale esposto al Motown Historical Museum riguarda il periodo incluso tra il 1960 e il 1982: per maggiori informazioni è possibile consultare il sito motownmuseum.com.

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Messaggio Da anna Lun 9 Mag - 22:33

Raiz, “Ya!” è l’esortazione
che arriva dal Mediterraneo
L'ex leader degli Almanegretta torna con un nuovo album nel quale canta in inglese, ebraico, napoletano e italiano. Fra le righe emerge la sua origine ebraica: "Necessario sfatare miti perché le acque stagnanti delle opinioni sul conflitto arabo-israeliano vanno smosse con coraggio".
Con Saviano ha aderito a ottobre a un appello pro-Israele


L’”anima migrante” dà voce all’Italia multietnica di oggi: “Ho da sempre una convinzione: il Mediterraneo, a dispetto dei confini (nord e sud, ovvero ricchezza e povertà; est e ovest, sinonimi di “arretratezza” e “democrazia”) è un’area culturalmente omogenea”. Raiz, l’ex leader degli Almamegretta ritorna con “Ya!” (Universal, 2011): colonna sonora della diaspora dei popoli del sud del mondo in cerca di un futuro migliore. Raiz mescola tradizione e modernità con i suoni del Mediterraneo e del Medio Oriente. Un viaggio in cui la Casbah di Forcella si (con)fonde e si perde nelle vie di Kingston, Gerusalemme, Algeri, passando per Bristol sino ad arrivare a New York. Se è vero che il dialetto napoletano rende vive le parole trasmettendo sentimenti allora la sua voce naturale è quella di Raiz. Gennaro Della Volpe (alias Raiz) canta in inglese, ebraico, napoletano e italiano, a metà strada tra un Mario Merola jamaicano e un Muezzin napoletano, immerso tra tappeti di chitarre, oud ed elettronica. “Ya!” è l’ abbreviazione dell’esortazione arabo-ebraica “Yalla!” che in napoletano ha il medesimo suono e significato cioè: “dai”.

L’album vanta e conferma il sodalizio con il collettivo dei Planet Funk che firmano la produzione. Una delle canzoni più belle “‘A Rosa” è una dichiarazione d’amore cantata in napoletano su una melodia israeliana. A ricordare che l’uomo ha un unico sangue, la rilettura di “One Blood” del jamaicano Junior Reid. Il disco si chiude con “Nu filo d’erba e ‘o mare” poesia di Salvatore Palomba che Raiz interpreta su una base dub. Il nuovo singolo: “Domani, domani, domani” parla di tempo e di scelte, mentre la titletrack fa parte della colonna sonora del film “Tatanka” – appena uscito nelle sale –, diretto da Giuseppe Gagliardo e tratto da un racconto di Roberto Saviano. Film nel quale lo stesso Raiz recita nella parte di un boss della camorra.

“Ya” sembra esprimere la vitalità e la voglia di cambiamento che sta emergendo nel mediterraneo un esplosione che grida libertà. In un’Italia che stenta ad adattarsi ai tempi divisa tra integrazione e razzismo.
Le stesse facce, lo stesso cibo, la musica simile non possono appartenere a popoli troppo diversi tra loro. Sforzarsi di riconoscere e evidenziare le similitudini pur essendo ben coscienti delle differenze è secondo me un ottimo modo per combattere il razzismo, i pregiudizi, gli integralismi e aprire la strada al confronto. Cercare di suonare musica “panmediterranea” può essere un buon contributo. Dai tempi di “Figli di Annibale” cerco di fare questo con gli Almamegretta e con i miei dischi da solista.

I video dei singoli estratti dal disco sono stati girati a Israele a testimoniare il profondo legame che hai con questa terra. Quanto ha influito la tua scelta di diventare ebreo in questo disco?
“Diventare ebreo” non è una buona definizione del mio percorso spirituale: preferisco dire che sono tornato alla pratica di qualcosa che appartiene alla mia anima dalla nascita. Ho voluto girare i miei video in Israele per mostrare una faccia del paese che veramente in pochi conoscono: la faccia della gente comune, della vita di tutti i giorni. Purtroppo i pregiudizi e gli stereotipi su israeliani e palestinesi si sprecano, in televisione si vedono solo immagini di militari e terroristi a dispetto di tutte le persone “normali” che della guerra ne hanno fin sopra i capelli e non vedrebbero l’ora di poter essere messi in condizione di cooperare per il bene comune e una pace giusta e durevole. Personalmente ne conosco tanti.

La canzone “Yalda Sheli” è la storia di un soldato lontano dai suoi affetti. Cosa pensi della scelta della Nato di bombardare la Libia?
L’Italia da sempre si distingue per ambiguità e poca chiarezza di idee specie in politica estera. A villa Pamphili ci sono ancora le tracce della tenda di Gheddafi, uno dei più feroci dittatori del Mediterraneo – provate a chiedere ai profughi tripolini che sono scappati in Italia alla fine degli anni ’60 per sfuggire a un sicuro pogrom, chi è l’amico o ex amico del nostro primo ministro – e noi già gli mandiamo i bombardieri appiattiti sulla linea neocolonialista di Sarkozy. Per me il colonnello meriterebbe la sentenza più dura che gli potrebbe riservare un tribunale internazionale contro i crimini di guerra, ma perché fino a ieri era accolto da noi con la fanfara – sorge poi legittima la domanda sul motivo che ci ha spinto alla guerra in Iraq: Gheddafi è meglio forse di Saddam Hussein? – e oggi lo bombardiamo all’unanimità con la sola obiezione “umanitaria” della Lega che teme solo nuovi “terroni” ai confini padani? Realistiche alternative non sarebbero mancate.

La tua adesione, lo scorso sette ottobre, e quella di Roberto Saviano alla manifestazione “Per la verità! Per Israele!”, ha suscitato non poche polemiche. Perché un artista che ha fatto della propria musica il manifesto della pace e dell’integrazione tra popoli, ha ritenuto giusto aderire?
Tonnellate di idiota e menzognera propaganda da entrambi i contendenti e relativi supporters internazionali vengono vomitate su questo terribile e dilaniante conflitto. Tutti, a ormai 63 anni dall’anno della fondazione dello stato ebraico mantengono le stesse posizioni che non hanno risolto niente. Io sono molto legato ad Israele e sono amante della verità: ho aderito alla manifestazione perché penso che la verità sia necessaria per sfatare miti e ridicoli manicheismi, perché le acque stagnanti delle opinioni su questo conflitto vanno smosse con coraggio. La verità farà bene comunque ad Israele: sia quando finalmente sarà chiaro e palese a tutti che il mondo arabo non la riconosce per opportunismo politico interno e che i migliori amici dei palestinesi paradossalmente, in una prospettiva di pace e mutuo rispetto e riconoscimento, potrebbero essere proprio gli israeliani e sia quando mette di fronte il suo governo al fatto che il ritiro dai territori occupati è una cosa che va necessariamente fatta al più presto e la genesi di uno stato palestinese va aiutata.
 Non vedo nulla di contraddittorio tra le mie idee di pace ed integrazione tra popoli con la mia adesione alle parole d’ordine di questa manifestazione, anzi. Probabilmente io ed alcuni dei suoi promotori la pensiamo in maniera diametralmente opposta in molte cose, ma tutti i relatori, dal presidente della Comunità Ebraica Romana Pacifici, a Saviano, a Fassino, Veltroni a Fiamma Nirenstein si sono espressi apertamente a favore della formula “due popoli, due stati”, per i diritti dei palestinesi, dei cittadini arabo-israeliani, il riconoscimento pieno e risoluto del diritto all’esistenza di Israele presso gli stati arabi. Queste mi paiono le basi per il dialogo: chiunque parta da meno di questo, da una parte come dall’altra è una persona con la quale non mi interessa confrontarmi. 
Piuttosto tu avresti fatto la stessa domanda a uno dei “pacifisti” nostrani che sbandiera senza vergogna i vessilli di un partito oggettivamente fascista (in primis con i suoi stessi connazionali) come Hamas?

ilfattoquotidiano

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Messaggio Da anna Mer 11 Mag - 10:45

Bob Marley, il re del terzo mondo
"I soldi non possono comprare la vita"
L'11 maggio del 1981, trent'anni fa, l'artista morì in uno ospedale di Miami per un cancro non curato: a quanto pare, seguendo alla lettera i precetti del credo Rasta l'artista avrebbe rifiutato l'amputazione di un alluce al momento in cui fu rilevata un melanoma. Aveva 36 anni e lasciò un vuoto enorme


Chi c'era non l'ha mai dimenticato. Il 27 giugno del 1980 Bob Marley, l'eroe del terzo mondo diventato un re della musica planetaria, il profeta della cultura Rastafari, arrivò in Italia allo stadio di San Siro di Milano per quello che sarebbe stato uno degli eventi più memorabili nella storia dei concerti nel nostro paese. Una serata magica, avvolta da un'aura quasi sovrannaturale, col protagonista spiritato, agitato da lenti spasmi del suo sottile corpo e il capo traboccante di lunghissimi dreadlock.

Nessuno ha dubitato per un solo istante che l'artista fosse lì sul palco per conto di una qualche missione superiore. Tutto portava a quello: la musica, le parole infuocate, la ritualità profonda, l'urgenza emotiva. In quella magica serata, con centomila persone stregate dalla ipnotica trance del fluente e carismatico reggae che Marley sapeva generare, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quello sarebbe stato uno dei suoi ultimi concerti.

L'undici maggio del 1981, esattamente trent'anni fa, morì in uno ospedale di Miami a causa di un cancro che si era esteso a varie parti del corpo, non curato per tempo, a quanto pare, a causa della volontà dello stesso Marley che seguendo alla lettera i precetti del credo Rasta avrebbe rifiutato l'amputazione di un alluce al momento in cui per la prima volta fu rilevata la presenza di un melanoma. Aveva appena 36 anni e lasciò un vuoto enorme.

La Giamaica, la sua terra, che lo aveva blandito e discusso, dove aveva subito attentati, dove aveva cercato la riunificazione politica dei due partiti che con il loro conflitto stavano lacerando l'isola, gli tributò i funerali di Stato. In pochi anni aveva preso i germi più autentici della musica giamaicana e li aveva portati sulla cima del mondo. Era nato in povertà, figlio di una giovane donna isolana, Cedella Booker, e di un bianco, un ex ufficiale della marina, in un misero villaggio dell'interno, Nine Mile, dove poi è stato sepolto e che oggi è diventato il santuario del culto, un luogo vigilato giorno e notte da adepti Rasta che vendono dei libretti con le sue frasi più significative intitolati The book of prophecy.

Perché questo era Marley, il ragno della leggende pagane delle antiche religioni giamaicane che aveva sconfitto Babilonia, che aveva portato l'autentica voce degli spiriti giamaicani nel cuore dll'Occidente. Marley era cresciuto nel ghetto di Trenchtown, con un'insopprimibile vocazione musicale che si concretizzò col suo primo gruppo, i Wailers, una band fondata sulla personalità delle tre vodi guida, Bunny Wailer, Peter Tosh e lo stesso Marley. L'uomo decisivo per la sua evoluzione fu Chris Blackwell il fondatore dell'etichetta Island, che capì per primo le potenzialità del reggae, e in particolare di Marley, e riuscì a lanciarlo sul mercato anglosassone, con un successo che spiazzò la scena musicale, e funzionò come un'onda irresistibile che contagiò il rock mondiale.

Pochi resistettero a quella fascinazione, e perfino il punk, complice la vicinanza con le comunità giamaicane a Londra, incluse il reggae nel suo ristretto mondo stilistico. Chiaramente Marley era un personaggio unico, la sua potenza andava oltre lo stile, e possiamo esser certi che dovunque fosse nato avrebbe inventato la sua rivoluzione. Nelle sue canzoni c'era sempre un doppio livello, il primo attinente alle sue origini, ai contorni della cultura giamaicana, l'altro più universale. Quando predicava l'esodo (in Exodus) si rivolgeva al "Jah people", al popolo di Jah, riprendendo le teorie del ritorno in Africa che erano state predicate molti anni prima da Marcus Garvey, ma allo stesso tempo disegnava l'utopia che rispondeva al disagio e ai conflitti che alla fine degli anni Settanta stavano dilaniando il mondo occidentale.

Ha insegnato al mondo, continuando una tradizione che appartiene a tutte le Americhe nere, che si può pensare o lottare per i propri diritti, danzando, riunificando la scissione tra corpo e mente che la nostra società ha perpetrato per secoli. La leggenda racconta che le ultime parole prima di morire, dette al figlio Ziggy, furono: "I soldi non possono comprare la vita". Succedeva esattamente trent'anni fa.

Gino Castaldo

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Messaggio Da anna Mer 11 Mag - 15:17

Trent'anni fa l'addio a Bob Marley



L'11 maggio del 1981 la musica ha perso un grande protagonista: quel giorno Bob Marley è morto a Miami a causa di un melanoma maligno. Aveva solo 36 anni. Rockol ha deciso di ricordare questo genio del reggae e profeta della filosofia Rastafari, che ha consegnato la musica e la cultura giamaicana alla storia e ha lasciato ai posteri un'eredità di grandissima portata. Citare alcune delle sua canzoni più celebri come "No woman no cry", "I shot the sheriff" e "Redemption song" non basta sicuramente ad esprimere la sua grandezza. Marley tra l'altro ha tenuto uno dei suoi più grandi e importanti concerti proprio in Italia, allo stadio di San Siro a Milano, il 27 giugno del 1980: proprio pochi mesi prima della sua morte ha radunato circa 80.000 persone in una vera e propria festa collettiva. Un concerto del quale vi offriamo questa testimonianza dell'epoca, ripresa direttamente dalle telecamere del Tg2, sicuramente anacronistica ma interessante per le immagini che ci restituisce.
A 30 anni esatti dalla sua scomparsa noi di Rockol invece vi offriamo un nostro personale omaggio, che comprende un articolo speciale scritto apposta per l'occasione, un sondaggio sulle sue canzoni migliori tramite la nostra pagina Facebook, una bio-photo gallery sulla vita dell'artista e ovviamente le recensioni di alcuni dei suoi dischi fondamentali, tra le quali quella di "Live forever", il cd dal vivo che racconta il suo ultimo concerto tenutosi a Pittsburgh il 23 settembre del 1980. Ma non solo, vi presentiamo anche un'intervista realizzata poco tempo fa a suo figlio Ziggy Marley, che dopo averci parlato del suo ultimo album attraverso i suoi ricordi ci ha aperto una finestra toccante sugli ultimi giorni del padre. Insomma, abbiamo cercato di ricordare insieme la scomparsa di uno dei miti della storia della musica, che con le sue canzoni e i messaggi di pace ha toccato la nostra memoria collettiva.

rockol




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Messaggio Da anna Lun 16 Mag - 15:04

Nasce la ‘YouTube 100 Music Video Chart’


Comprensiva di video ufficiali, clip caricate dagli utenti e ‘debutti virali’, parte la videoclassifica di YouTube. Il video portale, che è al 100% di proprietà di Google, muove indirettamente un passo ad uso e beneficio della casa madre proprio mentre a Mountain View sono impegnati a districarsi tra le ripetute incomprensioni con le major musicali. Di fatto, grazie alla penetrazione e all’audience che vanta a livello globale, YouTube ‘firma’ le statistiche di fatto sulla popolarità e la performance degli artisti celebri, ma non solo, e propone nuovi dati a disposizione di chi deve analizzarli e nuovi spunti di discussione impliciti nelle componenti arbitrarie di ogni classifica. La chart è anche uno strumento di emersione per gli artisti indipendenti e sconosciuti. Chris LaRosa, product manager di YouTube, ha così commentato: "Non solo la top 100 di YouTube dà visibilità alle versioni delle canzoni famose realizzate dai fans, ma mette anche in luce la diversità musicale che solo YouTube sa catturare. Da noi gli utenti accedono sia come fans che come musicisti e la nostra classifica offre alla comunità un modo migliore per trovare la musica più coinvolgente disponibile su YouTube."

rockol

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