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Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto.

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Messaggio Da anna Ven 22 Apr - 20:56

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
Occorsio, giustiziato da neri e criminali


Il sostituto procuratore di Roma Vittorio Occorsio, 47 anni, sposato, due figli, titolare di inchieste sulla P2 e la formazione neofascista Ordine Nuovo, venne ucciso alle 8,30 di sabato 10 luglio 1976, sotto casa sua, in via Giuba, al quartiere Trieste. Era alla guida di una Fiat 125 special, diretto in tribunale, e si trovò davanti due uomini armati di una mitraglietta Ingram: gli estremisti di destra Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro. Il lunedì successivo sarebbe dovuto andare in ferie con la famiglia. Trentadue giorni dopo il procuratore Coco a Genova cadeva il secondo giudice per mano terrorista in Italia, stavolta nera. "Concutelli è al settimo cielo. Finalmente i giornali italiani parlano diffusamente di Ordine Nuovo: a fare la guerra allo Stato non ci sono solo i compagni delle Br, ma anche i fascisti" scrive Nicola Rao ne "Il piombo e la celtica" (Sperling&Kupfer 2009).

Il corpo di Occorsio è ridotto a un fantoccio sanguinante, piagato dalle raffiche di mitra. Sul posto i killer lasciano nove fotocopie di un volantino di rivendicazione: "La giustizia borghese si ferma all'ergastolo. La giustizia rivoluzionaria va oltre. Un tribunale speciale del Movimento per l'Ordine nuovo ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica, perseguitando i militanti di Ordine Nuovo".

Il magistrato aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita a indagare sul neofascismo romano: a ottobre era fissato un nuovo processo, che disvelava i legami con le logge, i servizi deviati, la criminalità comune (clan dei Marsigliesi, Vallanzasca). Nel 1973 aveva ottenuto lo scioglimento del movimento grazie all'applicazione della legge Scelba "per ricostruzione del disciolto partito fascista". Non era stato facile. Nel governo democristiano c'è chi riteneva quell'atto incostituzionale; Occorsio riuscì a convincere il ministro Taviani. "L'accanimento da lui usato nel colpire gli ordinovisti lo ha degradato a livello di boia. Anche i boia muoiono" scrissero gli assassini in un altro passaggio del volantino di rivendicazione.

Vittorio Occorsio è un uomo mite. Il figlio, Eugenio, 20 anni allora, oggi è giornalista economico a Repubblica. "Fu il primo a rendersi conto di quel che è successo: ha sentito le raffiche di mitra, è rimasto lì qualche minuto, davanti al padre morto, senza riuscire né a muoversi né a piangere" scrive il giorno dopo nella sua cronaca su Repubblica Paolo Guzzanti. Arriva il ministro degli Interni Francesco Cossiga: "Reagiremo con tutte le nostre forze". E siamo solo all'alba degli anni di piombo. Ma questo non lo si immagina. Il 1976 è un anno ricco di fermenti, specie a sinistra: le giunte rosse, Ingrao primo presidente comunista della Camera, Craxi segretario del Psi, i 60mila alla festa del proletariato giovanile a Parco Lambro.

Concutelli è un criminale spietato - "fanatico a morte", ammetterà al suo biografo Giuseppe Ardica - che in carcere ucciderà altre due volte (i neofascisti Ermanno Buzzi e Carmine Palladino) e tre volte proverà a evadere; l'altro giorno è tornato libero, 2 per gravi motivi di salute. Oggi ha 68 anni. L'anno prima dell'omicidio Occorsio s'era candidato nel Msi, prese pochissimi voti, poi riparò in Spagna, e al ritorno annunciò a Paolo Signorelli, il capo di Ordine nuovo: "Sono venuto qui per uccidere Occorsio. Voi fateve i cazzi vostri". Il suo complice, Ferro, condannato a 24 anni di carcere, è deceduto nel 1989 per un tumore. Quando arrestarono Concutelli, il 13 febbraio 1977, aveva i soldi del sequestro Trapani (e Occorsio aveva provato il ruolo dei fascisti in diversi sequestri di persona a Roma). I fotografi lo immortalarono mentre in manette fa il saluto romano. Quella foto è passata sui giornali ogni volta che s'è parlato di lui.

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/22/news/occorsio-15264504/?ref=HREC1-12

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Messaggio Da anna Lun 25 Apr - 12:08

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
Palma, ucciso perché "servitore anonimo"

Si sente chiamare per nome, "dottor Palma", si gira, ha in mano la borsa piena di carte e "Il Messaggero" fresco d'acquisto nell'edicola sotto casa, il suo sguardo deve tradire un lampo di incredulità, poi stramazza sul sedile della sua 128 verde: trafitto dai 14 colpi sparati da una Skorpion. A distanza di tanti anni, pesanti come secoli, pochi forse ricordano il nome del magistrato Riccardo Palma, 62 anni, direttore dell'Ufficio generale degli istituti di prevenzione e pena al ministero di Grazia e Giustizia, ucciso a Roma il 14 febbraio 1978 in via Forlì, di fronte al teatro delle Muse. La sua storia è appena un'epigrafe nel lungo elenco scritto col sangue dalle Brigate Rosse. Non lo conosceva nessuno nemmeno all'epoca, un anonimo servitore dello Stato, un civil servant si direbbe adesso; "un magistrato democratico" come scrisse "l'Unità" all'indomani.

E' una mattina grigia, l'Italia del Nord piegata da bufere di neve, treni fermi, aerei che partono a singhiozzo, gli studenti percorrono la Capitale in uno dei tanti cortei per il diritto allo studio. La città ha perso da un pezzo la spensieratezza di Vacanze romane, il '77 è stato un anno terribile, nel quale le Brigate Rosse di Mario Moretti hanno iniziato a "portare l'attacco al cuore dello Stato": 1338 attentati alle cose, 38 agguati, 23 morti, tra cui l'avvocato Fulvio Croce e il giornalista Carlo Casalegno. Son morti anche tre studenti: Francesco Lorusso, Giorgiana Masi e Walter Rossi, e il vicebrigadiere di Ps Antonio Custra. A Milano è stato gambizzato Montanelli. Lo Stato, in estate, ha affidato al generale Dalla Chiesa l'istituzione delle carceri speciali: Asinara, Favignana, Cuneo, Messina. Palma è stato un suo collaboratore. Non teme un attentato. Non ha la scorta. E' abitudinario.

L'istruttoria dell'agguato è stata affidata dalla colonna romana (Faranda, Gallinari, Casimirri, Algranati, Lojacono) a un giovane bierre di Primavalle, "Carletto, 21 anni, che l'ha conclusa in fretta. La moglie di Palma, Matilde Interlizzi, ogni mattina lascia l'abitazione alle 7,30, attraversa la città fino all'Eur, dov'è funzionaria all'Inps. Il figlio, Fabio, 26 anni, all'ultimo anno di ingegneria, rimane a casa a studiare. Sentiti gli spari s'affaccerà dal sesto piano: c'è un capannello attorno all'auto del padre, la gente urla. Scende a perdifiato. Più tardi un prete benedirà il cadavere di fronte allo sguardo attonito del ministro Francesco Paolo Bonifacio. Le Br rivendicano l'attentato un'ora dopo. Perché Palma? "Anche la semplice funzione di servizio va punita con la morte" scrive Paride Leporace in "Toghe rosso sangue" (Newton Compton Editori, 2009).

"Carletto" ha il compito di sparare. Prospero Gallinari gli copre le spalle. Un'altra coppia di terroristi fa finta di amoreggiare nei paraggi. Ma quando si trova davanti Palma - un uomo come lui, non il simbolo che gli hanno descritto - è sopraffatto da una crisi di panico; Gallinari si fa avanti, "dottor Palma", e gli scarica addosso la sua mitragliatrice. Molti anni dopo descriverà così quel tragico momento: "E' la concentrazione totale in cui sono immerso a darmi la freddezza e la determinazione di reagire all'imprevisto. La paura, i conti con se stessi di fronte a certe scelte e decisioni, sono tutte cose che, in questi momenti, schiacci nel profondo dello stomaco per andare oltre". Per sedici lunghi anni non si saprà nulla di "Carletto", fino a quando i magistrati Franco Ionta e Antonio Marini riusciranno finalmente a dargli un nome: Raimondo Etro. Lo arrestano nel giugno 1994 di ritorno da un viaggio a Bangkok, dove s'era inventato una nuova vita: procurava modelle per fotoservizi porno. Lo condannano a 24 anni, trascorsi in buona parte ai domiciliari. Gallinari dal 1996 vive in libertà vigilata a Reggio Emilia, per ragioni di salute.

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/25/news/magistrati_riccardo_palma-15348487/?ref=HREC2-1

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Messaggio Da anna Mer 27 Apr - 0:01

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
L'assassinio di Tartaglione
"impegnato contro i proletari"


OTTO mesi dopo il giudice Riccardo Palma 2, le Brigate Rosse assassinarono a Roma un altro magistrato del ministero di Grazia e Giustizia: Girolamo Tartaglione, un gentiluomo napoletano di 65 anni, direttore generale degli Affari penali. Durante il sequestro Moro si era opposto alla concessione della grazia a Paola Besuschio, ex studentessa di Sociologia a Trento, proposta per uno scambio di prigionieri con il presidente della Dc. Alle 14.15 del 10 ottobre 1978 - un martedì - due killer lo attesero davanti all'ascensore del condominio dove abitava con la sorella Maria, 57 anni: un palazzone ex Incis di via delle Milizie 76 nell'elegante quartiere Prati.

Pur abitandovi 142 famiglie, nessuno vide nulla. I sicari si dileguarono, come per moltissimi altri delitti di quegli anni, senza lasciare traccia, facendosi inghiottire tranquillamente dal traffico romano: uno degli assassini non è neanche mai finito in carcere. Tartaglione non aveva la scorta. Eppure temeva per la sua vita. Sapeva che la funzione che esercitava - i terroristi avevano in atto una campagna contro le carceri speciali - lo esponeva a gravissimi rischi. "E' come viaggiare a 150 all'ora in autostrada e se scoppia una gomma sei morto, non c'è niente che si possa fare", aveva confidato a un amico qualche tempo prima.

Lo Stato viveva i giorni più angosciosi della Repubblica, ma il dottor Tartaglione si recava in ufficio in via Arenula in autobus. Roma (prima in Cassazione, poi al ministero) era stato un approdo dopo una lunga carriera come magistrato nei distretti giudiziari del Sud. Carlo Rivolta su Repubblica scrisse una cronaca impeccabile. Gli assassini, uno dei quali vestito con una sahariana e un basco, come notò la portinaia che domandò loro dove stessero andando, si piazzarono all'ombra dell'ascensore della scala numero 3. Qui gli spararono due colpi alla nuca, Tartaglione cadde perdendo gli occhiali che volarono a metri di distanza; quindi i brigatisti fuggirono di corsa, portando con sé la borsa piena di carte del magistrato. Ad attenderli, all'ingresso, una complice; fuori, parcheggiata in seconda fila, un'auto di piccola cilindrata, pronta a sgommare; una donna sul motorino aveva seguito il giudice dal ministero a via delle Milizie. Accanto c'è una delle più grandi caserme dei carabinieri di Roma. I brigatisti se ne fecero beffe nel loro volantino di rivendicazione.

Non compariva sui giornali, il dottor Tartaglione. Non era un personaggio pubblico. Questo particolare, lo stesso del dottor Palma, autorizzò a lungo il sospetto che ci fosse una talpa al ministero (anni dopo venne anche arrestata una funzionaria, ma le accuse nei suoi confronti caddero già in istruttoria). "Mio fratello era profondamente cattolico, e non volle mai la scorta perché non voleva vittime innocenti" spiegò nel 1993 a Giampaolo Tucci dell'Unità la sorella Maria.

Ci vollero anni per fare luce sul delitto. Quando Patrizio Peci si pentì, nella primavera del 1980, Giancarlo Caselli gli chiese subito se conoscesse gli assassini di Tartaglione. Non ne sapeva nulla. Era stata "una cosa" della colonna romana e le Br erano ormai rigidamente organizzate per compartimenti. Si seppe in seguito che il primo obiettivo era stato Alfredo Vincenti, un altro giudice in servizio al ministero, ma a un certo punto dell'inchiesta interna il capocolonna Prospero Gallinari disse che non andava bene e indicò in Tartaglione un obiettivo di maggior rilievo politico.

La riunione decisiva si tenne pochi giorni prima in un locale all'Aventino, il Caffè du Parc. Lì vennero distribuiti gli incarichi: Alessio Casimirri era il killer designato; Alvaro Lojacono avrebbe svolto compiti di copertura entrando nel palazzo con la sahariana e i baffi finti; Adriana Faranda era la donna che il giudice incontrò entrando nel palazzo; alla guida dell'auto nera li attendeva Massimo Cianfanelli; Rita Algranati, moglie di Casimirri, era la vedetta sullo scooter. Fu Casimirri a uccidere materialmente. Uscendo la portinaia domanda se per caso avessero sparato. E Lojacono: "No, non mi sembra". Fecero trovare la rivendicazione in un cestino di via del Tritone: "Tartaglione un esperto tra gli esperti, impegnato contro i proletari nei tribunali e nelle carceri".

Quando si seppe com'erano andate le cose era ormai troppo tardi. Casimirri era già riparato - nel 1983 - in Nicaragua e, benché gravato da sei ergastoli tra cui quello per il delitto Moro, non è mai andato in galera. Fa il ristoratore. Lojacono vive nella Svizzera francese dopo che nel 1986 ha preso la cittadinanza elvetica grazie alla madre ticinese. Pesarono forse i lignaggi famigliari; Casimirri è figlio di un funzionario della sala stampa vaticana. Entrambi non possono essere estradati.

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/26/news/tartaglione-15387876/?ref=HREC2-7

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Messaggio Da anna Gio 28 Apr - 20:49

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
L'assassinio di Fedele Calvosa
morte di un procuratore di periferia


"Gesù proteggimi", recita la decalcomania stampata sul parabrezza della Fiat 128, l'auto di servizio del procuratore della Repubblica di Frosinone Fedele Calvosa. I terroristi ce l'hanno davanti agli occhi quando gli scaricano addosso la loro rabbia di piombo nella limpida mattina del 10 novembre 1978, a Patrica, nel cuore verde della Ciociaria. Sta andando in tribunale - ore 8.45 del mattino - e a un incrocio viene affiancato da una Fiat 125 beige. Probabilmente fa appena in tempo a rendersi conto. Spira sul colpo, come il suo autista Luciano Rossi, un ragazzo di 24 anni; l'agente di scorta Giuseppe Pagliei, 29 anni, prova ad affrontare i killer ma non fa nemmeno in tempo a estrarre la pistola dalla fondina che è sopraffatto dal fuoco dei mitra. I poliziotti raccoglieranno 21 bossoli. Il delitto è firmato dalle Formazioni comuniste combattenti, uno dei tanti gruppi formatisi nell'area dell'Autonomia, sorti spesso in contrasto con le Brigate Rosse, e che in seguito confluirà in Prima Linea.

Frosinone è fuori dalle grande direttrici della lotta armata e il dottor Calvosa - 59 anni, calabrese di Castrovillari, figlio di un vetturino e di una casalinga, stabilitosi in Ciociaria sei anni prima per precisa scelta di vita - cade per aver emesso un mandato di comparizione nei confronti di 19 operai di una fabbrica tessile della zona, accusati di "violenza privata". Quell'atto è per i combattenti comunisti sufficiente per emettere la loro sentenza di morte. Nel volantino gli contesteranno "un attacco generalizzato alle lotte operaie, criminalizzando e perseguendo sistematicamente ogni forma di insubordinazione, picchetti, scioperi". Il 4 gennaio 1978 le Fcc avevano già ucciso: Carmine De Rosa, maggiore dei carabinieri in congedo e capo dei servizi di sicurezza industriale alla Fiat di Cassino.

Lo strazio dei parenti spezza la quiete della campagna. "Avevamo fatto tanto per tirarci su, avevamo lavorato tutta una vita, ecco una famiglia distrutta", annota Francesco Santini sulla Stampa il grido di una delle mogli. Arriva il figlio di Calvosa, Francesco, 21 anni, pallido, incredulo. La moglie di Pagliei supplica un appuntato di pubblica sicurezza di farglielo baciare un'ultima volta "prima di tornare a casa dai nostri due bambini".

E' un anno sovrastato dalla tragedia del sequestro Moro e dall'escalation del "terrorismo diffuso" - le sigle sono diventate decine, spesso in competizione tra loro - che provoca 1862 attentati alle cose, 781 agguati (più di due al giorno), 38 morti, 44 feriti; ma anche di faticose conquiste democratiche, l'approvazione della legge 180 che chiude i manicomi, la 194 che regola l'aborto. Sandro Pertini è eletto al Quirinale, Karol Wojtyla è il nuovo Papa. Ma in quell'Italia devastata dalla violenza politica nemmeno un procuratore di periferia può sentirsi tranquillo.

Nell'agguato, colpito per errore dai suoi stessi compagni, muore uno dei terroristi. Si chiama Roberto Capone. E' un ragazzo di 24 anni di Avellino ma studente di sociologia a Salerno, figlio di una stimata famiglia di sinistra. Insieme alla sorella Tina e a un gruppo di cattolici progressisti ha dato vita a un doposcuola per i figli di proletari, poi la militanza in Potere operaio - un arresto nel '72 per aver contestato la Dc che ad Avellino onorava la morte del commissario Calabresi - quindi l'approdo nelle Formazioni combattenti, la deriva della lotta armata. Il padre lo crede a Napoli, impiegato in uno studio di architetti. I suoi compagni l'hanno abbandonato ormai cadavere in una strada fuorimano. Ha il portafoglio addosso: ricostruire la sua storia si rivela facile. È fidanzato con una Rosaria Biondi, 23 anni, appena laureatasi brillantemente in legge, figlia di un preside di un Istituto tecnico ad Avellino. Ai suoi ha detto che andava a Bari a frequentare un corso di specializzazione. Guidava lei l'auto dei killer, ai quali appartiene un terzo giovane - pure lui avellinese - Nicola Valentino, 24 anni. È figlio di un pensionato ed è a un passo dalla laurea in medicina. Entrambi saranno arrestati a Torino, due mesi dopo, il 26 gennaio 1979. Non si pentiranno mai, avranno l'ergastolo contro il quale non inoltreranno nemmeno appello.

Gli assassini sono quindi degli studenti modello del Sud. A leggere le cronache del processo, anche quelle dell'appello svoltosi nell'autunno del 1980, si è presi da un senso d'incredulità. A Patrizio Peci, che testimonierà al loro processo, Valentino griderà "ti ricordi quando tuo padrò scannò un dobermann? Ti faremo fare la stessa fine...". E la Biondi: "Creperai come un cane, carogna bastardo". I genitori della ragazza invano chiederanno una perizia psichiatrica. Il padre di Valentino, un ex ferroviere, non riesce a darsi pace. Assiste alle udienze continuando a ripetere: "In cosa ho sbagliato?".

È una vicenda che inquieta. Nicola Valentino è stato in carcere 26 anni senza mai un cedimento e ora collabora con Renato Curcio alla casa editrice "Sensibile alle foglie". Maria Rosaria Biondi, in un documento del 1999, stilato dopo vent'anni di galera durissima, rivendicava di non aver mai chiesto né un permesso premio né i benefici premiali della legge Gozzini. Il loro capo, Paolo Ceriani Sebregondi, figlio di un conte, condannato all'ergastolo per l'uccisione di De Rosa, fuggì avventurosamente dal carcere di Parma e vagabondò a lungo in Africa, prima di finire a Parigi nel 1987: insegna alla Sorbona, come racconta Paride Leporace in Toghe rosso sangue. Al giudice Calvosa hanno dedicato la via che porta al tribunale. C'è una lapide che ricorda l'eccidio. Il presidente Ciampi consegnò alla vedova Pagliei una medaglia d'oro al merito civile.

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/27/news/fedele_calvosa-15444067/

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Messaggio Da anna Sab 30 Apr - 10:28

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
Alessandrini e quella carezza del presidente



La notizia la diede il giornale radio delle 9. A Milano cinque killer avevano assassinato il sostituto procuratore della Repubblica Emilio Alessandrini, il magistrato che aveva scoperto la pista nera su Piazza Fontana. Come ogni mattina aveva lasciato il figlioletto Marco, 8 anni, alla scuola elementare Ottolini-Belgioioso, in via Colletta, quindi era risalito sulla sua Renault 5 color arancione, e poco più in là, sulla strada per il tribunale, all'incrocio tra viale Umbria e via Tertulliano a Porta Romana, si era visto circondare da quattro uomini armati mentre stava fermo davanti al semaforo rosso.

Ha un attimo di smarrimento, "che volete?", ma già il fuoco lo investe. Il collega e amico fraterno Armando Spataro, che quella mattina per una incredibile coincidenza è di turno, se lo ritrova con il capo lievemente reclinato sulla destra, le mani in grembo, il loden lordato di sangue. Non ha la scorta. "A che serve?" aveva detto a Ibio Paolucci dell'"Unità". "Hai visto che fine hanno fatto Coco e Moro...". Mesi prima - settembre 1978 - nell'alloggio milanese di Corrado Alunni, in via Negroli, uno dei capi di Prima Linea, la polizia aveva trovato una sua foto.

I terroristi se la sono svignata dopo aver gettato un fumogeno arancione sul posto per favorire il caos. Uno di loro - Umberto Mazzola - è perfino corso in ufficio, come un tranquillo travet del crimine. Prima Linea rivendica l'agguato. È il 29 gennaio 1979, un lunedì. L'impressione è enorme. All'indomani il quotidiano "Lotta continua" uscirà con una prima pagina celebre: "Ucciso Alessandrini. Dai fascisti? No, da Prima Linea". Scrive sul "Corriere" Walter Tobagi: "I terroristi hanno colpito Alessandrini per quel che aveva fatto, ma ancor più per quanto si apprestava a fare: un archivio sul terrorismo".

Ha solo 36 anni. È figlio di una generazione nuova di magistrati, appassionata, illuminata, di forti sentimenti civili. Il padre, Berardo, faceva l'avvocato. Emilio è il sesto di sette figli. A 26 anni, in pieno Sessantotto, è già sostituto procuratore a Milano. Si è sposato con Paola Cecilia Bellone, una donna di origini pugliesi. Marco nasce nel dicembre del 1970. Spataro in "Ne valeva la pena" (Laterza 2010) ne ricorda "l'umanità straripante". Perfino i condannati in processi da lui istruiti tornavano a salutarlo per ringraziarlo per come li aveva trattati. Furono Sergio Segio e Marco Donat Cattin a ucciderlo. Michele Viscardi e Umberto Mazzola coprivano loro le spalle. Alla guida dell'auto per la fuga c'era Bruno Russo Palombi. Furono tutti presi tra la metà del 1979 e la fine dell'80; Viscardi, Mazzola e Donat Cattin divennero collaboratori di giustizia. Segio rimase latitante fino all'inizio dell'83.

"Ci sentivamo in guerra" scrive Segio in "Una vita in Prima Linea" (Rizzoli, 2006). "Alessandrini per noi rappresentava lo Stato, la magistratura che gestiva le leggi di emergenza e che aveva accettato la delega da parte della politica per contrastare i movimenti e sconfiggere le organizzazioni armate". "Prima Linea uccide il giudice di Piazza Fontana perché è attraverso simili uomini che lo Stato evolve, matura, migliora" scrive Giuliano Boraso in "Mucchio selvaggio" (Castelvecchi 2006). Osserva Corrado Stajano ne "L'Italia nichilista" (Einaudi 1992), un libro fondamentale: "Attaccare la magistratura fa parte della linea politica dell'organizzazione, soprattutto la magistratura di principi democratici, perché ritenuta dotata di una maggiore capacità culturale di capire e di colpire la lotta armata".

Al funerale, in Duomo, c'è tutta la città. Milano è straziata. "Marco aveva il portamento di un cadetto di West Point, mentre il presidente Pertini gli accarezzava il capo", ricorda Spataro. I colpi si erano sentiti fino alla sua scuola. All'uscita trovò ad attenderlo la madre di un compagno che lo condusse a casa dell'amico. Quando la sua mamma Paola gli diede la notizia - ricorda il magistrato Luigi Fiasconaro, che con Alessandrini aveva indagato su piazza Fontana - "Marco non ha battuto ciglio, poi ha cominciato a correre da una stanza all'altra chiamando il papà". La domenica sera erano soliti mettersi davanti alla tv per vedersi un tempo di una partita di Serie A, che la Rai trasmetteva allora alle 19, subito dopo "Novantesimo minuto".

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/28/news/emilio_alessandrini-15477062/

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Messaggio Da anna Lun 2 Mag - 21:20

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
Giacumbi, 14 colpi dopo il cinema




Domenica 16 marzo 1980, corso Garibaldi, Salerno. Le otto della sera. Piove. Il procuratore della Repubblica facente funzioni Nicola Giacumbi, 52 anni, sta rientrando a casa in compagnia della moglie, Carmela Di Renna, 34 anni, dopo aver visto Kramer contro Kramer al cinema Capitol. E' già sull'uscio quando sbucano due giovani che gli scaricano addosso 14 colpi di pistola col silenziatore. Il procuratore muore all'istante, la moglie è viva per un soffio: un bossolo le ha sfiorato la nuca. Hanno un figlio di cinque anni, Giuseppe, che è rimasto a casa con i nonni.

Le prime edizioni dei grandi giornali fanno appena in tempo a dare la notizia, la cui attribuzione sulle prime è confusa, poi in un volantino trovato in un bar della città, ecco la rivendicazione: è stata la colonna "Fabrizio Pelli" delle Brigate Rosse. Pelli era un giovane terrorista di Reggio Emilia morto l'anno prima in carcere per leucemia, e giovani sono i sicari che hanno fatto di lui una bandiera: esponenti del '77, operai transitati per l'autonomia, la figlia di un noto oculista, il figlio di un consigliere comunale socialista. Quando li prenderanno, l'anno dopo, emergerà una verità incredibile: Giacumbi è stato ucciso per vendicare la morte del militante di sinistra romano Valerio Verbano, avvenuta nel quartiere Monte Sacro il 22 febbraio 1980. E che c'entrava Giacumbi?, domanda il pm Silvio Sacchi. "Era anche lui un fascista". Non ancora riconosciuti dalle Brigate Rosse gli otto membri della colonna salernitana volevano, con quel delitto, accreditarsi.

E' un'Italia impazzita. Un mese prima, all'università La Sapienza di Roma, davanti agli occhi della giovane assistente Rosy Bindi, la brigatista Maria Laura Braghetti ha ammazzato il professor Vittorio Bachelet, 54 anni, giurista cattolico e soprattutto vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Bisogna leggere l'articolo di Giampaolo Pansa su Repubblica - mercoledì 13 febbraio 1980 - per capire l'humus nel quale il terrorismo prosperava. Le scritte pro terroristi sui muri dell'ateneo erano ovunque: "Democristiano impara, la P38 spara!", "Mille Casalegno", perfino "Viva le Brigate Rosse". Luciano Lama che affranto affronta gli studenti: "Anche quest'uomo appartiene alla nostra famiglia. Basta! Dobbiamo difendere la vita contro la morte! Dovete difenderla voi giovani! Cos'è la gioventù senza la vita?"

Gli assassini del dottor Giacumbi - un servitore dello Stato - furono tutti condannati, al termine di complicati processi; l'esecutore materiale - Vincenzo De Stefano - ebbe 23 anni, pena ridotta per la dissociazione dalla lotta armata, ma quando i dibattimenti entrarono nel vivo, a metà degli anni Ottanta, la vicenda era ormai relegata nelle pagine locali dei giornali campani. Non aveva la scorta, pur temendo per la propria vita, come confidò alla moglie - un'insegnante di lettere - qualche giorno prima di morire: "Non penso a me, ma a quel che può accadere a te e a Giuseppe".

Giuseppe è diventato ingegnere chimico a Taranto. Ha 36 anni.

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/29/news/nicola_giacumbi-15511843/

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Messaggio Da anna Mar 3 Mag - 14:33

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
Girolamo Minervini, ucciso in autobus



Roma ha cominciato ad assaporare la primavera, le radio diffondono ossessivamente "Video killed the radio star", la gente nei bar parla dello scandalo del calcioscommesse (si vocifera di imminenti arresti), e come ogni mattina il giudice Girolamo Minervini sale sull'autobus 991 che dalla Balduina lo conduce in Cassazione. Nel marzo del 1980 sta per essere nominato direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena e non dorme bene la notte. Le Brigate Rosse ne hanno già uccisi due di direttori delle carceri - Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione - e la sera quando rientra a casa avverte delle strane ombre intorno a sé. Il questore Augusto Isgrò gli ha offerto la scorta, ma ha rifiutato: "Non voglio avere sulla coscienza tre o quattro poveri ragazzi". Ha 61 anni, è in magistratura dai tempi di Togliatti ministro della Giustizia, del quale è stato collaboratore. Un magistrato riformista.

Il 16 marzo è a cena dal figlio, Mauro, bancario; vuol stare un po' con la nipotina Sara. Comunica asciutto che la nomina a giorni sarà ratificata dal consiglio dei ministri. Il figlio gli dice: "Ti ammazzeranno". Il padre gli risponde: "Quando accade stai vicino alla mamma". Quando lascia la casa si volta un'ultima volta: "In guerra un generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore". L'anno prima, nel covo di via Giulio Cesare, che aveva dato asilo ai capi br Adriana Faranda e Valerio Morucci, avevano trovato un foglio con su scritto il suo nome.

Cosa deve pensare mentre si fa la barba per l'ultima volta guardandosi allo specchio?

Il 18 marzo 1980 alle 8,15 lascia l'appartamento in via della Balduina 135, saluta la portinaia, sale sul 991: Roma pulsa di traffico. L'autobus attraversa piazzale degli Eroi, svolta a sinistra in via Doria, si ferma a un semaforo, quindi vira a destra: via Ruggero di Lauria, dove alla fine della prospettiva si staglia la sagoma del Cupolone. L'autista - Roberto Paoloni, 36 anni - compie il gesto abituale della fermata, dischiude le portiere, sente il tramestio della gente, poi uno sparo - forte come una bomba - esplode nell'abitacolo. Minervini, in piedi in fondo all'autobus, appoggiato alla macchinetta obliteratrice, cade esanime, l'impermeabile si colora di rosso, il killer gli dà il colpo di grazia; scappano in tre, mentre alla gente gli pare di stare dentro un brutto film. Ci sono tre feriti, tra cui un ragazzino di 16 anni. L'autista Paoloni spegne il motore.

Con una rivendicazione all'"Ansa" e a "Repubblica", le Brigate Rosse mettono la loro firma anche su questo delitto. Due anni dopo la tragedia Moro possono ancora uccidere davanti a decine di testimoni (uno solo renderà dichiarazioni agli inquirenti), e fuggire via indisturbati, a due passi dal Vaticano. Il presidente Pertini deve partecipare all'ennesimo funerale di Stato. Morti, morti, morti. Cos'è diventata l'Italia? In quei mesi esce un libro, di Luigi Manconi, "Vivere con il terrrorismo" (Mondadori, 1980), che spiega bene il Paese di allora, sfinito dagli anni di piombo.

Nel 1978, a Lisbona, Minervini ha partecipato a un congresso di criminologia a Lisbona, con Tartaglione e il collega Alfredo Paolella: tutti sono stati uccisi. Tra loro vi è anche un professore dalla doppia vita, Giovanni Senzani. E' quel che anni dopo Giovanni Pellegrino definirà "il leader dell'ala più sanguinaria delle Br", parlandone con Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri in "Segreto di Stato" (Einaudi, 2000).

Via Ruggero di Lauria è uno stradone tranquillo anche adesso. La fermata c'è ancora. Di fronte è nato un wine bar. Una lapide ricorda Minervini.

Anni dopo, grazie al pentito Antonio Savasta, si seppe che era stata la colonna romana a uccidere Minervini, nell'ambito della campagna contro le carceri dure. Ma Laura Braghetti, la secondina di Moro, che non fu estranea al delitto Minervini, racconterà a Paola Tavella che quando venne arrestata, il 27 maggio del 1980, in galera non le fu mai torto un capello. Il sicario di Minervini si chiama Franco Piccioni, detto Francone. Allora aveva 29 anni e faceva l'insegnante precario. Era molto temuto per la sua stazza da marine. Si era fatto un nome tra gli autonomi dei Volsci, nel '77 romano. Insieme ad altri due complici - Sandro Padula e Odorisio Perrotta - quella mattina s'era mischiato alla folla ignara e aveva ucciso un servitore dello Stato che viaggiava in autobus. Ebbe l'ergastolo. Il professor Senzani scrisse il volantino di rivendicazione.

Il processo si terrà nell'estate del 1982, quella del Mundial, davanti al giudice Santiapichi. Marco Minervini testimonierà il 6 luglio, all'indomani della vittoria sul Brasile. Il fratello del giudice ucciso, Emilio, è patrono di parte civile, ma quando viene il suo turno non riesce a parlare. Piange a dirotto. "Scusate, è un compito superiore alle mie forze"

http://www.repubblica.it/politica/2011/04/30/news/girolamo_minervini-15574516/

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Messaggio Da anna Mar 3 Mag - 18:15

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
Guido Galli, con il codice in mano


C'è un gran frastuono, un fumogeno annebbia il corridoio davanti alla stanza 305 della Statale, "una bomba!", mentre i terroristi si precipitano verso l'uscita per dileguarsi in sella a biciclette nere. Quando la nebbia si dirada gli studenti vedono per terra un uomo ferito a morte, accanto gli occhiali e il codice aperto: il professor Guido Galli, docente di criminologia.

E' il terzo magistrato che i terroristi rossi ammazzano in tre giorni, dopo Nicola Giacumbi (Salerno, 16 marzo 1980) e Girolamo Minervini (Roma, 18 marzo). Guido Galli, giudice istruttore a Milano, ha 47 anni. Ha appena istruito la prima maxi inchiesta sul terrorismo scaturita dopo l'arresto di Corrado Alunni, ma non gode di protezione. Spesso va in tribunale in autobus. Il killer lo avvicina qualche istante prima che inizi la lezione, mentre legge il codice seduto su una panca nel corridoio deserto; gli chiede se è lui il dottor Galli, poi gli scarica addosso tre colpi di P38. Quel giorno, all'università, c'è anche sua figlia Alessandra, studentessa in legge, che accorre davanti alla stanza 305 e si trova dinanzi il corpo del papà ricoperto da un lenzuolo bianco.


Possibile che i terroristi non si rendano conto che uccidono delle persone, dei padri di famiglia?

Armando Spataro, pubblico ministero, ha 31 anni. Gli ultimi quindici mesi li ha trascorsi in simbiosi con Galli a indagare sull'eversione rossa. "Ci vediamo oggi pomeriggio in ufficio" gli ha detto Galli. Lo aspetta invano. Una telefonata del capo della Digos, Mario Lo Schiavo. "Armando, Guido..." Corre a perdifiato verso la Statale. Il suo maestro, "l'uomo migliore che abbia mai conosciuto", giace lì, in una pozza di sangue.

Guido Galli aveva 5 figli (Alessandra, Carla, Giuseppe, Riccardo, Paolo). Era originario della val Brembana, dove ora riposa nel minuscolo cimitero di Piazzolo, seppellito al termine di funerali privati. Un uomo di radicata fede cattolica, che ha fatto il magistrato per sentirsi utile agli altri. Da ogni trasferta di lavoro mandava una cartolina "ai bambini Galli". Il giorno che lo uccisero - 19 marzo 1980, un mercoledì - era San Giuseppe e a casa si festeggiava l'onomastico del figlio e della mamma del giudice. La moglie, Bianca, aveva comprato due torte, una per il pranzo e l'altra per la cena; Guido poté assaggiare solo la prima.

"La tua luce annienterà le tenebre nelle quali vi dibattete", così è scritto sulla lapide che i famigliari hanno voluto a palazzo di Giustizia, al secondo piano. Il delitto venne rivendicato in serata: "Oggi 19 marzo, alle ore 16,50 un gruppo di fuoco della organizzazione comunista Prima Linea ha giustiziato con tre colpi di pistola calibro 38 spl il giudice Guido Galli dell'ufficio istruzione del tribunale di Milano..."

Nessuno oggi riesce a immaginare la paura che in quegli anni accompagnava magistrati, esponenti politici, giornalisti, poliziotti e carabinieri, dirigenti di fabbrica, uomini delle istituzioni. Paura di essere uccisi, gambizzati, sequestrati, paura per sé e per la propria famiglia. Scrive Giorgio Napolitano nella sua autobiografia "Dal Pci al socialismo europeo" (Laterza, 2005): "Gli italiani non dovrebbero mai dimenticare quella storia di rischio estremo per la convivenza civile e il futuro democratico del nostro Paese. Ne fui, al pari di tanti altri, partecipe con un'angoscia che non saprei trasmettere a chi non ha avuto la ventura di non vivere sulla propria pelle quella vicenda". Nel Pci avevano la scorta solo Berlinguer e Pecchioli.

Fu Sergio Segio a uccidere materialmente Guido Galli. Michele Viscardi lanciò il candelotto fumogeno, urlando "la bomba", Maurice Bignami fece d'appoggio ai killer, Franco Albesano attendeva nell'atrio. Scrive Corrado Stajano in "La città degli untori" (Garzanti, 2010): "Guido Galli ha capito più di tutti l'essenza del terrorismo. La sua ordinanza di rinvio a giudizio di Corrado Alunni e degli altri della banda l'ha condannato a morte. I terrroristi hanno compreso che il magistrato li conosce nel profondo, sanno anche che ha saputo indicare gli strumenti giudiziari adatti per estirpare quel bubbone che si propone di inquinare la società nazionale". In quei giorni, oltre a Prima Linea, c'è un'altra banda a "contenderselo" come obiettivo, la Brigata 28 marzo, che lo pedina, a casa, all'università; ma Prima Linea arriverà prima.

Anni dopo una terrorista del commando, Silveria Russo, racconterà a Sergio Zavoli che quando venne interrogata il magistrato le permise di tenere con sé il suo cane, che accarezzava di continuo. "Non riesco a capire com'è possibile che di lei mi dicano cose tremende, eppure la vedo come una persona normale, anzi addirittura una persona che ha dei sentimenti", disse l'inquirente. E la terrorista: "Vabbé, io ho tanto amore per questo animale e ho tanto odio per le persone come lei"; allora tutto era mediato dall'ideologia, e per me quel magistrato era un simbolo, non una persona".

Zavoli: E in quanto tale poteva valere meno di un cane?

http://www.repubblica.it/politica/2011/05/02/news/guido_galli_-15673086/

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Messaggio Da Lucy Gordon Mar 3 Mag - 22:42

Montemurro, resti umani in un pozzo
Forse sono quelli di Ottavia De Luise


Si riapre il caso della bambina
scomparsa nel nulla 35 anni fa
Una lettera anonima al fratello
"E' stata violentata e nascosta"


ROMA
Dei "reperti", forse resti umani, ritrovati in un pozzo potrebbero gettare luce sul caso della piccola Ottavia. Il ritrovamento del cadavere di Elisa Claps, avvenuto a Potenza il 17 marzo scorso dopo quasi 17 anni di ricerche, ha riaperto un altro "cold case" tutto lucano: la scomparsa, il 12 maggio 1975 a Montemurro, nel potentino, di Ottavia De Luise, allora dodicenne. Della bambina si persero le tracce 35 anni fa e dopo sommarie indagini condotte dai carabinieri del paese, nessuno si occupò del caso. Ora la polizia, spinta anche dal clamore mediatico che la storia sta riscuotendo sulla scia del caso Claps, ha deciso di avviare le indagini ripartendo dagli ultimi avvistamenti della bambina.

Ottavia De Luise a Montemurro è per tutti «la bambina scomparsa sulla via vecchia per Armento»: è su quella strada che collega i due paesi, infatti, che fu vista per l’ultima volta. Ed è proprio nel pozzo di una masseria che si trova nei pressi di quella strada che ieri la Polizia scientifica ha trovato dei «reperti», forse resti umani, che sono stati consegnati ad un medico legale per le analisi di rito. A portare gli investigatori su quei terreni è stata anche una lettere anonima fatta recapitare due anni e mezzo fa al fratello di Ottavia, Settimio De Luise, in cui si invitava la famiglia a non cercare più la bambina poiché «era stata violentata, uccisa, e poi nascosta».

Le ricerche sono condotte dal capo della squadra mobile di Potenza, Barbara Strappato che, in seguito ad una segnalazione di Gildo Claps, fratello di Elisa, ha incontrato Settimio De Luise e immediatamente avviato le indagini che nel 1975 non portarono a nulla. Nei verbali redatti dai carabinieri dell’epoca è riportato che la bambina subiva abusi da parte di anziani residenti a Montemurro in cambio di poche centinaia di lire. Tra questi vi era anche Giuseppe Alberti noto in paese come il «viggianese» perché originario di Viggiano (Potenza) che all’epoca della scomparsa della bambina aveva 52 anni. L’uomo, ormai deceduto, non fu mai processato per le molestie perché la famiglia De Luise non sporse denuncia nei suoi confronti e in quegli anni gli «atti di libidine» (sostituiti nel codice dalla «violenza sessuale») erano perseguibili solo su denuncia di parte.

Settimio De Luise ha ora deciso di sporgere denuncia contro il brigadiere dei carabinieri che guidò le indagini nel 1975 per favoreggiamento. Lo ha annunciato ieri sera durante il collegamento con la trasmissione di Raitre «Chi l’ha visto?» nel corso della quale ha anche saputo del ritrovamento dei reperti nel pozzo-cisterna della masseria. «Finalmente - ha detto - il desiderio di mia madre di ritrovare Ottavia potrebbe essere esaudito».


http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201005articoli/54656girata.asp



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Messaggio Da anna Sab 7 Mag - 16:15

CERVELLI IN FUGA
Ricercatrice italiana è la Supermamma Usa
una carriera al top, quattro figli e un marito
Cristiana Rastellini, 46 anni, fra le dieci mamme più potenti negli Usa. Gli esordi a Roma, poi la direzione della ricerca nel centro trapianti di Houston. "Ma in Italia non avrei potuto farcela: qui, in tutte le università in cui ho lavorato, c'era un nido per i miei bambini. E non mi sono sentita penalizzata perché avevo una famiglia"


Un cambio veloce di pannolini e via ore e ore davanti ai "vetrini" tra staminali e cellule che producono l’insulina. E ancora, pappe al cane, quattro figli da portare a scuola e una missione da portare avanti: dirigere il centro per la ricerca nei trapianti del dipartimento di chirurgia dell’università del Texas. Una giornatina così mette l’ansia solo a immaginarla.

Ma il viso sereno della dottoressa Cristiana Rastellini, 46 anni e una carriera cominciata da giovanissima al policlinico Umberto I di Roma, racconta altro. Dice che lei, cervello in fuga dall’Italia, è una "SuperMoms". Ha vinto a marzo il prestigioso riconoscimento a stelle e strisce che l’ha lanciata di colpo nella top ten delle mamme più potenti d’America. Lo scorso anno "tra le donne che hanno raggiunto i più alti meriti nelle loro carriere e hanno parallelamente cresciuto con successo una famiglia" scelte dal sito workingmother. com c’era la first lady Michelle Obama.

Oggi per la prima volta ecco un’italiana, pioniera del trapianto di insule pacreatiche (producono insulina, un salvavita per i diabetici). Una carriera sfolgorante, che si intreccia però con ninne nanne, lavatrici e spesa al supermercato. Un'avventura che ha come sfondo gli Stati uniti d’America. Perché se è pur vero che la ricetta è un mix "di impegno, organizzazione, flessibilità, qualche sacrificio, un marito comprensivo e l’aiuto delle nonne", per dirla con la stessa Rastellini, tanto successo in Italia difficilmente sarebbe arrivato. "Non ho mai preso più di due mesi di maternità", spiega.

Ma racconta anche di come in America abbia trovato un nido in tutte le università dove ha lavorato, scuole con sistemi autonomi di trasporti e strutture sportive vicino a casa. "In America - aggiunge Rastellini - ho trovato un grande rispetto per le donne che lavorano e non mi sono mai sentita discriminata o penalizzata dal fatto di avere una famiglia così complessa. Le donne che hanno anche una famiglia qui guadagnano più stima e rispetto da parte dei colleghi e dei superiori. Queste donne vengono subito identificate come dinamiche, risolutrici, multifunzionali, razionali e pratiche e tutto ciò è visto come un grande vantaggio nel lavoro". E la riflessione è amara: "Non credo che in Italia ci sia ancora questa visione".

Certo, tanto lavoro naturalmente ti fa stare gran parte della giornata lontana dai figli. "L’importante - dice - è spiegare sempre ai bambini perché la mamma non è a casa quando tornano da scuola. E’ così che si guadagna il rispetto dei figli".

repubblica.it

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Messaggio Da ubik Sab 7 Mag - 22:56

Uno scandalo scuote
la federazione di danza
sportiva: le gare erano
truccate, 65 indagati


GUGLIELMO BUCCHERI




ROMA
La danza a processo (sportivo) è l’ultima svolta di un mondo in perenne fibrillazione. Giri di valzer o «paso doble», tango e salsa, rumba e cha cha cha: da ieri sul banco degli imputati ci sono maestri, giudici, atleti e consiglieri federali. Le loro colpe? Le accuse sono pesanti, dettagliate, ingombranti, perché gettano un’ombra sulle piste da ballo di tutta Italia ed ora toccherà alla commissione giudicante della Federazione italiana danza sportiva mettere ordine a quello che ha già preso il nome di «Danzopoli»: illecito e mancata denuncia, i due capi di imputazione che pesano sui deferiti.

Il processo che si è aperto nella sala stampa dello stadio Olimpico di Roma è a carico di 65 incolpati. C’è l’accusa rappresentata dall’avvocato Fabio Pennisi, la commissione dei giudici presieduta dall’avvocato Renato Tobia e un popolo della danza diviso e che si interroga. Lo scandalo ha un percorso e degli obiettivi ben precisi e si sarebbe materializzato in modo chirurgico.

Prima tappa, la complicità fra maestri e giudici di gara, spesso figure raccolte in un’unica persona. Così accadeva - secondo l’accusa - che fra le giurie girassero bigliettini con i numeri dei vincitori già stabiliti prima delle esibizioni con lo scopo di premiare allievi propri o di «scuderie» amiche. Nessun giro di denaro diretto, ma una forma di ricompensa economica che si sarebbe, poi, realizzata di conseguenza. Semplice il ragionamento: se vince una gara, una coppia allenata dal maestro di quella determinata scuola di danza, la stessa associazione avrebbe acquistato fama e prestigio e, quindi, un numero sempre maggiore di iscritti. «Danzopoli» sarebbe stato un progetto scientifico, perché, sempre secondo l’accusa, il traguardo finale si sarebbe realizzato con la creazione di una federazione nella federazione, formata da tesserati di fiducia che avrebbero avuto rassicurazioni da alcuni membri federali di nuove occupazioni in futuro.

Nelle richieste di rinvio a giudizio pesano i colloqui o le videoregistrazioni grazie alle quali è stato possibile ricostruire gli illeciti. A far saltare i piani interni alla federazione sarebbero state proprio alcune denunce o esposti presentati da una parte di maestri insospettiti da risultati di gare non in linea con la prestazione degli atleti agli ultimi Campionati italiani di Rimini del 2010. Giudici intimiditi, giurie corrotte, minacce anche fisiche se non avesse vinto una determinata coppia: grazie al lavoro di tecnici infiltrati fra i commissari di gara, il procuratore federale ha potuto ricostruire i fatti. «Non si capisce ancora il motivo per cui siamo a processo. Tutto questo scandalo nasce da videoregistrazioni fatte da privati o da chiacchierate registrate di nascosto con l’apparecchio nella giacca...», così il legale di un maestro. «Se è tutto vero, addio passione. Che senso ha andare in pista quando è già scritto il nome del vincitore...», si chiede il primo ballerino a sgommare lontano dalla pancia dello stadio. L’udienza è tolta, l’appuntamento è fra due settimane quando si aprirà il dibattito: la federazione danza sportiva è commissariata dall’8 febbraio per decisione del Coni (Luca Pancalli è il commissario straordinario).


la stampa



Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 3 30341 adesso chi lo dice a Milly?

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Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. D. Lynch
Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 3 Tumblr_m48op8vCUr1qercxjo2_r3_250
Fu così che Olo arrivò a conoscere se stesso; e come quei pochi uomini che lo avevano fatto prima di lui, arrivato in cima a questo pinnacolo di conoscenza si trovò ai piedi di una montagna. T. Sturgeon
Avevano parlato, poco, ma quanto bastava per scegliersi. Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro. A. D’Avenia
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Messaggio Da anna Dom 8 Mag - 18:00

STORIE DI GIUDICI E E TERRORISTI
Amato, solo contro l'eversione nera


Nella tarda primavera del 1980, a Roma, ben quattro magistrati indagano sul calcioscommesse, e appena uno sull'estrema destra. Si chiama Mario Amato, ha 42 anni. E' un magistrato solo.

I Nar lo uccideranno alle 8,05 del 23 giugno 1980. Fermata dell'autobus 395 in viale Jonio, zona est della città. Le scuole sono chiuse, la città si stropiccia nel caldo sole del mattino. Il killer si chiama Gilberto Cavallini, 29 anni, milanese: la sua compagna sta aspettando un figlio da lui. Tre anni prima, in carcere per omicidio, è evaso durante il trasferimento nel penitenziario di Brindisi: ha chiesto di fare la pipì sulla scarpata della strada, il terreno era in pendio, la tenuta della catena da parte dei carabinieri lenta; il detenuto cala a valle, sparisce. Lo uccide appoggiando la canna di una Colt Cobra 38 dietro l'orecchio. Poi spara due colpi per aria, come nel West. Più in là trova una Honda 400 ad attenderlo, la guida un ragazzino di 17 anni, Luigi Ciavardini. La città li inghiotte. La moglie del magistrato, Giuliana, sente il trambusto, le sirene delle ambulanze, accorre e alla vista del cadavere sviene.

I Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari) rivendicano l'assassinio. I mandanti Giusva Fioravanti, 23 anni, e Francesca Mambro, 22 anni, attendono Cavallini a Treviso, dove si sono rifugiati proprio per sfuggire all'inchiesta di Amato, e dove il sicario li raggiungerà nel tardo pomeriggio: a Chioggia festeggeranno a ostriche e champagne. Cavallini la notte lamenterà un'indigestione.

È il decimo magistrato che cade in quattro anni in Italia, ad opera del terrorismo, ma Amato, sposato, due figli piccoli (Sergio e Cristina), non ha un uomo di scorta, un'auto blindata, niente di niente. Quella mattina la sua vecchia Simca grigia targata Trento è dal meccanico, perciò va in tribunale in autobus. Oberato da 600 fascicoli non ha nemmeno avuto il tempo di andare a farsi aggiustare la scarpa bucata: l'immagine, scattata sul luogo dell'esecuzione, diventerà un simbolo. Da tre anni - dalla morte di Walter Rossi alla Balduina - indaga sull'eversione nera, ereditando anche i fascicoli di Vittorio Occorsio, ma senza mezzi né sostegno morale. Con il suo capo, il procuratore Giovanni De Matteo, mai una volta che abbia potuto affrontare il merito del suo lavoro. Una sola volta, durante un'assemblea, il procuratore ha chiesto ad alta voce se qualche sostituto se la sentiva di affiancare Amato. Nessuno ha fiatato. Sa perfettamente, mentre annota diligentemente centinaia di nomi sulle sue agendine, che quel silenzio lo ha condannato a morte.

Il 25 marzo e il 13 giugno 1980 Amato viene sentito dal Csm, che indaga sul porto delle nebbie, la Procura di Roma. Un suo collega, il sostituto Antonio Alibrandi, è padre di un terrorista nero, Alessandro. Proprio Alibrandi junior e Fioravanti sono andati in tribunale per vedere che faccia ha Amato, poi Fioravanti lo ha seguito a casa, una volta, due volte, fino a memorizzare il luogo dove vive, in via Gran Paradiso. Amato, nella solennità di palazzo dei Marescialli, finalmente si sfoga. E' un documento drammatico sulle inefficienze del suo ufficio, sull'incredibile sottovalutazione del neofascismo (le relazioni governative sulla politica informativa e della sicurezza liquidano la questione in poche righe); impressiona soprattutto la sua profonda solitudine. Un testamento. "Sono stato lasciato completamente solo a fare questo lavoro. Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Non ce la faccio più, e nonostante le mie reiterate richieste di aiuto, a tutt'oggi, tale aiuto non mi è stato dato. Non esiste la benché minima organizzazione e la dirigenza dell'ufficio fa acqua sotto tutti i punti di vista. Che mi risulti per tutta la Procura di Roma vi è una sola auto blindata. Credo che la magistratura non possa da sola risolvere i grandi problemi del terrorismo, ma credo che, se ben diretta e organizzata, può contribuire a risolverli".

Se lo avessero ascoltato per tempo ci sarebbe mai stata la strage di Bologna, 40 giorni dopo? Un dubbio atroce.

repubblica

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Messaggio Da anna Dom 8 Mag - 18:01

STORIE DI GIUDICI E TERRORISTI
"Il caso Lassini peserà sulle elezioni"
Parla il figlio di Guido Galli, giudice ucciso da Prima Linea: "Sconcerto e amarezza per quei manifesti"


"IL caso Lassini peserà sulle elezioni di Milano". Giuseppe Galli, 43 anni, è il figlio di Guido, il giudice istruttore assassinato nel 1980 all'Università Statale di Milano da un commando di Prima Linea. Fu Sergio Segio a uccidere materialmente il magistrato.

Lunedì al Quirinale si festeggia la Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo, quest'anno dedicata ai 10 magistrati uccisi tra il 1976 e il 1980. Cosa si aspetta?
"Il presidente Napolitano lo scorso 18 aprile ha detto che "il nostro omaggio sarà reso in particolare ai servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane. Tra loro, si collocano in primo luogo i dieci magistrati che, per difendere la legalità democratica, sono caduti per mano delle Brigate Rosse e di altre formazioni terroristiche". Al di là dello specifico riconoscimento a mio padre e ai suoi colleghi assassinati da parte del Presidente della Repubblica, cui sono grato, credo che la Giornata sia un'occasione per ricordare tante vittime dimenticate di quei tragici anni. Vittime forse meno note dei magistrati - poliziotti, guardie carcerarie, agenti di scorta - ma che hanno sacrificato la propria vita per servire questo Paese, fino in fondo.

Cosa ha provato quando ha visto i manifesti "Via le Br dalle Procure"?
"Sconcerto e amarezza. Le mie due sorelle maggiori sono entrambe giudici presso il Tribunale di Milano (nella "Procura delle Br"), dove svolgono quotidianamente il proprio lavoro con impegno e professionalità. Ciò che colpisce è che non stiamo parlando di scritte sui muri da parte di qualche esaltato, ma di manifesti stampati e appesi in molte vie di Milano e la cui paternità è stata riconosciuta, quasi con orgoglio, da parte di un candidato al consiglio comunale".

Due giorni fa Lassini ha detto che non si dimetterà in caso di elezioni.
"Penso che chi si impegna a ricoprire un ruolo pubblico, in rappresentanza e al servizio della collettività, debba avere un profilo morale elevato ed essere al di sopra di qualsiasi contestazione. È d'altra parte vero che, qualora Lassini dovesse essere eletto, rappresenterà legittimamente tanti milanesi che la pensano come lui. Il dilemma dovrebbe quindi essere non tanto suo, ma di chi ha deciso di metterlo e, soprattutto, di mantenerlo in quella lista".

Il caso Lassini farà perdere voti al centrodestra?
"A mio parere peserà, e peserà molto. La presa di posizione del sindaco Moratti ha perlomeno sollevato un problema all'interno del centrodestra, così come lo schieramento a favore di Lassini da parte dei cosiddetti falchi. Ritengo che i cittadini milanesi siano stufi di atteggiamenti di prepotenza e, tutto sommato, anche abbastanza vigliacchi. E siano soprattutto stufi di chi calpesta, con arroganza e superficialità, la professionalità di chi svolge il proprio lavoro con serietà e nel massimo rispetto delle garanzie. Perché di questo stiamo parlando: di giudici che fanno il proprio lavoro".

Come giudica l'atteggiamento tenuto dal premier Berlusconi in questa vicenda?
"Non ho sentito né letto di un'esplicita presa di distanza rispetto all'iniziativa. Anzi, mi pare ci sia addirittura stata una telefonata di solidarietà a Lassini. Devo peraltro dire che diversi esponenti del centrodestra hanno duramente condannato questo gesto. Non è questione di destra o sinistra, ma piuttosto di senso di responsabilità e spessore morale delle persone. A destra come a sinistra, tra i politici come tra i magistrati ci sono i "buoni" e i "cattivi"; ciò che è inaccettabile è la delegittimazione a priori di un'intera categoria".

Lei aveva 12 anni quando suo padre venne ammazzato. Che ricordi ha di quel giorno?
"Il 19 marzo 1980 era San Giuseppe, giorno del mio onomastico e festa del papà. Ho appreso la notizia tornando a casa dal catechismo: tutto mi è crollato addosso. Poi uno cresce, diventa adulto: il tempo aiuta. E ha aiutato, soprattutto, avere vicino una famiglia come la mia, amici che ti vogliono bene e che contribuiscono a farti vivere una vita "normale". Oggi più di tutto aiuta tornare a casa e trovare Samantha, Federica e Guido che hanno permesso a quel bambino di diventare marito e padre".

Con gli assassini ha mai avuto contatti?
"No, mai. In questo momento non provo sentimenti particolari nei loro confronti, se non la più totale indifferenza. Può sembrare strano, forse. Quel giorno avrei voluto ucciderli, oggi non sento niente".

Perché Prima Linea uccise proprio Guido Galli?
"Come tanti altri fu ucciso perché faceva bene il proprio lavoro. "Galli appartiene alla frazione riformista e garantista della magistratura, impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l'ufficio istruzione di Milano come un centro di lavoro efficiente". Credo che nessun elogio sia più significativo di quello che scrissero i suoi assassini nel volantino di rivendicazione".

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Messaggio Da anna Lun 9 Mag - 10:37

09/05/2011
PEPPINO IMPASTATO VIVE.
POSITANONEWS RICORDA L’UOMO SIMBOLO DELLA LEGALITÀ UCCISO DALLA MAFIA 33 ANNI FA



09 Maggio 1978, sono le 1.40 quando Gaetano Sdegno, macchinista del treno Trapani-Palermo, avverte uno scossone transitando lungo la linea ferroviaria in località Cinisi. D’istinto, ferma la locomotiva e si accorge che un binario era tranciato, nel buio della notte scende e chiama subito i carabinieri. Passano circa 2 ore prima che le forze dell’ordine munite di torce intervenissero. Durante il sopralluogo si rendono conto che c’era stata un esplosione che aveva divelto i binari per 40 cm e resti umani erano sparsi per 300 metri. Quei resti appartenevano a Giuseppe Impastato, giovane del posto appena candidato alle elezioni comunali per Democrazia Proletaria e conosciutissimo in paese per essere la voce di “Radio Aut”, una radio locale. Dopo poche ore l’Italia si risveglia con la triste notizia del ritrovamento del corpo di Aldo Moro e il delitto Impastato passa immediatamente in secondo piano fino ad occupare qualche piccola colonna dei giornali locali. La Mafia, come la camorra, era abilissima ad azionare la macchina del fango e i magistrati dissero che si era trattato di suicidio, sostenendo la tesi che Impastato fosse un terrorista e quella notte stava preparando un attentato suicida alla linea ferroviaria ma qualcosa era andato storto, ed era saltato in aria. Il caso quindi fu chiuso utilizzando in un secondo momento una lettera scritta anni prima dallo stesso Impastato, dove lo stesso dichiarava di voler morire e lasciare la politica. Solo grazie alla grande forza della madre, Felicia Bartolotta, di suo fratello Giovanni, e dei suoi amici, nel 1997 il caso si riapre e dopo ben 23 anni nel 2002 è depositata la condanna all’ergastolo per Gaetano Badalamenti, quale mandante dell’omicidio d’ Impastato, mentre la commissione antimafia consegna alla famiglia una relazione dove si prova che carabinieri e magistrati dell’epoca avevano depistato le indagini in combutta con la mafia. Ma chi era realmente Peppino Impastato? Era solo la vittima di una corruzione politico-mafiosa?
Nato a Cinisi, il 5 Gennaio del 1948, apparteneva ad una famiglia legata indirettamente alla mafia. Sua zia, sorella di suo padre, aveva sposato un boss chiamato Manzella, mentre il padre era legato da profonda amicizia con Gaetano Badalamenti, capo indiscusso di cosa nostra. Dopo aver frequentato il liceo classico si iscrisse a Filosofia, ma la frequentò poco, riteneva l’università una “fabbrica d’ignoranza al servizio del potere”. Peppino (come lo chiamavano tutti per il suo corpo esile) ben presto scopri la mafia e vide la triste realtà di chi crede negli esseri umani e non accetta le ingiustizie. La vide in casa sua nelle amicizie familiari, la vide negli occhi dei contadini costretti a fare i braccianti per pochi soldi in nero, nelle occupazioni delle terre, la vide soprattutto nella costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi, dove appalti truccati e politici corrotti speculavano sui prezzi e le persone. Era il tempo in cui il partito comunista viveva grandi divisioni interne, frammentato in tantissimi piccoli partiti, egli frequentò prima il PSIUP e dopo Democrazia proletaria. Il giorno seguente alla sua morte avrebbe dovuto sostenere il suo primo comizio. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca. Urlava con i sui articoli, con i suoi scritti. Si ribellava come un cane, che legato cerca di spazzar via le catene. Si dimenava come un ossesso facendo nomi e cognomi dei politici che camminavano a braccetto con i mafiosi. Denunciava la corruzione del Comune, forniva prove, ma l’acqua politica di Cinisi era stagnata, puzzava troppo per lasciar scorrere un fiume nuovo di giustizia e legalità. In pochi anni, attraverso il programma “Onda Pazza”, era divenuto il giullare della mafia. Con la satira riusciva a diffondere la legalità tra la gente e al tempo stesso a dimostrare che senza armi ed esercito, senza Stato, da solo con le pallottole delle parole era possibile far breccia in quel muro d’ omertà. La derisione, si sa, rende le persone più piccole fino a farle sparire riportando agli occhi della gente l’immagine reale di coloro che erano temuti perché considerati dei “mammasantissimi”. In tutte queste battaglie oltre ai suoi amici, era solo. Il padre l’aveva cacciato via di casa, ma al tempo stesso cercava di proteggerlo attraverso le amicizie e la parentela mafiosa americana. Fu proprio al ritorno da un viaggio in America, dove aveva cercato intercessioni per salvar la vita al proprio figlio, che trovò la morte in circostanze oscure e dove, manco a dirlo, non ci furono indagini. Per la cronaca e la giustizia si trattò di un incidente, ma il segno era chiaro, morto il padre, ora Badalamenti poteva ordinare l’eliminazione di quel piccolo ragazzetto che faceva più rumore dei mitragliatori. Il resto è la sua storia, una storia di ingiustizie, corruzioni, di disinteresse della classe politica di quegli anni e non solo. Il suo racconto, arrivò al grande pubblico grazie al film i “Cento passi “ di Marco Tullio Giordana nel 2000. Da allora la sua casa di Cinisi divenne il simbolo della legalità, dove in silenzioso pellegrinaggio molti giovani da tutt’Italia, si recavano a far visita a donna Felicia, la quale fino al giorno della sua morte nel 2004 ha accolto tutti. Diceva sempre «Tenete la schiena alta e la testa dritta e state attenti, occhi aperti, il futuro siete voi!». Pochi anni dopo la morte di Peppino grazie alla stessa madre, ad alcuni suoi amici e suo fratello Giovanni, è nato il Centro contro le mafie “Peppino Impastato” che assurge ad un ruolo di primissimo piano per il contrasto culturale dell’illegalità e della mafia.
Oggi Peppino vive. Vive in ogni giovane che lotta contro le mafie e la corruzione. Vive in tutti quelli che come lui continuano a sognare un mondo diverso. Vive insieme al ricordo delle vittime di mafia come il giornalista Pippo Fava, i magistrati Falcone, Borsellino, Livatino e molti altri che in silenzio hanno combattuto per una società migliore. Peppino era un “ciuri di campu” come dicono in Sicilia, un uomo che con semplicità e onestà credeva negli essere umani , proprio come Arrigoni Vittorio morto in Palestina un mese fa e che oggi per ironia della sorte avrebbe dovuto presenziare alle iniziative promosse dal centro per i 33 anni dalla scomparsa di Impastato. Vittorio come Peppino ha in comune il triste destino di esser stato scambiato, da una parte politica italiana e non solo, per un giovane che non voleva la pace, per un terrorista che appoggiava Hamas. Due destini, i loro, che si incrociano anche se in epoche distanti ma che forse fanno capire come l’Italia attuale non è molto diversa da 33 anni fa. “Restiamo Umani” diceva Vittorio, “la mafia è una montagna di merda” avrebbe detto Peppino, e noi oggi cosa diciamo?

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Appartiene al tuo sorriso
l'ansia dell'uomo che muore,
al suo sguardo confuso
chiede un pò d'attenzione,
alle sue labbra di rosso corallo
un ingenuo abbandono,
vuol sentire sul petto
il suo respiro affannoso:
è un uomo che muore.
(G.Impastato)


Link utili sulla vita a la storia di Peppino Impastato.
http://www.peppinoimpastato.com
http://www.associazioneradioaut.org/

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Messaggio Da anna Lun 9 Mag - 10:40

Marta Sui Tubi - Negghia (Omaggio a Peppino Impastato)


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