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Eroi dei nostri giorni

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Messaggio Da anna il Lun 23 Mag - 0:06

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Il 23 maggio 1992 la mafia uccide Giovanni Falcone Francesca Morvillo Antonio Montinaro Rocco Di Cillo Vito Schifani

ricorderò sempre quel giorno, come tutti i siciliani, credo
le parole di Caponnetto sono state le nostre 'E' finito tutto'
quelle di Falcone ci fanno ancora coraggio

Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.
Giovanni Falcone



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Messaggio Da anna il Lun 23 Mag - 0:12

Salpano le navi della legalità
per non dimenticare Falcone
Domani si celebra il 19° anniversario della strage di Capaci. Da Civitavecchia e Napoli arriveranno a Palermo due traghetti carichi di studenti. A bordo il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso


"Nell'anniversario dell'Unità d'Italia dobbiamo essere tutti uniti e come un'armata di pace conquistare la Sicilia". Così il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, ha salutato i ragazzi provenienti da tutta Italia, che con lui si sono imbarcati oggi pomeriggio da Civitavecchia su una delle Navi della Legalità - l'altra partirà da Napoli - per raggiungere Palermo, in occasione del 19° anniversario della strage di Capaci, nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo.

Domani saranno accolti dagli studenti di Palermo con i quali intoneranno l'inno di Mameli per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. "Sarà un'esperienza che non dimenticherete", ha assicurato Grasso ai ragazzi. E parlando con i giornalisti, si è detto entusiasta del consenso ogni anno crescente, con il quale viene accolta questa iniziativa in difesa della legalità.

"Quest'anno a Palermo esporremo le lenzuola per dire 'nò alla mafia, come avvenne nel '92, ma allora ci fu bisogno di una strage per farlo. Oggi per fortuna c'è una sensibilità diversa". Tante le iniziative in programma domani nel capoluogo siciliano, promosse come ogni anno dalla Fondazione "Giovanni e Francesca Falcone" insieme con il ministero dell'Istruzione.

Nell'aula bunker dell'Ucciardone è previsto il dibattito "Giovanni e Paolo due italiani" in memoria anche del giudice Borsellino. Tra gli interventi quello dei ministri Gelmini, Prestigiacomo, Alfano e Maroni. Grasso, da bordo della nave, su cui è salito anche don Luigi Ciotti di Libera, ha aggiunto come la lotta contro la mafia fa ogni giorno passi avanti: "Abbiamo un buona legislazione antimafia - ha detto - che certamente è migliorabile, introducendo norme antiriciclaggio, interventi contro il voto di scambio e inseguendo all'estero i capitali dei mafiosi".

Inoltre ha sottolineato come siano necessari strumenti tecnologicamente sempre più aggiornati per combattere la mafia di oggi, che è la mafia degli affari.
Lo hanno ascoltato e applaudito con entusiasmo i ragazzi che da stamattina sono arrivati a Civitavecchia per imbarcarsi sul traghetto messo a disposizione dalla Snav, il cui amministratore delegato ha annunciato che il prossimo anno una terza nave si aggiungerà alle due che ormai da sei anni traghettano il "giovane esercito della legalità" verso il capoluogo siciliano.

Sono 65 le scuole rappresentate a bordo: oltre la metà sono istituti superiori. Tante quelle del Lazio ma i ragazzi sono arrivati da tutta Italia: dalla Lombardia alla Calabria. Già nelle prime ore della mattinata hanno affollato la banchina del porto di Civitavecchia, circondata da un tricolore di 40 metri, affisso su una cancellata, ingannando l'attesa con improvvisati 'rubabandierà (rigorosamente tricolore) e scatenati balli al ritmo di band beniamine degli adolescenti come i "Black eyed peas".

Tantissimi i cartelli e gli slogan coniati per l'occasione: "Grazie Falcone, ora tocca a noi", "Mettiamola ai voti: Falcone 10, Borsellino 10, mafia non classificata", "La mafia uccide con il silenzio". Ci sono anche gli studenti dell'istituto d'arte de L'Aquila, che nei loro cartelli ricordano la tragedia vissuta dalla loro regione con il terremoto: "Ricostruiamo L'Aquila senza la mafia", "Non facciamoci schiacciare dalla mafia". Dall'Abruzzo sono arrivate anche scuole di Pescara e Montesilvano, cittadine indirettamente colpite dal sisma di due anni fa. Verso le ore 18 finalmente la partenza.

repubblica

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Messaggio Da anna il Lun 23 Mag - 10:23

A voi Falcone non appartiene!

"Amare una terra e una gente al tempo stesso che si detesta, sentirsi somiglianti e diversi, volere e disvolere, bisogna riconoscere che è un bel guaio. In questo guaio viviamo tutti noi siciliani e un guaio non è mai bello. E' certo più difficile essere siciliani che milanesi. E' forse per questo faccio il lavoro che faccio. Perché la mafia non è la Sicilia e il siciliano non è un mafioso".


Non ho trovato parole migliori di quelle che utilizzava Leonardo Sciascia quando parlava della sua Sicilia, per esprimere quel senso di rabbia che mi morde lo stomaco in giornate come queste. Oggi è 23 maggio, e diciannove anni fa, sull’autostrada A29, veniva ammazzato Giovanni Falcone. Quello che Sciascia esprimeva da siciliano nei confronti della sua Sicilia, però, io lo provo come italiano pensando alla mia Italia. Ché certamente, oggi, è più difficile essere italiani che tedeschi; ed è doveroso gridare, inoltre, che la Mafia non è l’Italia, e l’Italia non è la Mafia.

Pensando al nostro Paese, quindi, ai suoi eroi e ai suoi martiri di ieri, e agli uomini delle istituzioni di oggi, mi sale un moto acre di sdegno. E forse mi vengono in mente pensieri che sono banali, ma poco importa: del resto, in questa Italia, ormai, l’indignazione è diventata qualunquismo, e dunque chi si scandalizza è sempre banale. Preferisco rischiare di essere banale, allora, piuttosto che lasciarmi addormentare dall’anestesia che ci viene somministrata ogni giorno, e che ci fa accettare qualsiasi indegna violenza ci venga rivolta.
Per esempio, accettiamo l’ipocrisia e la sfacciataggine delle nostre classi dirigenti come se nulla fosse; come se, dopo tutto, l’ipocrisia non fosse altro che una dote necessaria per fare carriera. E allora accettiamo che a ricordare Giovanni Falcone, a commemorarne la morte e a celebrarne l’onore, quest’oggi, siano le stesse persone che nei restanti 364 giorni dell’anno non fanno altro che infangarlo, il suo ricordo, distruggendo ciò per cui lui ha dato la vita.
Perché sono sicuro che a ricordare Giovanni Falcone, oggi, saranno gli stessi che strinsero patti con la Mafia. Ci saranno, per esempio, gli esponenti del Pdl. Quelli, cioè, che stanno in un partito fondato con l’appoggio di Cosa Nostra, con la complicità e la partecipazione di Dell’Utri – condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa – ed il beneplacito di Provenzano e Bagarella. E invece nessuno ricorderà che nel novembre del 1993, Nino Giuffré, avvertì i clan di Cosa Nostra che si erano lanciati nel progetto di un nuovo partito politico, Sicilia Libera, di poter stare tranquilli e abbandonare quell’idea. Perché, come ha rivelato lo stesso boss Giuffré, divenuto collaboratore di giustizia, “quando Dc e Psi si avviarono al tramonto, in Cosa nostra nacque un nuovo discorso politico. Un nuovo soggetto politico andava appoggiato: era Forza Italia”. E quindi Sicilia Libera non serviva più.
Oppure, a ricordare Falcone, verrà proprio il primo uomo del Pdl, Berlusconi. Lo stesso che dal 1974 al 1976 ospitava in casa sua, come “stalliere”, Vittorio Mangano, e col suo tramite riciclava il denaro sporco dei boss di Cosa Nostra, Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella costruzione dei suoi quartieri milanesi.
Un lettore abituato alle fanfare dei nostri politicanti e dei nostri sedicenti giornalisti, potrebbe però, a questo punto, fare un’obiezione. E cioè, che basarsi sulle testimonianze dei cosiddetti pentiti di Mafia non è giusto: sono dei criminali, sono persone di cui non ci si può fidare, e che magari avranno degli interessi nel fare certe accuse, o forse sono manipolati da qualche burattinaio nascosto. Perché anche questa, ormai, è una di quelle idiozie che, a forza di esser ripetute, sono assurte a verità: l’assoluta inaffidabilità dei pentiti. E sono sicuro, infatti, che a ricordare Giovanni Falcone, oggi, saranno quegli stessi che non fanno che criticare i magistrati che si servono delle dichiarazioni dei pentiti, e magari ci saranno anche quegli stessi ministri che vorrebbero fare di tutto per revocare il programmi di protezione a molti collaboratori di giustizia, per dissuaderli dal rivelare eventuali verità pericolose. Eppure, proprio Giovanni Falcone si servì dei pentiti – e di pentiti eccellenti – per capire il vero funzionamento di Cosa Nostra. Dopo aver interrogato Tommaso Buscetta, uno dei boss corleonesi di primissimo piano, Falcone affermò di aver ricevuto la chiave per entrare nelle stanze segrete della Mafia. E dire che anche Buscetta era stato un criminale efferato, autore e mandante di decine di omicidi. Ma il problema è che, per ottenere rivelazioni a proposito delle organizzazioni criminali, bisogna interrogare chi quelle organizzazioni le conosce, ne ha fatto parte e sa fornire prove e nomi. Del resto, difficilmente interrogando una monaca clarissa o un prete francescano si potrebbero ottenere rivelazioni utili per le indagini. Né, è ovvio, dei pentiti di mafia bisogna fidarsi ciecamente: è doveroso valutare caso per caso. Cosa che del resto, lo stesso Falcone faceva: tanto che utilizzò le testimonianze di Buscetta, ma denunciò per calunnia Giuseppe Pellegritti, anche lui mafioso che aveva deciso di collaborare, ma fornendo false informazioni.
Poi, sicuramente, oggi a ricordare Giovanni Falcone ci saranno ministri e parlamentari, giornalisti e opinionisti, che sostengono la necessità di abolire o regolamentare l’uso delle intercettazioni per fini di indagine. Non preoccupandosi, del resto, che approvando i disegni di legge criminali di Alfano e dei suoi compari, si cancellerebbe la norma voluta da Giovanni Falcone, secondo la quale la procedura per autorizzare le intercettazioni venga applicata a tutti i reati di criminalità organizzata, non solo quella mafiosa. Perché Falcone, che di Mafia doveva capirne qualcosa, sapeva benissimo che non si può sapere in anticipo se un omicidio, uno scippo, una rapina o una truffa sono, o meno, reati commessi dagli esponenti o negli interessi delle organizzazioni mafiose.
Scorrendo la lunga lista di comparse e teatranti, vedrete che forse ci sarà anche il Capo dello Stato. Lo stesso che si diceva allarmato per l’abitudine, sempre più diffusa nei magistrati, di apparire in Tv o di rilasciare interviste ai giornali, e auspicava uno “stop al protagonismo dei pm”. E forse dimenticava che Giovanni Falcone, soprattutto negli ultimi anni prima di essere ammazzato, era solito partecipare a programmi televisivi, oppure farsi intervistare. E non lo faceva certo per “protagonismo”, ma per cercare di spiegare la Mafia a quante più persone possibile, per far capire a tutti quanto il problema fosse reale e grave.
Ma non sarà, credo, Napolitano, l’unica “alta carica istituzionale” a partecipare alle commemorazioni di Giovanni Falcone. Sono sicuro che ci sarà anche Renato Schifani: lo stesso su cui indagava Paolo Borsellino e lo stesso che, nel comune di Villabate, modificava il piano regolatore per soddisfare le richieste di Nino Mandalà, boss locale.
Poi, ovviamente, saranno presenti a quelle commemorazioni anche molti politici e ministri che hanno approvato il cosiddetto “scudo fiscale”. E scriveranno un bell’elogio funebre per il nostro servitore dello stato ucciso dalla mafia, anche molti giornalisti che quello scudo fiscale l’hanno applaudito. Non dicendo, però, che questo provvedimento, criminale anch’esso, permette ad evasori e mafiosi di riportare in Italia i loro patrimoni tenuti per anni nei paradisi fiscali, sotto il più totale anonimato e senza dover dichiarare la provenienza di quei soldi; e invece Giovanni Falcone, nella sua lotta alla Mafia, sapeva benissimo che era necessario basarsi su indagini bancarie e patrimoniali, per ripercorrere il tragitto dei flussi di denaro e capire se sono frutto di attività illecite. E infatti, proprio grazie ad indagini bancarie di questo tipo, alla fine degli anni ’70 Falcone svelò l’enorme traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti, e scoprì inoltre dove si trovava il mafioso Michele Sindona, ricercato dalle polizie di mezzo mondo.
Infine, a ricordare Giovanni Falcone, non mancherà certo chi si propone come alternativa politica, e cerca, attraverso una facciata di purezza e di impegno per la giustizia, di ricostruirsi una verginità di legalità. Come Pier Ferdinando Casini, ad esempio, che professa il suo impegno indefesso nella lotta alla criminalità. Peccato che per anni abbia candidato e sostenuto un criminale che risponde al nome di Totò Cuffaro, il quale, sfruttando la sua carica politica di Presidente della Regione in Sicilia, inseriva delle talpe nella Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo per informare il boss Guttaduaro delle indagini che venivano fatte sul suo conto e su come eludere i controlli degli inquirenti.

Pochi mesi prima di morire, Falcone dichiarava: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia, la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggerli". Dal momento che non hanno voluto proteggerlo, i nostri uomini dello Stato evitino almeno di infangarne il nome con indegne commemorazioni. Lascino Falcone ai suoi Italiani, a quelli che ogni giorno profondono il loro impegno per combattere la Mafia e la criminalità: magistrati e giornalisti che vivono sotto scorta, intellettuali che scrivono libri sulle connivenze tra Cosa Nostra e i partiti politici, ragazzi e ragazze che scendono in piazza con le agende rosse o con la Costituzione ad urlare “fuori la mafia dallo stato”, madri e padri che insegnano, semplicemente, ai propri figli, il valore della giustizia. Falcone è morto per loro.
Ai nostri politici, invece, alla maggior parte dei nostri politici che oggi si precipiteranno a ricordarlo e a commemorarlo, Falcone non appartiene.

centro di gravità

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Messaggio Da Stellaneltempo il Lun 23 Mag - 13:07

@Anna
Credimi, quel giorno è un ricordo di tanti, anche qui dall'altra parte dello stivale... Eroi dei nostri giorni 103533
Quando hanno ucciso Falcone, io avevo 17 anni e ricordo che rimasi scioccata dalla notizia...come per l'undici settembre 2001 ricordo ancora con precisione cosa stavo facendo nel momento in cui lo venni a sapere e la sensazione di smarrimento che mi accompagnò per lungo tempo... Eroi dei nostri giorni 103533
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Messaggio Da anna il Lun 23 Mag - 13:18

Eroi dei nostri giorni 103533 si Stella ci credo
ma per ovvie ragioni noi la sentiamo 'sulla pelle' per vari motivi, è stato come perdere un amico, uno di famiglia, sapere che c'era, con Borsellino, Caponnetto, Ayala e tutti i loro collaboratori ci dava un senso di sicurezza di speranza, e sentire/leggere quello che veniva e viene ancora detto da certi politici e/o presunti intellettuali, non a caso ho postato l'ultimo articolo, è sempre un dolore

Spoiler:
piccola precisazione, ho volutamente messo un titolo generico per dare modo a chi volesse di parlare delle persone che considera 'eroi'

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Messaggio Da Stellaneltempo il Lun 23 Mag - 13:24

anna ha scritto: Eroi dei nostri giorni 103533 si Stella ci credo
ma per ovvie ragioni noi la sentiamo 'sulla pelle' per vari motivi, è stato come perdere un amico, uno di famiglia, sapere che c'era, con Borsellino, Caponnetto, Ayala e tutti i loro collaboratori ci dava un senso di sicurezza di speranza, e sentire/leggere quello che veniva e viene ancora detto da certi politici e/o presunti intellettuali, non a caso ho postato l'ultimo articolo, è sempre un dolore


Lo capisco benissimo Eroi dei nostri giorni 79629 ...volevo solo farvi avere la mia solidarietà... Eroi dei nostri giorni 103533
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Messaggio Da anna il Lun 23 Mag - 13:28

Eroi dei nostri giorni 103533 l'ho apprezzato molto Stella

ecco un esempio di quello che intendo

L'attacco di Grasso al governo
"Come dialogare con chi ci insulta?"
Alta tensione al convegno organizzato nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone con il procuratore nazionale antimafia e il ministro della Giustizia Alfano


"Come è possibile dialogare con chi ti prende a schiaffi, con chi chiama i magistrati matti, cancro, golpisti?". Nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone, Pietro Grasso rompe i convenevoli di rito, nel giorno della commemorazione di Giovanni Falcone, e replica così al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ospite come lui del dibattito "Giovanni e Paolo, due italiani", moderato da Giovanni Minoli. Proprio Minoli aveva appena chiesto al procuratore nazionale Antimafia una battuta per smorzare la tensione tra magistrati e potere esecutivo.

Sulla riforma della Giustizia, Grasso ha sottolineato: "Io la contesto dal titolo. Non è una riforma della giustizia ma del rapporto tra magistratura e politica. Nel senso che la riforma che attendevano i cittadini è qualcosa di diverso, la possibilità di celebrare rapidamente un processo, eliminando regole e orpelli che ne rallentano lo svolgimento".

"Questo anniversario - ha detto Grasso - cade in un momento in cui i magistrati sono spesso messi sotto accusa, ma questo non ci deve turbare più di tanto anche se ci sono tentativi di delegittimazione noi dobbiamo rispondere con i fatti, i comportamenti, il lavoro, i nostri provvedimenti. Non dobbiamo accettare la rissa e dobbiamo continuare a fare il nostro dovere come abbiamo sempre fatto e come i cittadini vogliono".

Il ministro Alfano ha sottolineato: "Noi lavoreremo sempre perché sia garantita l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati e nessuna nostra riforma vorrà mettere i Pm sotto l'esecutivo. Crediamo che l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati siano un presidio di legalità che non va toccato". Del procuratore Grasso, il guardasigilli ha detto: "E' un uomo delle Istituzioni che non fa sconti al Governo ma che non si pone al servizio di una parte politica e questa è una cosa importantissima".

repubblca

Eroi dei nostri giorni 30341 senza contare che da più parti approfittano dell'affare Ciancimino per attaccare le Procure siciliane

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Messaggio Da anna il Mer 25 Mag - 20:59

Giuseppe, il baby eroe delle procure


"Falcone e Borsellino, sono i miei emblemi. Sono emblemi di giustizia ormai spenta che dobbiamo iniziare a far riaccendere, perché così non si può andare avanti". Giuseppe, 13 anni, nato e vissuto nel rione Paolo VI, profonda periferia di Taranto, è diventato un simbolo di legalità. Tra le palazzine dove vive in cui la mala spadroneggia, coltiva il sogno di diventare magistrato e per questo a scuola è tra i migliori. Quel suo sogno, però, è diventata una colpa.
I coetanei lo chiamano "infame" o "testa storta", perché Giuseppe ha subito quattro operazioni. E porta addosso le cicatrici degli interventi, anche quelle sono motivo di sberleffo. L' ultima volta i compagni lo hanno scaraventato a terra per filmarlo e piazzare le immagini su Youtube. Lui si è ribellato. Il professore lo ha difeso. Ma Giuseppe ha fatto di più. Ha scritto una poesia per raccontare le angherie subite e descrivere la vita del suo quartiere. Ha spedito quei versi, intitolati "lo Stato a parte", alla redazione tarantina del nuovo quotidiano di Puglia. Così il suo calvario è diventato pubblico, e lui si è trasformato in un esempio di coraggio e resistenza.

Dopo essere stato ospite delle fiamme gialle e aver trascorso una giornata da finanziere, ha incontrato il procuratore di Lecce e anche quello di Bari, Antonio Laudati, nel suo tour a difesa della legalità
il video QUI

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Messaggio Da anna il Gio 14 Lug - 15:40

Chi uccise Borsellino

Il killer fu il boss Giuseppe Graviano. Il movente: il magistrato sapeva troppo sui colloqui tra mafia e Stato. A 19 anni dalla strage di via D'Amelio, le indagini della Dia di Caltanissetta sono arrivate a una svolta decisiva



l boia di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta si chiama Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio che secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dopo l'attentato di via d'Amelio avrebbe trattato direttamente con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

Il pool di magistrati di Caltanissetta, guidato da Sergio Lari, dopo tre anni di indagini ha chiuso l'inchiesta individuando l'uomo che ha premuto il telecomando dell'autobomba carica di tritolo. E oggi offre una nuova verità giudiziaria che porterà il prossimo mese alla revisione delle sentenze definitive: verranno riaperti quei processi basati sulle dichiarazioni di falsi pentiti, come Vincenzo Scarantino, che hanno fatto finire all'ergastolo anche cinque persone estranee ai fatti.

I magistrati, grazie alla collaborazione di Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano arrestato nei mesi scorsi, sono riusciti a trovare le tessere del mosaico che per 19 anni avevano impedito di ricostruire la trama dell'attentato. Lo hanno fatto adesso Sergio Lari, Domenico Gozzo, Amedeo Bertone, Nicolò Marino, Stefano Luciani e Gabriele Paci.

Le indagini svolte dalla Dia di Caltanissetta sono riuscite a dare risposte ad alcuni interrogativi sempre rimasti irrisolti: dalla responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, ai motivi per cui venne attuata la strage di via D'Amelio a soli 57 giorni di distanza da quella di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone e la sua scorta. Un'accelerazione decisa per impedire che Borsellino ostacolasse la trattativa che era in corso tra corleonesi e uomini dello Stato.

Con l'istanza di revisione che i pm hanno consegnato al procuratore generale Roberto Scarpinato è stato accertato chi ha rubato l'auto, chi l'ha imbottita di tritolo e sistemata davanti al palazzo in cui abitava la mamma del magistrato. Graviano ha poi spinto il telecomando, appostato dietro un muro che separa via d'Amelio da un giardino.

E' stata così esclusa la pista del Castello Utveggio e di un coinvolgimento, in questa fase operativa, di apparati dei servizi segreti. Oggi invece emerge la ricostruzione di un'operazione voluta da Totò Riina ed eseguita da Graviano e suoi picciotti fidati. Ma i pm proseguono le indagini su altri versanti: sull'agenda sparita, sui "soggetti esterni" a Cosa nostra e del boss latitante Matteo Messina Denaro. E allo sviluppo di una nuova dichiarazione fatta dal neo pentito palermitano Stefano Lo Verso, che per 12 anni curò la latitanza di Bernardo Provenzano.

"Solo cinque persone conoscono la vera storia delle stragi", gli avrebbe confidato il vecchio padrino. "Due sono morte. Gli altri tre siamo io, Riina e Giulio Andreotti". E nelle migliaia di atti dell'indagine ci sono anche le testimonianze delle figure istituzionali chiave di quel periodo.
Lirio Abbate

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Messaggio Da anna il Mar 19 Lug - 8:54

Borsellino, il giorno della memoria
Confermata la pista della trattativa Stato-mafia
Gli inquirenti:«Si avvicina la verità sull'attentato»


Il 19 luglio si celebrano i 19 anni dalla morte di Paolo Borsellino. E mentre a Palermo si prepara la commemorazione alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini e del ministro dell'Interno Roberto Maroni (il Corriere.tv trasmetterà l'evento in diretta streaming a partire dalle nove), si avvicina la verità sulla strage di via d'Amelio.
LE INDAGINI SULLA STRAGE - Si dovrebbe però parlare di almeno «due verità possibili» e di almeno un tentativo di depistaggio. Dalle indiscrezioni che trapelano dalla Procura di Caltanisetta, che sta conducendo l'ultima inchiesta sull'uccisione del magistrato e dei cinque agenti di scorta. Sullo sfondo, come unica certezza, resta la pista della trattativa, l'accordo tra Stato e Mafia che il braccio destro di Giovanni Falcone, ucciso pochi mesi prima, avrebbe scoperto alla fine di giugno 1992, mettendosi forse di traverso. Per questo la sua eliminazione sarebbe stata affrettata. Il procuratore nisseno Sergio Lari si appresterebbe infatti a concludere sulla base di queste ipotesi le indagini che porteranno alla richiesta di revisione del processo per alcuni condannati con sentenze definitive. La svolta, attesa per settembre, dovrebbe coinvolgere anche investigatori - tre sono iscritti nel registro degli indagati per falso e calunnia - che avrebbero pilotato le accuse di Vincenzo Scarantino, il collaboratore di giustizia della prima ora smentito prima da Gaspare Spatuzza e poi da Fabio Tranchina, fedelissimi di Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio che avrebbe organizzato l'attentato premendo perfino il telecomando per innescare l'auto-bomba.

IL DEPISTAGGIO - L'ombra del sospetto si allunga intanto sul gruppo di investigatori, guidati da Arnaldo La Barbera, questore morto nel 2002, che per Lari avrebbe allestito un «colossale depistaggio». Tre funzionari risultano attualmente indagati, ma l'indagine tocca altri investigatori tra cui il poliziotto che avrebbe alterato un verbale del 1994. Accanto alle dichiarazioni di Scarantino sono state trovate le annotazioni di un poliziotto che avrebbe svolto, si sospetta, un ruolo di «suggeritore». Ma è tutto l'impianto accusatorio basato sulle indagini del pool di La Barbera a essere smentito su molti punti dalla Procura di Caltanissetta e dalle rivelazioni di Spatuzza considerato un collaboratore attendibile. I nuovi indirizzi dell'inchiesta stanno insomma delineando quella che il procuratore Lari definisce una «deriva istituzionale».

IL DESIDERIO DI VERITA' - «Vorremmo capire chi e perchè ha organizzato il depistaggio», dice Manfredi Borsellino, il figlio del magistrato che ora dirige l'ufficio di polizia di Cefalù. «Nella ricerca della verità è ora necessario - aggiunge - che si vada fino in fondo, e noi saremo vigili e attenti». L'altro fratello del magistrato ucciso, Salvatore, ha guidato lunedì sera i giovani del movimento Agende rosse in un corteo che ha ufficialmente aperto le celebrazioni per commemorare il magistrato morto per il suo impegno antimafia: «Ragazzi che vengono da tutta Italia - ha spiegato il fratello di Paolo Borsellino - affrontando sacrifici personali. Dimostrano che la nazione e la città di Palermo non dimenticano»


LA SODDISFAZIONE DI INGROIA - Nel pomeriggio si è tenuto anche un dibattito organizzato dalla rivista Antimafia Duemila per ricordare il 19esimo anniversario della strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Tra i relatori invitati c'era anche il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, titolare del fascicolo d'indagine della procura del capoluogo: «La verità sulla strage di via d'Amelio è più vicina - ha detto - Che non si trattasse di un eccidio solo mafioso io e i colleghi lo capimmo a poche ore di distanza dall'attentato»

corriere.it

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Messaggio Da Lucy Gordon il Mar 19 Lug - 11:49

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Messaggio Da anna il Mar 19 Lug - 12:41

Palermo ricorda Via D'Amelio
Fini: "Via i sospettati dai partiti"
L'attacco del presidente della Camera: "Nella battaglia contro la criminalità organizzata quello politico è un fronte decisivo". Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: "Azione di contrasto delle mafie e delle sue più insidiose forme di aggressione criminale".Lo striscione provocatorio dei giovani del movimento Agende rosse. "No corone di Stato per una strage di Stato"


Non usa mezze parole il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel corso delle celebrazioni della strage di via D'Amelio in cui 19 anni fa morì il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. "I partiti sono tenuti a svolgere un'opera di pulizia al loro interno", ha detto Fini, nell'intervento nell'aula magna del palazzo di giustizia di Palermo. "Nella battaglia contro la criminalità organizzata - ha aggiunto - quello politico è un fronte decisivo. E' un fronte che passa sia per l'attività di governo e per quella legislativa sia per la forza di mobilitazione dell'opinione pubblica. Passa soprattutto per la capacità degli stessi partiti di fare pulizia al proprio interno eliminando ogni ambigua zona di contiguità con la criminalità e il malaffare".

Replicando alle critiche mosse sia dal figlio del giudice ucciso, Salvatore Bprsellino, che dal popolo delle 'Agende rosse' secondo cui non sarebbe opportuna la presenza di rappresentanti istituzionali "perchè è stata una strage di Stato", il presidente della Camera ha detto: "Sono qui perchè sono alla ricerca della verità, altrimenti non sarei venuto". Poco prima in via D'Amelio era stato diffuso uno striscione dei giovani del movimento delle Agende rosse: "No corone di Stato per una strage di Stato".

"Sono qui perchè ancora non è stata fatta giustizia e non è stata fatta luce sulla verità", ha detto Salvatore Borsellino in via D'Amelio. In prima linea a commemorare il padre anche il fratello Maurizio che ieri aveva chiesto verità sui depistaggi.

Il messaggio del presidente Napolitano. Questa mattina il presidente della Repubblicalica Giorgio Napolitano ha inviato alla signora Agnese Borsellino un messaggio, in cui ricorda che la strage rappresentò il culmine di una delle fasi più gravi della criminalità organizzata contro le istituzioni democratiche: "L'attentato volle colpire sia un simbolo della causa della legalità sia un uomo che stava mobilitando le migliori energie della società civile dando a esse crescente fiducia nello stato di diritto. A diciannove anni di distanza, il sacrificio di Paolo Borsellino richiama la magistratura, le forze dell'ordine e le istituzioni tutte a intensificare - con armonia di intenti e spirito di effettiva collaborazione - l'azione di contrasto delle mafie e delle sue più insidiose forme di aggressione criminale". Come i figli di Borsellino, anche Napolitano auspica una risposta di verità e giustizia su quanto accaduto.

L'attentato. Era il 19 luglio. Quel giorno Borsellino, dopo avere pranzato con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, stava andando dalla madre, che abitava in via D'Amelio, a Palermo. Ad attenderlo c'era una Fiat 126 con circa 100 chili di tritolo. Una strage messa a segno 57 giorni dopo quella in cui perse la vita il suo amico e collega Giovanni Falcone.

Gli interventi. Nel corso delle celebrazioni il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha deposto una corona sulla lapide in memoria degli agenti uccisi dalla mafia al reparto scorte della caserma Lungaro di Palermo.

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha rievocato le doti del magistrato: la grande dedizione, la passione civile, l'ostinata coerenza; doti che hanno rafforzato la volontà di chi vuole proseguire nel cammino di legalità da lui tracciato.
republica

Eroi dei nostri giorni 30341 degli ultimi due paragrafi avrei fatto volentieri a meno, vebbè la cronaca...

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Messaggio Da anna il Mar 19 Lug - 20:27

19 LUGLIO 1992/ L'ultima lettera di Paolo Borsellino

Dal sito 19luglio1992.com , curato da Salvatore Borsellino, traiamo l'ultima lettera del fratello Paolo, scritta qualche ora prima di morire, alle 5 di mattina. Nel pomeriggio la strage di via D'Amelio. Anche quella mattinata e quella lettera vengono corredate da un mistero, successivo alla telefonata che il giudice Borsellino riceve dal suo capo, Pietro Giammanco. "Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio


in spoiler la presentazione del fratello

Spoiler:
Questa è l'ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l'esplosione di un'auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D'Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.

Paolo si alzava quasi sempre a quell'ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva "per fregare il mondo con due ore di anticipo" e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene.

A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie.

Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c'era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.

Fu l'ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni.
La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.

Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso.

E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell'informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all'aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.

Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest'ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.

Forse anche Giammanco sapeva che quello era l'ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell'ordine e servizi segreti.

Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: "Ora la partita è chiusa" e Paolo gli rispose invece urlando "No, la partita comincia adesso".

Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l'altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole.

Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.

"Gentilissima" Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e "pentito" mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss'altro perchè a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.

Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.

Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.

Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato "comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.

Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..

Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.

Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E' vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l'applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.

Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall'ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.

Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.

Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.

La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.

Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità". Essa e suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.

Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.

E' naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).

La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.

Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.

Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, "ndrangheta", Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l'organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.
Fonte

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Messaggio Da anna il Lun 29 Ago - 14:46

Palermo ricorda Libero Grassi vent’anni dopo

“Nel suo nome la Sicilia lotta contro il pizzo” Il 29 agosto del 1991 l'imprenditore tessile veniva ucciso dalla mafia per aver semplicemente affermato di voler lavorare in pace e in libertà. Il presidente onorario della federazione antiracket Tano Grasso ricorda quel giorno: "Per me significò assumere una nuova e non prevista responsabilità". Ricordarlo è "tutt'altro che un rito". Grazie a lui "anche nel capoluogo siciliano ci sono commercianti che non hanno più paura"



Per tutti gli imprenditori del movimento antiracket la data del 29 agosto segna uno spartiacque. Da quel giorno Libero Grassi è diventato il nostro punto di riferimento e la ragione di un impegno. Quella mattina del 1991, con la violenza del piombo mafioso, si è avuta una conferma della posta in gioco: per un imprenditore affermare di voler lavorare in pace e in libertà può comportare la morte. Per me, in particolare, ha significato l’assunzione di una nuova e non prevista responsabilità.

Dal giorno dei suoi funerali, ogni anno, essere a Palermo era come confermare un giuramento di fedeltà a quei valori per i quali Libero non esitò a porsi nel rischio estremo. Tutt’altro che un rito. Essere lì alle nove in punto, per abbracciare Pina, Alice, Davide, assistere in silenzio all’affissione del manifesto scritto col pennarello come viva testimonianza rinnovata anno dopo anno, veder crescere il nipote, incontrare le autorità e gli amici della famiglia. E ogni anno sempre con Anna e Umberto. Per noi era un misurarci, un confrontarci con la tragedia. Da meno di un anno era nata la prima associazione antiracket a Capo d’Orlando e, fin da subito, da quel 29 agosto, ci fu chiara la prospettiva del rischio: da quel momento, ogni azione doveva servire a evitare altri drammi. Questo significava il confronto con Libero Grassi, impedire in ogni modo che altri potessero trovarsi in quelle condizioni; l’associazionismo antiracket, da questo punto di vista, nella misura in cui ha messo al riparo chi denunciava, si è rivelato una risposta efficace.

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La misura che cercavamo, invece, era segnata da qualcosa, in origine in quella città, disperante. Per capire questi venti anni di lotta al racket bisogna partire da Palermo e da quei funerali. Ricordo come fosse ieri il corteo funebre uscire dalla Sigma accompagnato dal gesto di Davide, per percorrere le strade della città sino a giungere in via Alfieri, innanzi ai negozi aperti e all’indifferenza generale degli operatori commerciali. Da quel momento divenne per noi una sfida continua far nascere anche a Palermo un’associazione antiracket capace di raccogliere l’impegnativa eredità. Per più di quindici anni, periodicamente, cercavamo di coinvolgere alcuni imprenditori, ma senza successo; organizzavamo manifestazioni nazionali, ma nulla si muoveva. Niente di niente. Solo qualche rara denuncia, niente di più. Per oltre quindici anni. La città e, soprattutto, gli imprenditori palermitani, avevano rimosso l’esempio di Libero, troppo eversivo per la tranquillità delle cattive coscienze della borghesia cittadina. Eversivo perché chiamava direttamente in causa ognuno dei commercianti, degli artigiani, degli industriali, dei professionisti; non li chiamava in causa astrattamente, ma nel concreto della loro vita quotidiana: Libero Grassi aveva detto no al pizzo e voi, come se nulla fosse, dite sì ogni giorno. Eversivo perché obbligava tutti a guardarsi allo specchio per prendere atto di non essere imprenditori, perché, come Libero ci ha insegnato, chi accetta i condizionamenti della mafia non può dirsi imprenditore.

Nulla cambiava. La mattina del 29 agosto, quando ci riunivamo davanti alla casa della famiglia Grassi, era un rarità incontrare qualche operatore economico palermitano, mentre non sono mai mancati quelli provenienti da altre parti d’Italia. Alla fine, per noi, la data del 29 agosto è diventata la cartina al tornasole della vitalità di un’esperienza. Perché il nome di Libero Grassi “circolava” assai di più altrove che a Palermo. Non a caso le prime associazioni antiracket nacquero nella Sicilia orientale, e poi in Calabria, in Puglia, infine a Napoli. Per me era un grande evento ogni anno presentare a Pina e ai figli di Libero una nuova associazione e nuovi commercianti che avevano denunciato.

Al primo anniversario erano presenti Paolo Caligiore con i colleghi di Palazzolo Acreide, Tanino Zuccarello a guidare la delegazione dell’associazione di Sant’Agata Militello, Pia Giulia Nucci con gli imprenditori di Catania; tutti assieme all’associazione di Capo d’Orlando con Sarino Damiano. A queste presenze si aggiungevano anno dopo anno tanti altri colleghi provenienti da ogni parte d’Italia: Maria Teresa Morano e Maria Concetta Chiaro con l’associazione di Cittanova, la prima della Calabria; Rosa Stanisci, il coraggioso sindaco di San Vito dei Normanni, con la prima associazione pugliese; Nunzio Di Pietro da Francofonte, Bruno Piazzese da Siracusa, Mario Caniglia da Scordia, Antonio di Fiore da Messina, Pippo Scandurra da Patti. Con loro, tanti altri come loro, imprenditori che avevano testimoniato nelle aule di giustizia e dato vita alle associazioni antiracket.

Finalmente, dal 2002, anche in Campania nascono le associazioni antiracket: così all’alba, col “postale” proveniente da Napoli, arriva a Palermo Silvana Fucito accompagnata da Rosario d’Angelo, Salvatore Cantone e altri colleghi. In seguito l’associazione si costituisce nella difficilissima Gela e, da allora, non c’è anno che Renzo Caponetti, insieme a Franca Giordano, la vedova di Gaetano ucciso dalla mafia nel 1992, non stia lì con noi. Tra tutti questi non possiamo non ricordare la sofferenza di Enzo Lo Sicco che, per avere denunciato gli uomini di Cosa nostra, dovette abbandonare Palermo e vivere lontano con la sua famiglia.

Poi c’è stato, prima, il 2004 con la straordinaria esperienza di Addio Pizzo e, nel 2007, finalmente, la nascita dell’associazione antiracket Libero Futuro. Per la prima volta un gruppo di imprenditori, inizialmente ristretto, ma destinato a diventare sempre più numeroso, ha realizzato, in quella che era sempre apparsa come la città “impossibile”, ciò che in tanti altri luoghi altri imprenditori avevano già fatto: costituirsi in associazione antiracket. Dopo venti anni una cosa può essere affermata con certezza: dal 1991 abbiamo sempre detto che se Cosa nostra con l’omicidio di Libero Grassi pensava di bloccare la crescita di quel movimento che aveva preso avvio da Capo d’Orlando, questo obiettivo, benché raggiunto nell’immediato a Palermo, non è stato però conseguito nel resto del Paese; anzi, lontano dal radicamento mafioso della Sicilia occidentale, si è ottenuto un effetto opposto: nel nome di Libero sono nate associazioni, tante, in provincia di Messina, di Siracusa, di Ragusa, di Catania e, poi ancora, in Puglia, Calabria, Campania. Adesso, per fortuna, anche a Palermo ci sono commercianti che non hanno più paura la mattina di guardarsi allo specchio, anche qui nel nome di Libero si è più liberi. In tanti ma non tutti.

di Tano Grasso (presidente onorario della Federazione antiracket italiana)

ilfattoquotidiano

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Messaggio Da anna il Sab 3 Set - 16:05

Omicidio Dalla Chiesa
Oggi la commemorazione
Ventinove anni fa la strage mafiosa in cui oltre al prefetto persero la vita la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo


Ventinove anni fa la strage di via Isidoro Carini, agguato mafioso in cui persero la vita il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Oggi la commemorazione. In mattinata la deposizione di una corona d'alloro sul luogo dell'eccidio. A seguire, la messa nella chiesa di San Giacomo dei Militari. Mentre a Monreale nel Complesso monumentale Guglielmo II hanno preso il via le manifestazioni proprio per ricordare i fatti di via Carini.

Nel delitto Dalla Chiesa, massacrato a colpi di kalashnikov mentre era in auto con la moglie, il ruolo esecutivo della mafia è ormai accertato da tempo. A distanza di 29 anni dall'eccidio, però, restano intatte le zone d'ombra e come sottolineano le sentenze la "coesistenza di specifici interessi - anche all'interno delle istituzioni - all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale".

La giustizia si è fermata ai mandanti mafiosi, dunque, e agli esecutori materiali. All'ergastolo sono stati condannati i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

Grasso. "È tragico pensare che ancora dopo tanti anni non si sia fatta piena luce su tutti i risvolti e le causali dell'omicidio Dalla Chiesa. La cosa terribile è intuire, ma non potere dimostrare". Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, oggi a Palermo, che ha raccontato anche quanto riferito da Buscetta in merito alla richiesta della mafia ai terroristi di uccidere il prefetto. "Ciò che ancora ci si chiede - ha concluso Grasso - è che interesse avesse la mafia a uccidere Dalla Chiesa se ancora non aveva fatto nulla".
repubblica

Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli

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"L'arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi". Steven Biko: 


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L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù. Gino Strada

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