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Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:00

Cantastorie ha scritto:per riuscire a tirare le fila della matassa, secondo me manca Conte tra i piemontoliguri, gli "emiliani" (Guccini e Co.), alcuni ribelloti degli anni settanta..ossia Finardi, De Gregori, Bennato e Rino Gaetano e poi alcuni complessi musicali (Equipe84, Nomadi, Orme, Formula3, Pfm e NewTrolls per la parte musicale).
Ricordati e delineati questi, penso di riprender il discorso d'Inizio sui Cantastorie e vedere di individuare cosa è rimasto-confluito nella musica d'autore/tematica sociale tra anni 50 e 70.
Una volta fatto cio', vò a vendermela come tesi di laurea già praticamente mpacchettata per qualche sclerato studente fuoricorso :angelo: (scherzo, finita l'opra penso di raccogliere il tutto in modo ordinato in una pagina web anche indipendente dal forum come è l'accozzaglia di sito personale che ho da anni).

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"L'arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi". Steven Biko: 



L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù. Gino Strada

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:02



Ultima modifica di anna il Lun 10 Ott - 23:20, modificato 1 volta

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:03

Cantastorie ha scritto:
seunanotte ha scritto:
Io non temo di dirlo, se non l'avessi incrociato da ragazzina,
sono certa che una serie di lampadine non mi avrebbero illuminato angoli
oscuri o lontani o incomprensibili, che invece cantando-ascoltando le
sue canzoni mi sono di volta in volta sembrati splendenti. E in periodi
oscuri, brulli e aridi, quelle lampadine dovrebbero moltiplicarsi,
invece che affievolirsi e silenziarsi.

Mia cara, la stessa cosa anche per me.....hai ragione, quelle lampadine dovrebbero moltiplicarsi invece che affievolirsi e silenziarsi......belle parole Canta.....belle.......grazie
Seunanotte, ci sono soprattutte DUE teste che non sono state sostituite (almeno io non ho trovato sostituti a quell'altezza: uno è Faber e l'altro è Pasolini). Non sto dicendo che acriticamente prendo per oro colato quanto ci hanno dato, ma accidenti se mi manca approfondire e guardare le cose come le avrebbero disegnate loro. E' a questo che servono i "pezzi unici" e ce ne sono pochi, pochissimi o forse sempre meno, accidentaccio!

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:04

Cantastorie ha scritto:Si Lepidezza, anche quello..perchè specialmente quelli della stessa generazione, si sono influenzati-risposti a vicenda, sia come struttura-canzone che come temi e parole usate. Influenzarsi non significa "scopiazzare", significa trarre spunti e farseli a modo proprio.
In questo, forse perchè è quello che conosco meglio di altri, Faber mi farà da bussola-spartiacque..ma per fare questo discorso, serve dare quei punti di informazione-riferimento su quegli artisti mancanti che sono nell'elenco che ho fatto nel post precedente..
In realtà poi, se si parla di cantautori..dovrei aprire una Parente anche su alcuni signori stranieri che hanno fatto anch'essi da spunto-eco ..penso a Brassens e Brel per la tradiz. francese e Dylan e Cohen per quella nord.americana.. ci stanno anche loro nel "calderone" per fare la minestra finale.

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:04

seunanotte ha scritto:@ Cantastorie

Come non darti ragione.....citi DUE grandi che sapevano vedere oltre,indagare nel profondo,chiarire un'idea al di là della convenienza.Sono andati via tutti e siamo più soli,abbandonati all'aridità di tutto.

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:05

Cantastorie ha scritto:Prossimamente..

Sto preparando la scheda su Paolo Conte - e con lui completiamo l'area piemon-genovese.

Dopo farò una parentesi su alcuni "gruppimusicali" che tra anni sessanta e settanta hanno influenzato anche la maniera di scrivere MUSICA per i singoli cantautori: NewTrolls, Quelli-PFM, Formula3, Nomadi, Equipe84, Aria e Orme.

A questo seguirà la parentesi "Emiliani" con Guccini e Bertoli.

Per quanto riguarda gli anni settanta ci sono solo tre cantautori che mi sembrano funzionali al tema principale di questo 3d:
De Gregori tra i Romani, i due Bennato (Edoardo e Eugenio) per i napoletani, Rino Gaetano come menestrello a sè.

Io mi fermerei a loro, semmai facendo una piccola deroga per Capossela, tra i contemporanei.

....
Ribadisco, non sto facendo la "storia del cantautorato in generale"...ma cercando di individuare coloro che nelle loro canzoni hanno ripreso-ricomposto-ristrutturato l'antica tradizione orale dei cantastorie come testimoni e megafoni di tematiche non Individuali, dei singoli..ma Collettive..d'appartenenza e identità.

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:08

Cantastorie ha scritto:
Ondarock




Paolo Conte

L'avvocato col vizio del jazz

di Michele Saran

Dallo status di praticante forense a quello di cantautore schietto e
distaccato, sempre a contatto con le pulsioni più vive e acuite di un
animo nostalgicamente divertito e con una notevole sensibilità di
stampo jazzistico e latino-americano, attraverso il suo coerente
operato ha costituito una delle esperienze cardinali della canzone
italiana. Il recente progetto "Razmataz" ha sancito la supremazia di
una figura trasversale sia al cantautorato doc che al compositore
tout-court, dotata di una predilezione per le arti visive e le
avanguardie del primo '900





[justify]
Paolo Conte è uno dei più originali cantautori italiani, e di sicuro il più
erudito e coerente. Il suo stile nasce dall'accordo tra le ninnananne
fantasmagoriche di Leonard Cohen,
la sensibilità da cantastorie parigino di inizio '900, le big band jazz
di Duke Ellington e Bix Beiderbecke, la sensibilità del song jazz-pop
di Hoagy Carmichael e della chanson di Jacques Brel. A questo
va di certo aggiunto uno stile erudito di costruzione delle liriche,
sempre in bilico tra passioni sfrenate, malinconie di memorie passate,
spiriti eleganti e forbiti, immagini traslate spontaneamente verso la
sinestesia e il simbolismo da belle epoque, dove a tratti si fa largo
un ermetismo schivo.

I suoi due strumenti, il pianoforte e la
voce (prima ancora che le canzoni vere e proprie) faranno da
battistrada a una delle contaminazioni più seducenti di sempre, almeno
nei rispetti del panorama del cantautorato italiano, e insieme
contribuiranno al non trascurabile merito di aprire le porte alla
riscoperta filologica e classica (estranea quindi agli esperimenti del
giro Cramps, Perigeo,
etc.) della musica jazz in Italia, fino ad allora tenuta a forza
nell'oscurità. Il Conte interprete, in ultima analisi, si pone come chanteur
decadente, distaccato, obliquo e nobile a un tempo, con un timbro
vocale roco e profondo, soavemente sferzante, pungente e anti-retorico.


Paolo Conte nasce nel 1937 ad Asti, da una famiglia di legali.
Durante la guerra trascorre molto tempo nella fattoria del nonno,
laddove si compie uno dei primi capitoli della sua formazione: il
rispetto della diversità delle culture e, allo stesso tempo, del
proprio luogo d'origine. Tramite i genitori (appassionati sia di musica
colta che di canzoni popolari) apprende i rudimenti del pianoforte,
assieme al fratello minore Giorgio, ma la vera passione musicale giunge
con l'immediato dopoguerra. L'avvento della stagione del cinema
moderno, oltre alle marce delle bande militari americane, ma
soprattutto l'ascolto di dischi e di concerti di musicisti americani in
tour, generano il primo embrionale amore di Conte per la musica jazz.
Laureatosi
in Legge all'Università di Parma, inizia a lavorare come assistente
presso lo studio paterno, ma nel frattempo decide di estendere al
livello semi-professionale gli studi musicali. Sono quelli gli anni
delle sue prime band, i cui nomi tradivano l'euforia per il jazz e lo
swing d'oltreoceano: Barrelhouse Jazz Band, Taxi for Five, The Lazy
River Band Society. Il più fortunato del lotto, il Paul Conte Quartet
(in cui figurava anche il fratello Giorgio alla chitarra, mentre a
Paolo spettava il vibrafono), arriva ad incidere un Lp di brani
standard jazz per la Rca ("The Italian Way to Swing").

Parallelamente
nasce e si sviluppa la passione per la canzone italiana, filtrata sia
attraverso le trasmissioni radio che tramite il suo interesse per le
tradizioni popolari, in particolare per la canzone napoletana e per la chanson
di Brel e Brassens. E' forse grazie a quelle poetiche di narrazione
lucida e anti-retorica, a quegli sguardi disincantati e idealizzati su
(dis)avventure di alienazione e cinismo, di farsa grottesca ma
impietosa sulla società contemporanea, che Conte comincia a scrivere le
sue prime canzoni, destinate a interpretazioni di artisti italiani e
internazionali, dapprima senza paroliere in coppia col fratello e solo
successivamente dedicandosi anche ai testi in coppia con Vito
Pallavicini. Nascono così, nella seconda metà dei 60, "Siamo la coppia
più bella del mondo" (esordio solista di Conte a tutti gli effetti, su
testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete, da subito numero uno in
classifica) e "Azzurro" per Adriano Celentano, "Insieme a te non ci sto
più" per Caterina Caselli, "Tripoli '69", "Genova per noi" e "Onda su
onda" per Bruno Lauzi (anche coautore), "Messico e nuvole" per Enzo
Jannacci, "Grin grin grin" e "Se (Yes)" per Carmen Villani, insieme ad
altre collaborazioni con Patti Pravo, Johnny Hallyday e Shirley Bassey.


Queste prime avvisaglie del suo stile distaccato, riflessivo
con arguzia e tagliente ironia, traboccante di immagini dinoccolate,
verranno convogliate e esplose nel primo Lp a suo nome, Paolo Conte
(Rca, 1974), in cui compare, oltre che come autore di musica e testi,
anche come esecutore, interprete e arrangiatore. E' una raccolta ancora
incerta e non precisamente a fuoco, quasi un'antologia revisionista
delle opere prestate ad altri in precedenza, a suon di "Fisarmonica di
Stradella" e orchestrata con una semplicità artigianale che fa emergere
solo a tratti il talento più genuino delle opere della maturità.
Quest'album è anche il primo episodio di una trilogia dedicata alla
transizione da praticante di studio legale a cantautore tout-court.
Vi compaiono spettri di una provincia disastrata da una vita assente e
annoiata, avvolta da una membrana di ipocrisia latente, da angosce
represse e inespresse, ma pure rimpolpata da emozioni intime, infuse da
episodi commoventi e raccolti con cura.
In questo suo primo
periodo creativo, Conte dà alla luce i primi due episodi della
famigerata saga dedicata all'"Uomo del Mocambo", storia del
proprietario di un mitico bar-scenario di situazioni decadenti, di
curatori fallimentari (aiutato, in questo, da un forbito spirito
autobiografico), di incomunicabilità tra conviventi, di tinelli
"maròn", di facciate architettoniche (insegne, luci, etc.) assurte a
simbolo di un umore generazionale, di caffè sorseggiati, quasi
terapeutici nel loro scopo di estraniazione dal contesto di vita
quotidiana. "Sono qui con te sempre più solo", "La ricostruzione del
Mocambo", e, più avanti, "Gli impermeabili" e "La nostalgia del
Mocambo" costituiscono una tetralogia di canzoni che per più di un
motivo può essere assunta a metafora dell'opera di Conte, oltre che
episodio altamente significativo della canzone italiana in senso lato.

"La ricostruzione del Mocambo" è anche uno dei pezzi forti del suo secondo album, Paolo Conte
(Rca, 1975), opera che sancisce il definitivo distacco dalla produzione
di canzoni d'interpretazione altrui, per approdare finalmente a una
collezione di brani destinati a essere ricordati come suoi primi
classici. Proprio il secondo episodio dell"uomo del Mocambo stupisce
per la sua ritrovata vena jazzy (fino ad allora tenuta a
freno), un fiato dipanato a mo' di Nino Rota e vocalizzi sonnolenti del
coro femminile che impostano magnificamente la strofa. "Genova per
noi", l'ultima reinterpretazione delle sue canzoni pregresse, diventa
una marcetta a bolero impreziosita da capricciose dissertazioni di
piano, ma pure con un accompagnamento che si arricchisce via via di
preziose sfumature (anche cacofoniche), e "La Topolino amaranto", la
primissima canzone scritta da Conte a quattro mani col fratello (e mai
rispolverata prima di allora), uno stride à-la Luckey Roberts speziato da una contrastante associazione della fisarmonica a mimare una melodia popolaresca.

In Un Gelato al limon,
capitolo conclusivo del primo periodo, è dotato di un autobiografismo
già traballante, che spesso abdica in favore di interiezioni a viso
aperto, di ritratti maggiormente metaforici, simbolici e
impressionisti; arrangiamenti lussureggianti, suono più corposo (vi
compare la Pfm), ma quelli che spuntano sono i jive
puntuti ("Bartali", inno salace allo sport favorito) e i tango
strascicati ("Rebus", "Un gelato al limone"). La risultante è un
discutibile compromesso tra la transizione e il consolidamento di uno
stile casual, ma con una medietà di fondo che troppo si sforza di non essere qualunquismo.

A
questa trilogia di opere ne farà seguito una successiva, caratterizzata
dall'apertura stilistica che ne decreterà l'assoluto valore artistico e
la riconoscibilità, e dalla volontà di parlare apertamente
all'ascoltatore di immagini minute, sensazioni, emozioni, odori,
profumi, incontri e scontri di personaggi beffardi o sardonici, ideali
mitici e cicli simbolici. L'autobiografismo cede definitivamente il
posto all'uomo disincantato e ai suoi enigmi, alle melanconie di una
vita ancora in divenire, ai rimpianti e alle rievocazioni. Le istanze
stilistiche si ampliano considerevolmente, arrivando a lambire nuclei
davvero malleabili di idee efficaci e dall'inesauribile fantasia. Le
sue canzoni diventano così vere e proprie occasioni musicali in grado
di ospitare danze latino-americane (tango, habanera, fandango, paso
doble, jive, cha cha, rumba), piece piano-voce di melanconia
struggente (spesso impreziosite con interpretazioni solistiche) e ampie
aperture melodiche (viste soprattutto come controparte forte della
parte testuale), e di fondere ogni tipo di istanza stilistica in forme
inconsuete, eleganti, distaccate ma altrettanto partecipate. Al di
sopra di tutto, la propensione alle partite jazz e swing, influenzate
da Fats Waller e Duke Ellington, si esprime in tutta la sua eleganza
obliqua e distaccata, contribuendo a porre le liriche (pregne di
ellissi, giochi di parole, sinestesie) su un piano ancor più alto di
schiettezza emotiva anti-magniloquente.

Le nuove conformazioni delle sue band di supporto vanno coerentemente in questa direzione, collocandosi a metà via tra ensemble jazz e big band, e mostrando sempre nuove capacità di invenzione.

Primo frutto di questa "coerente deviazione" contiana è Paris Milonga
(Rca, 1981). Così, nell'apertura affidata a "Alle prese con una verde
Milonga" (uno dei suoi capolavori), tramite la lentezza sorniona, il
declamato melodioso della voce di Conte (notevolmente abbassato di tono
rispetto al "Gelato"), il bolero/blues/flamenco portato avanti da
fattucchieri armonici, appare chiarissima una volontà di contaminazione
sfibrante, obliqua ma perentoria. Lungo tutta l'opera, Conte
distribuisce con dosato equilibrio i caratteri portanti del suo
repertorio: toccanti ballate piano-voce ("Blue Haway", "Parigi",
"Un'altra vita"), sketch swinganti con madrigalismi e contrappunti di chitarre da Carosello ("L'ultima donna"), vaudeville in versi liberi ("Via con me", "Madeleine"), piece da big band
con forte apparato improvvisativo ("Boogie"), persino irresistibili
neo-standard ("Pretend Pretend Pretend"). E' un album sapientemente jazzy,
a dichiarare quasi un'urgenza dopo tante repressioni creative, che
forse ha importanza tanto teorica (illustrare le possibilità della
forma canzone all'alba del nuovo periodo creativo), quanto pratica:
raramente Conte raggiungerà ancora queste vette di godibilità
spicciola, e insieme il miglior punto di partenza per un sound filologicamente contiano.

Se Paris Milonga
materializza il boom di Conte come personaggio unico nel panorama
italico, ma è ancora vagamente stentante sotto il profilo della
rifinitura complessiva dell'opera, il successivo Appunti di viaggio
(Rca, 1982) procede spedito nella direzione della definizione
dell'album come ciclo di canzoni, come totalità inespugnabile. Caso
forse unico nel panorama della discografia di Paolo Conte, è un'opera
malandrina e sciatta, che canalizza superbe capacità strumentali e
poetiche in canovacci vitali di forte suggestione, spesso senza inizio
e fine, ma solo dotati di autonomia, di coscienza di essere brandelli
scorciati di ironia quotidiana, di particolari di bozzetti magnificati
e scardinati dal loro contesto di appartenenza. Già nello splendido
incipit di "Fuga all'Inglese", con una sorta di campionamento (quasi
anticipatore del lo-fi) di piece Gershwin-iana,
emerge l'estetica più pura di Conte: il ritrovamento degli scarti del
passato, la loro reintegrazione per farsi veicolo di trasfigurazione
temporale e, insieme, di gioia inventiva.
Con "Dancing" ci si
catapulta in una rumba scaltra, accompagnata da un piano elettrico e
un'orchestrina Memphis-style, e "Lo Zio" è un moto Buscaglionesco
che impagina cavalcate di chitarra swing fino alla chiusa maldestra per
colpo di piatti, mentre "Diavolo rosso" è uno straordinario foxtrot
da camera con palpiti di synth e una sezione ritmica incalzante. "Gioco
d'azzardo" e - in misura minore - "La frase" sono accessori di tutto
rilievo per l'economia dell'album: di nuovo cicli continui genialmente
costruiti quasi ad libitum, con ritmi di balera, synth estatici ma inquieti, e parti improvvisative in pieno stile bop guidate dal sax contralto.
"Hemingway",
astro fulgido della sua opera, suo capolavoro melodico, è una codifica
del formato canzone organizzata secondo un crescendo corale e
emozionale che parte dai languori sottotono di Conte e arriva a una
grande apertura strumentale per fiati e tastiere innescata dal solo
piano. "Nord" chiude l'album come "Wreck On The Highway" chiudeva lo Springsteen-iano "The River".
Un vuoto nostalgico, marcato dai toni di diario confessionale, si fa
largo nei versi da filastrocca dolcissima, per poi alzarsi in veduta
aerea con un tema melanconico ma pure rasserenato da una jam
agrodolce del tutti orchestrale. Conte è qui davvero al suo apice
formale e sostanziale, alla piena consapevolezza delle sue potenzialità
artistiche (anche in virtù di una sempre maggiore dimestichezza con i
generi e i prestiti "esterni"), alla dichiarazione d'intenti che non si
limita a un programma pure puntuale sulle manipolazioni della forma
canzone, ma che invece sonda con fare arguto zone strumentali e piani
narrativi, trasporto emotivo e distacco da narratore votato
all'essenzialità disarmante ma altamente evocativa.

Con Paolo Conte (Cgd, 1984), la fusione delle due precedenti istanze creative (quella dei classici di Paris Milonga e quella globale degli Appunti) arriva a perfetto compimento. E', insieme, il suo disco più sofferto e meditato, il suo "Tonight's The Night",
il Conte più meditabondo e quasi vittimista, e insieme uno snodo
espressivo destinato a imporsi alle nuove generazioni come punto
cardinale del nuovo cantautorato a venire. Da una parte ci sono canzoni
memorabili come "Gli impermeabili", prosecuzione e apice dello standard
melodico contiano, nonché terzo episodio della tetralogia del Mocambo
(una sorta di sereno funerale alla sconfitta delle aspirazioni intonato
dagli archi aerei), "Come mi vuoi?", serenata anti-romantica per piano
e sax, o ancora "Come - di", irresistibile swing alla Calloway.
Dall'altra c'è il tema unificante dell'uomo scimmia (nelle comunità
nere è il ballerino jazz), dipanato secondo dotte citazioni-metafore di
un personaggio ridotto a una sorta di sbando emotivo. Nel mezzo
dell'opera viene "Sotto le stelle del jazz", forse il suo capolavoro
definitivo, una mistura geniale e poetica di atmosfere intime,
confidenziali, liriche ed enigmatiche, dagli accenti gospel, blues,
honky tonk e brass band, una raccolta di mottetti mitici (su
testo originalissimo e commovente), di immagini notturne create dalla
notte stessa, un diario di sospiri blues e di nostalgie trasognate.
Completano
il tutto lo strumentale "The Music - All?", sonetto dolente per piano e
vibrafono, quasi una sua personale versione dei "Notturni" chopiniani,
la ballata di "Chiunque", con un nuovo duetto di piano e sax a
spartirsi tristezze accorate e indefinite, secondo una progressione di
accordi nobili e taciturni, e la piece avveniristica di "Simpati -
Simpatia", con il sequencer in bella vista a donare disegni di raccordo al piano sempre presente.
Apoteosi del Conte cantante, pianista, poeta maudit
tutto italiano di un'anima segnata nel profondo da sofferenze minute, è
un disco subliminale che si compone di brani felici nelle loro
contaminazioni scevre, allampanate. Laddove il jazz serve soprattutto a
costruire impalcature emotive, l'autore addomestica strumenti e
orchestrazioni secondo un umore trasfigurato a invettiva solenne,
preghiera introspettiva. "Come mi vuoi?" avrebbe dovuto far parte di
"Occulte persuasioni" di Patty Pravo (Cgd, 1984), ma ne rimase escluso; effettivamente però il cantautore collaborò all'album con lo pseudonimo di "Solingo".

Accolto benevolmente dalla critica, il disco lancia Conte anche nello scenario internazionale. Ne segue un'intensa attività live,
che lo vedrà impegnato in Italia come (e forse più) in Francia, quella
stessa Francia che gli aveva infuso ispirazione agli inizi della sua
carriera. Concerti (Cgd, 1985), contenente registrazioni dal vivo di queste prodezze in forma di canzone, immortala degnamente questo periodo.

Sulla
scia del rinnovato interesse nei suoi confronti, Conte pubblica la sua
opera più ambiziosa, uno dei rari album doppi della musica italiana, Aguaplano
(Cgd, 1986). Si tratta, in realtà, della tipica opera di transizione,
in cui l'autore raccoglie i frutti del seminato e, con i medesimi
ingredienti, ribadisce la sua estetica e appronta il punto della
situazione. Il formato del doppio vinile contribuisce a porre in essere
le sue più urgenti volontà, ma neppure Conte riesce a sottrarsi al
rischio di enciclopedismo cui spesso ci si imbatte in questi casi. Il
rafforzamento dei suoi standard è comunque convincente. Ci sono, ad
esempio, le ormai classiche aperture melodiche: la title track,
con l'ampio tema boliviano intonato da coro e orchestra, o "Max", altro
dei suoi brani forti, un crescendo agogico con motivo bipartito à-la
Bolero di Ravel. "Paso Doble" è una gag piano-voce da cabaret jazz,
quasi auto-ironica, con brillante alternanza tra strofa incupita e
ritornello accelerato con note ribattute in tonalità maggiore, e
"Nessuno mi ama" attacca con un tema sensuale di piano, sax e
contrabbasso, per poi librarsi in uno swing Ellington-iano con
l'introduzione di un coro femminile.
La sortita partenopea di "Spassiunatamente", la cool-song
di "Anni", il tempo ternario di "Hesitation", adornato dai madrigalismi
impostati dai giochi pianistici della mano sinistra, il divertissment in tempo dispari di "La Negra", il valzer per piano bonaccione da parodia della belle epoque di "Non Sense", la ballata in rima di "Gratis", la danse macabre condotta dallo jambé di "Les Tam-Tam du Paradis", la piece
dell'assurdo onomatopeico-poliglotto di "Ratafià", sono tutti episodi
di aggiustamento e di sguardo al futuro. Più cartina tornasole, test
creativo, che opera profondamente sentita, Aguaplano è il disco delle mezze verità: Conte si sbizzarrisce, ma soprattutto constata; non entusiasma, ma teorizza.

Un altro disco dal vivo, Paolo Conte Live
(Cgd, 1988), prova che il periodo è maggiormente incentrato alla
ricerca e alla rielaborazione delle proprie tematiche che alla
creazione vera e propria.

Con il dittico Parole d'Amore Scritte a Macchina e Novecento,
s'inaugura un nuovo periodo di fertilità per il cantautore. Passate le
grandi sbornie concertistiche, Conte si dedica maggiormente alla
propria personalità più intima, alle emozioni spicciole, soprattutto
esternando una volontà che parte dal suo vissuto più profondo. Dopo
aver sondato esperienze in forma diretta dal punto di vista della
condivisione con una controparte umana ("Lo Zio", "Fuga all'inglese",
"Come mi vuoi?") o mitologica ("Alle prese con una verde Milonga",
"L'ultima donna", "Sotto le stelle del jazz", "Diavolo rosso"), Conte
assesta le sue istanze poetiche su narrazioni e confessioni che partono
principalmente dal proprio io sognante, elaborante, inquieto con
levità.

Il primo, Parole d'Amore Scritte a Macchina
(Cgd, 1990), è l'opera più anomala della sua carriera, che segna
un'ulteriore svolta stilistica al limite dello sperimentalismo. E'
anche il suo primo album a focalizzarsi sull'atmosfera, mai così
scarna, impavida, enigmatica e allo stesso tempo sbilenca e appena
sbozzata, e su costruzioni insolite e anacronistiche. L'ouverture, "Dragon", è degna di stare accanto a "Alle prese con una verde Milonga": uno straniante boogie-blues "ferroviario", scandito dal sequencer
sovrainciso e da chitarre in trance, con cori e vocalizzi voodoo,
fratturato tra gli sbotti del trombone con sordina, le contorsioni del
clarino, orpelli arcani di contrabbasso e una tanto breve quanto oscura
declamazione di Conte. "Il Maestro" è addirittura un epico inno
Verdi-iano intonato da un coro femminile, ripetuto da Conte con la sua
solita capacità di variazione obliqua, tributando parte delle sue
stesse influenze artistiche. "La canoa di mezzanotte", l'episodio più
sperimentale della sua carriera, è un duetto (Sybil Mostert alla
seconda voce) basato quasi esclusivamente su synth e sequencer, e "Ma
si t'a vo' scurda'" è un'altra piece partenopea.
In "Ho ballato di tutto" un fiero inciso da sonata beethoviana
prelude a una sordida esplosione dei pizzicati rutilanti degli archi e
alle pennate marziali della chitarra, e intersecazioni astratte di
arabeschi orchestrali in dissonanza contrappuntistica. "Un vecchio
errore" è un nugolo di sottocodici (classicismo e accompagnamento
ballad, confessionalità, rassegnazione e cocciutaggine) che impagina
una nuova piece piano-voce (e una delle sue migliori).
"Mister Jive", infine, chiama in causa nuovamente il coro per dipingere
un nostalgico omaggio a Harry Gibson e al "Cotton Club", tempio storico
della musica jive, dotato di crooning decadente e compassionevole tristezza nell'alternanza strofa-chorus.
E' un album incantatore, che rifugge ogni programmatica retorica per
farsi fatalista fino all'eccesso. La voce di Conte, gigiona, "soul" e
impertinente come non mai, fa sfoggio di grammelot, prestiti linguistici, ermetismi e istrionismi. La copertina è stata disegnata da Hugo Pratt.

La seconda parte, Novecento (Cgd, 1992), pur mantenendo costante la vena nostalgica, procede in direzione opposta. Il focus
dell'opera è quello della fusione massimalista (orchestrale) di stili e
generi musicali tra i più diversi, ma sempre ricondotti nell'umore
artistico d'inizio secolo, o del trapasso tra due ere. "Gong-Oh", la
più filologica del lotto, è un tributo à-la Art Tatum dedicato a Chick
Webb e Sidney Bechet. La title track è un altro sfolgorante preludio, un'apertura sinfonica con trilli Waller-iani del piano, un tema di valzer, e un'atmosfera liberty da fin de siecle,
in consonanza con la carovana di cantastorie e saltimbanchi
dell'orchestrazione. La nuvola di synth di "Il treno va" e della
romanza di "I giardini pensili ha fatto il suo tempo" è l'unico ricordo
degli esperimenti di Parole d'amore (in ogni caso qui
utilizzato in senso altamente naturalista). "Schiava del Politeama" è
un tango sordido nel miglior stile contiano, quasi una sua
autoimitazione, ma pure una carezzevole orchestrazione di fisarmonica,
concertino di archi e solo di sax.
Il duetto di piano e
contrabbasso di "Per quel che vale" è sconsolato e rarefatto fino
all'eccesso, ma si risolleva con un bolero decadente, e la tropicalia big band di "La donna della tua vita" è un piccolo carosello degli stili più cari all'autore. "Inno in re bemolle" è un music-hall lento e raffinato, dominato da un sax mesto, e "Una di queste notti" propone un'intro
da circo fatato e - poco dopo - un'accelerazione da samba accattivante,
mischiata nel modo più naturale a temi e idee melodiche da Caffè
Concerto parigino. In "Do do" (cantato da Jino Touche, contrabbassista
della band di Conte) sparisce la dimensione baldanzosa che pervade
l'album e si fa avanti un'atmosfera sacra e intrigante a tratti, quasi
una benedizione finale.
Vedetta e crocevia, corrispettivo delle
intuizioni di riedificazione di climi austeri di Adolf Angst, è
soprattutto un album contenitore, anche se di charme
indiscutibile, che imposta un discorso sfuggevole fatto di canzoni
sfuggevoli. Tradizionale solo in senso molto superficiale: il tema
anacronistico è un mero pretesto per esplorazioni e traiettorie
deviate. Anomale quanto il precedente (e forse più). Novecento
è anche l'album che esporterà definitivamente il cantautorato contiano
presso quelli che sono normalmente considerati i suoi allievi (Vinicio Capossela,
Sergio Cammariere, Ivan Segreto, Carlo Fava, Don Ciccio Philarmonic
Orchestra), e porrà le basi per il suo stesso superamento.

Entrambi anacronistici, Parole d'amore e Novecento sono - diversamente da quanto si crede - due album contiani fino al midollo, il suo ying e yang, un'immagine e il suo negativo fotografico. Laddove Parole d'amore è ermetico, strumentalmente eccentrico, taciturno, confessionale e intimista, Novecento
è descrittivo, orchestrale, logorroico, espansivo ed esuberante. Con
questo dittico, Conte ha finalmente messo a nudo le sue basi emotive
(prima ancora che artistiche), e edificato un ciclo di canzoni che va
inteso paradossalmente come un tutt'uno inscindibile.

Il music-hall di "Bye, Music", la ballata in francese di "Reveries" e lo strumentale di "Ouverture alla russa" sono i tre inediti di Tournée (Cgd, 1993), primo volume di live registrati tra Amburgo, Parigi, Valencia e Vienna.

Una faccia in prestito (Cgd, 1995) ritorna a un nuovo ripensamento in stile Aguaplano.
Come in quel caso, si tratta di un album prolisso e pedante, eclettico
e non privo di momenti emozionanti, ma dalla scarsa tenuta globale.
Sembra quasi che, in questi casi, Conte dia alla luce quante più idee
possibili per mettere alla prova la sua arte e scacciare i fantasmi
dell'inaridimento dell'ispirazione. "Don't Throw It In The W.C" è
un'impegnativa ciaccona Armstrong-style che può essere
assurta a metafora dell'intera opera: tromba con sordina a guidare una
lunga introduzione semi-orchestrale, armonie convenzionali ma al
contempo molta pregnanza nell'arrangiamento, versi scarni e di
secondaria importanza. L'ormai veterano cantautore, in ogni caso, sa
ancora splendidamente librarsi in rumbe vertiginose come "Elisir", in
can-can baldanzosi come "Sijmadicandhapajiee", in ninna-nanne dolenti
come "Le parole tue per me", e in staffette piano-voce come quelle
della title track. "Danson metropoli" è un nuovo gioco
non-sense swingante vagamente superfluo, e la seguente "Il miglior
sorriso della mia faccia" tenta di scimmiottare i suoi passati
capolavori melodici.
Sebbene con molti tentativi di riabilitazione alle spalle, quello di Una Faccia In Prestito
è un Conte "struccato" che crede più a orchestrazioni scaltre e
sonnambule (spesso rette dal solo Max Pitz) che ad associazioni
fantasiose. Cominciano a farsi avanti canzoni pedanti che meglio
figureranno nei live show del periodo, non a caso i più
felici della sua carriera. I sette minuti finali de "L'incantatrice" e
la drammaturgia spinta di "Quadrille", con il rodato Touche alla
seconda voce, sono le prime avvisaglie del progetto "Razmataz".

The Best Of
(Cgd, 1996) è la migliore antologia su Paolo Conte fino ad oggi
realizzata. L'edizione del 1998, realizzata per il mercato americano, è
prodotta dalla Nonesuch.
Tournée 2 è il sequel del disco di cinque anni prima, e il miglior album live di Paolo Conte (cinque gli inediti: "Swing", "Irresistible", "Nottegiorno", "Roba di Amilcare, "Legendary").

Conte
è in ogni caso arrivato ben oltre il suo programma di illustre
rivisitazione della canzone italiana, ne ha sfondato diversi limiti
attraverso una reinvenzione che parte da presupposti liberi da
qualsiasi costrizione di genere, ma pure giocando al rispetto
reverenziale delle sue nobili fonti ispiratrici. Questa libertà
compositiva non ha mai fruttato espedienti contraddittori o privi di
dimensioni creative sterili o senili, ma anzi appare votata alla
spontanea continuità lungo direttrici poetiche pregne di fascino, di
un'autodescrizione che è apertamente intransigente con il destinatario
dell'opera artistica, e in primis con sé stesso, uomo elegante e
melanconico sempre in preda a turbamenti soavi di impalpabile
profondità. Nelle spavalderie felliniane del secondo disco, così come
nei moti perpetui di Appunti di viaggio, o nelle dissertazioni stilistiche di Aguaplano, così come nei vaudeville jazzati di Paris, Milonga, nelle lamentazioni dell'omonimo, così come nelle coloriture orchestrali di Novecento, o negli ermetismi eccentrici di Parole d'amore,
emerge una personalità irriducibile, votata a un continuo gioco di
sobria rielaborazione e incanalamento rigoroso in termini di rispetto
di regole e genuine consuetudini. Questo "doppio registro" è, alla
conclusione di questo intenso periodo creativo, una delle più grandi e
miracolose lezioni impartite al cantautorato e alla musica italiana in
generale.

L'autore, esaurita parzialmente la vena creativa
della forma canzone, si dedica alla realizzazione di un'opera che tiene
in segreta gestazione fin dai suoi esordi.
Razmataz,
il risultato finale di quel lungo processo, è un colossale progetto di
operetta multimediale per illustrazioni e colonna musicale, che - da
sola - rappresenta una stagione creativa particolarmente cara
all'autore. Tale progetto serve a Conte per muoversi su più fronti:
anzitutto quello di (ri)scoprirsi compositore in grado di pennellare
operette liriche, alle prese tanto con arie quanto con ouverture,
intermezzi e grandi parate orchestrali. In seconda analisi, è
l'occasione irrinunciabile per poter mettere a nudo, finalmente, la
passione innata per la pittura e la storia dell'arte, sia dandone
frutto concreto producendo disegni e tavole sia focalizzandosi
tematicamente sulle avanguardie artistico-pittoriche del primo '900
(surrealismo e dadaismo su tutti, anche se lo stile pittorico di Conte
è più vicino al primo Carlo Carrà). Allo stesso tempo, il tutto serve a
Conte per poter sondare, una volta di più, la sua grande capacità di
amalgama, tramite il provvidenziale senso di discretezza presente da
sempre nelle sue canzoni.
Ne nasce un'opera quantomeno
significativa, anche se destinata a essere dimenticata in fretta (non
certo a bissare i successi planetari del coevo "Gobbo di Nôtre Dame" di
Riccardo Cocciante), realizzata nelle versioni italiana, inglese,
francese e spagnola, che sviluppa in un centinaio di tavole (schizzi a
carboncino, tempere, disegni, etc.) e in più di due ore di
sincronizzazioni audio-video, una trama volutamente imprecisa.

Il
pretesto narrativo è quello della ballerina africana di nome Razmataz,
della sua rincorsa al successo nella bella e grande Parigi e della sua
rapida e misteriosa scomparsa; qui incontri di talent-scout
truffaldini, artisti di strada, amici dello spettacolo in pieno
successo, e di altre figure mitologiche di oscura decifrazione faranno
decollare la storia verso lo status di parata universale nel mondo
dell'arte, intesa da Conte come creatività austera e sfuggevole, e
verso la profonda riflessione sulle atmosfere di suprema contaminazione
culturale degli inizi del '900, tra sperimentazioni pittoriche, jazz
degli esordi, cultura africana, classicismo operistico, poetica dei
bassifondi della metropoli.
Tecnicamente, la fruizione live
dell'opera avviene tramite la visione multipla e sincronica di più
proiettori, disposti in più sale secondo un percorso di mostra
audiovisiva, e l'ascolto della colonna musicale. Nelle prime
rappresentazioni del "Razmataz Tour", avvenute lungo tutto il 2001 a
Cannes (prima internazionale in occasione della Mostra del Cinema),
Londra, Berlino, e solo successivamente in Italia, lo spettacolo
comprendeva una performance live eseguita da una
band-orchestra sinfonica, alla stessa stregua di un preludio
operistico, di un'introduzione da parte di una voce narrante fuori
campo, e dello svolgimento vero e proprio, tramite tendine e
transizioni tra opere pittoriche. La componente visiva reagiva in primis
con sé stessa, a mimare interazioni dialogiche e parti solistiche, e
poi - ancora in modo sincronico - con la colonna musicale
(preregistrata) che ne costituiva alternativamente intermezzo
strumentale, sottofondo di puro accompagnamento o vero e proprio attore
protagonista, quasi a sorpassare la forza visiva dei personaggi
inventati e disegnati dall'autore.

I brani vocali prevedono interpreti che spaziano dallo stesso Conte a soprani lirici, chanteuse dal timbro à-la Edith Piaf, crooner Waits-iani, performer
afro-americane. Le composizioni - in linea con gli assunti di questo
"musical pittorico" - inglobano elementi eterogenei, presi in egual
misura dalla tradizione, dall'opera lirica e dal suo stesso repertorio
personale.
Progetto fatto di anacronismo e retorica nostalgica,
ambizione e ricercatezze da provinciale universalismo, itinerante
difformità. Ha il classico gusto surreale dei Magrittiani macigni in
aria, talmente innaturali nel loro spontaneo sfasamento temporale, che
pure l'attenta osservazione diviene meccanica e certosina insensatezza.
E' per questo motivo che il prevedibile flop ne pregiudicherà le sorti. Una sintesi mirata (da respirare profondamente, più che da vedere o sentire) dell'estetica Contiana tout-court. La colonna sonora, edita su Cgd East West nel 2001 e comprendente solo alcune highilight - riarrangiate - delle performance
originarie, rende un tiepido merito di gradevolezza. Occasione
compositiva tratta dall'omonimo romanzo, di pugno dello stesso Conte.

Reveries
(2003) è un'altra commercializzazione pensata per il mercato americano
(ma di lì a poco diffuso anche in Europa), contenente l'inedita
versione di studio della title track, (fino ad allora conosciuta esclusivamente in veste live),
insieme a stanchi rifacimenti di alcuni classici ("Dancing", "Fuga
all'Inglese", "Come Mi Vuoi?", "Madeleine") e a brani originali tratti
da Novecento e Aguaplano.

A nove anni dall'ultimo disco di canzoni, Conte torna con la sua opera più notturna e disillusa, Elegia (Warner, 2004). La title track
attacca con un pianoforte solitario, dalle nobili volute Chopin-iane,
"Chissà" è una ballata atmosferica basata su rintocchi gravi del piano
e su sobri contrappunti e "Molto Lontano" è una danza ternaria con un
cambio di tempo nel chorus che diventa (ri)cambio d'atmosfere. "Non Ridere" (un suo esclusivo e commosso j'accuse), "Sandwich Man" (calypso piano-driven
dalle liriche impressionistiche), "Bamboolah" (una piccola valida opera
di stilizzazione) e "Il Regno del Tango" (un'emotiva mistura stilistica
in tempo di bossa) sono brani con cui il bardo di Asti torna a sfogarsi
tramite invenzioni coloristiche rimaste forse adombrate in dischi come
il precedente.
Il quarto episodio della saga dell'uomo del Mocambo
("La Nostalgia del Mocambo") è perfettamente integrato nel mood del
disco: un'oasi estatica di note accarezzate di piano accostata e
contrapposta a un chorus snello, mentre il protagonista mette
da parte anche le sue ultime flebili speranze e si abbandona una volta
per tutte (ma serenamente) al "tinello maròn" in compagnia
dell'immancabile convivente, e sorseggiando l'altrettanto immancabile
caffè.
Disco ruvido e privo di effetti retorici che non siano quelli riassuntivi di una poetica, Elegia, seppur con scarsa immediatezza bozzettistica, permette a Conte di muoversi con la bacchetta magica dello switching
di umore e di sensazioni interiori, presa in prestito da un viandante
sulla via di casa e avvolto dai mille pensieri del rientro. Massiccio
impiego di Claudio Chiara (suona flauto, sax alto e tenore e
contrabbasso). Primo album del cantautore per la Atlantic.

Dopo
37 anni, Paolo Conte è tornato a scrivere per Adriano Celentano. La
canzone, "L'indiano", fa parte della colonna musicale della
trasmissione televisiva "Rockpolitik", andata in onda su RaiUno
nell'ottobre 2005.

A fine 2005 è stato pubblicato Paolo Conte Live Arena di Verona, doppio album live (corredato da relativo Dvd) contenente l'intera performance
del concerto del 26 luglio, forse la più rappresentativa del tour 2005.
E' presente un altro inedito, intitolato "Cuanta Pasiòn", che vede la
partecipazione del chitarrista Mario Reyes (Gypsy Kings Family) e della
cantante iberica Carmen Amor.

Wonderful (Bmg,
2006) è un superfluo box di tre cd a coprire in modo tanto elegante
quanto maldestro l'intera produzione di Conte per la Rca (i primi due
omonimi, Un gelato al limon, Paris Milonga e Appunti di viaggio).

Nel
2007 la Rai gli commissiona la composizione della sigla per la nuova
edizione del Giro d'Italia. Conte risponde con "Velocità silenziosa",
la prima rimembranza della bicicletta dai tempi di "Diavolo rosso".

Il
2008 vede il ritorno di Conte su più fronti, a sancire la conferma del
nuovo entusiasmo post-"Razmataz"(una delle più importanti opere
italiane di tutti i tempi), sia come interprete e performer, che come
scrittore di canzoni. Compare Paolo Conte Plays Jazz
(Sony, 2008) raccolta di standard swing e riesumazione dei primissimi
giorni del giovane Conte improvvisatore (contenente per intero l'Ep
"The Italian Way to Swing" del '62). Ultimo ma non ultimo, arriva anche
il nuovo contratto discografico con la Universal.

Il primo frutto di questo sodalizio, Psiche (Platinum / Universal, 2008), ripete il gioco di Elegia:
speculare sui suoi temi più cari tramite una sordida revisione che
suoni come sommatoria delle precedenti opere. Tocchi della vecchia
classe sono presenti in "Big Bill" e "Silver Fox", mentre nuovi
auto-tributi coinvolgono la brasileira "Danza della vanità", il
soul-gospel "Il quadrato e il cerchio", l'omaggio a Capossela di "Ludmilla" la drum machine
di "Omicron". Il fastoso uso di synth e il consueto sposalizio di
eleganza e quotidianità non nascondono la stanca nostalgia, forse il
vero fattore di novità; la sua voce è profonda come mai, ma anche
pervasa da una senilità intristente.

Blue Swing - Greatest Hits (Sony, 2008) è l'ennesima raccolta (su doppio Cd), stavolta più essenziale di Wonderful.

Nel giugno 2009 Conte torna, a quasi dieci anni da Razmataz,
all'arte multimediale. Stavolta collabora con il giovane videoartista
Valerio Berruti (come lui piemontese), in concomitanza della 53ma
edizione della Biennale d'Arte di Venezia, nella realizzazione della
sonorizzazione de "La figlia di Isacco" - mediometraggio animato
esposto presso il Padiglione Italia - una lunga piece per piano, violino e sax.

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:10

Cantastorie ha scritto:


1974 - PAOLO CONTE (RCA)
1975 - PAOLO CONTE (RCA)
1979 - UN GELATO AL LIMON (RCA)
1981 - PARIS MILONGA (RCA)
1982 - APPUNTI DI VIAGGIO (RCA)
1984 - PAOLO CONTE (CGD)
1985 - CONCERTI live (CGD)
1987 - AGUAPLANO (CGD)
1988 - PAOLO CONTE LIVE (CGD)
1990 - PAROLE D'AMORE SCRITTE A MACCHINA (CGD)
1992 - STAI SERIA CON LA FACCIA MA PERÒ
(Raccolta "All the Best") (BMG ARIOLA)
1992 - 900 (CGD)
1993 - TOURNÉE live (CGD)
1995 - UNA FACCIA IN PRESTITO (CGD)
1996 - THE BEST OF PAOLO CONTE (CGD)
1998 - THE BEST OF PAOLO CONTE (Nonesuch- USA)
1998 - TOURNÉE 2 live (CGD)
2000 - RAZMATAZ (CGD)
2003 -
REVERIES
(Nonesuch - USA)
2004 - ELEGIA (Atlantic - Warner Music Italia)
2005 - ARENA DI VERONA(Platinum - Warner Music Italia)
2008 - PSICHE (Platinum - Universal)

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:12

Cantastorie ha scritto:Cosa c'entra Conte con i cantastorie?
C'entra in due direzioni:
Conte è un "alchimista" di suoni ed atmosfere, le sue canzoni non vivono di Solo testo ma il testo è una parte integrante della musica. Le parole hanno un Suono non sono solo l'espressione di un significato letterale. Il decodificatore di tutto sono i suoni, le scelte strumentali, ritmiche, lo spaziare dal jazz al swing, alla tradiz. musicale francese o bandistica italiana, o malinconica sudamericana. Musicalmente, Conte è un'enciclopedia... ci trovi di tutto là dentro.
Parere tutto personale: il successo e le affermazioni di Conte all'estero - Francia e paesi germanici - per me lo si deve proprio alla forza comunicativa e suggestiva della musica, che supera il limite-linguaggio.

Quest'abilità di dare suono alle esperienze e non solo parola, di mischiare canto e musica e di non avere una vocalità da "solista conclamato" a me lo rende vicino ai musicisti di strada, quelli che si costruiscono uno stile proprio e lo portano in giro, noncuranti se quello stile ha un seguito o meno. Loro cantano quello perchè quello sentono, autenticamente. Conte, pur essendo raffinatissimo e musicalmente colto, ha una radice e una comunicativa popolare che altri non raggiungono.

La prima direttrice che collega Conte ai Cantastorie tradizionali è l'originalità assoluta del suo modo di costruire la musicalità di una canzone, con una fusione reinterpretazione di ritmi che non hanno una radice-locale italiana, ma sono un mix sorprendente di influenze e mescolanze altrui. In Conte c'è una direttrice jazz, che si interseca con una direttrice folk-ritmica a volte nostalgica e a volta disincantata. MAI uguale Conte..non c'è una canzone che somiglia ad un'altra.
La seconda direttrice per cui Conte è un cantastorie in senso lato è l'uso della lingua italiana: bizzarra....non la puoi "leggere" un testo di Conte, non ha un senso disgiunto dalla musica. Quando ho letto i testi suoi, mi è sempre venuta in mente la musica che vive insieme a quelle parole.


Credo di averlo già scritto: l'album Paris Milonga per me è in assoluto tra le piu' belle Opere di musica leggera italiane di sempre:
Lo ricopio dall'articolo postato nel commento precedente:


L'autobiografismo cede definitivamente il posto all'uomo disincantato e ai suoi enigmi, alle melanconie di una vita ancora in divenire, ai rimpianti e alle rievocazioni. Le istanze stilistiche si ampliano considerevolmente, arrivando a lambire nuclei davvero malleabili di idee efficaci e dall'inesauribile fantasia. Le sue canzoni diventano così vere e proprie occasioni musicali in grado di ospitare danze latino-americane (tango, habanera, fandango, paso doble, jive, cha cha, rumba), piece piano-voce di melanconia struggente (spesso impreziosite con interpretazioni solistiche) e ampie aperture melodiche (viste soprattutto come controparte forte della parte testuale), e di fondere ogni tipo di istanza stilistica in forme inconsuete, eleganti, distaccate ma altrettanto partecipate. Al di sopra di tutto, la propensione alle partite jazz e swing, influenzate da Fats Waller e Duke Ellington, si esprime in tutta la sua eleganza obliqua e distaccata, contribuendo a porre le liriche (pregne di ellissi, giochi di parole, sinestesie) su un piano ancor più alto di schiettezza emotiva anti-magniloquente.

Le nuove conformazioni delle sue band di supporto vanno coerentemente in questa direzione, collocandosi a metà via tra ensemble jazz e big band, e mostrando sempre nuove capacità di invenzione.

Primo frutto di questa "coerente deviazione" contiana è Paris Milonga (Rca, 1981). Così, nell'apertura affidata a "Alle prese con una verde Milonga" (uno dei suoi capolavori), tramite la lentezza sorniona, il declamato melodioso della voce di Conte (notevolmente abbassato di tono rispetto al "Gelato"), il bolero/blues/flamenco portato avanti da fattucchieri armonici, appare chiarissima una volontà di contaminazione sfibrante, obliqua ma perentoria. Lungo tutta l'opera, Conte distribuisce con dosato equilibrio i caratteri portanti del suo repertorio: toccanti ballate piano-voce ("Blue Haway", "Parigi", "Un'altra vita"), sketch swinganti con madrigalismi e contrappunti di chitarre da Carosello ("L'ultima donna"), vaudeville in versi liberi ("Via con me", "Madeleine"), piece da big band con forte apparato improvvisativo ("Boogie"), persino irresistibili neo-standard ("Pretend Pretend Pretend"). E' un album sapientemente jazzy, a dichiarare quasi un'urgenza dopo tante repressioni creative, che forse ha importanza tanto teorica (illustrare le possibilità della forma canzone all'alba del nuovo periodo creativo), quanto pratica: raramente Conte raggiungerà ancora queste vette di godibilità spicciola, e insieme il miglior punto di partenza per un sound filologicamente contiano.





[i]Alle prese con una verde milonga
il musicista si diverte e si estenua...
E mi avrai verde milonga che sei stata scritta per me
per la mia sensibilità per le mie scarpe lucidate
per il mio tempo per il mio gusto
per tutta la mia stanchezza e la mia mia guittezza.
Mi avrai verde milonga inquieta che mi strappi un sorriso
di tregua ad ogni accordo mentre mentre fai dannare le mie dita...
Io sono qui sono venuto a suonare sono venuto ad amare
e di nascosto a danzare...
e ammesso che la milonga fosse una canzone,
ebbene io, io l'ho svegliata e l'ho guidata a un ritmo più lento
così la milonga rivelava di se molto più,
molto più di quanto apparisse la sua origine d'Africa,
la sua eleganza di zebra, il suo essere di frontiera,
una verde frontiera ...
una verde frontiera tra il suonare e l'amare,
verde spettacolo in corsa da inseguire...
da inseguire sempre, da inseguire ancora,
fino ai laghi bianchi del silenzio fin che Athaualpa
o qualche altro Dio non ti dica descansate niño,
che continuo io... ah ...io sono qui,
sono venuto a suonare, sono venuto a danzare,
e di nascosto ad amare ..

Se riuscite, sezionate quanti innesti strumentali e cambi-ritmici ci sono in pochi minuti di canzone e ogni cambio è un cambio sensitivo. Non si sente? E allora c'è bisogno urgente di un otorino e di uno stimolatore di neurone. Ok, fine ot della tifosa.



[/b]Fuga all'inglese

Che ora fai? È un’ora inglese, si va
agguanta la mia mano e ce ne andiamo…
tanto di noi si può fare senza,
e chi vuoi
che noti mai la nostra assenza…
Ah, ragazza, tu sei bella
ogni giorno di più…
non farti prender dalla sonnolenza
C’interessa, no, questa conferenza
che tanto il tempo passa
anche sotto ai sofà…

Sì che il tempo passa sotto ai sofà,
nemico numero uno
degli aspirapolvere di tutta città,
è là che lui tiene la sua accademia
sotto lo sguardo vitreo
dei bicchieri di Boemia,
e intanto il Comune
cambia colore ai tramways
è che la gente poi ci prende confidenza…
sì, ma di noi si può fare senza…
da-da-da-da-da-da-da-da-da-da…

È tutto un grande addio,
un giorno Gondrand passerà,
te lo dico io,
col camion giallo porterà
via tutto quanto e poi più niente resterà
del nostro mondo…
da-da-da…

La fuga nella vita, chi lo sa…
…che non sia proprio lei
la quinta essenza…
sì, ma di noi si può fare senza…
Sì, tanto il tempo passa anche sotto ai sofà…

Paolo Conte
Album: Tournée Live


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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:18

Cantastorie ha scritto:Anticipazione ...


Dalla Biografia di Guccini...



...Incontrai Alfio della Equipe 84, che stava cercando un chitarrista cantante. Decisi di saltare il fosso. Per fortuna" [p. 35].
Con
Alfio ed altri musicisti, tra cui Victor Sogliani, mette su una band
chiamandola prima Marinos (dal nome di uno dei membri, il pianista
Marino Salardini) e poi Gatti.
Suonano tutta l'estate del 1961 alle terme di Sassuolo e nell'inverno vengono ingaggiati perfino in Svizzera......

......
Nella
sua maturazione musicale e artistica, al ritorno dal militare,
risultano decisive, come le chiama lo stesso Guccini, alcune "diete
musicali. Importante fu il Cantacronache di Fausto Amodei, Sergio Liberovici e Michele Straniero, che mi introdusse nel mondo delle canzoni popolari e anarchiche"
[p. 51].


Altri
luoghi frequentati in questi anni sono il Grande Italia, "un bar
storico della Modena di allora, dove passavano e sarebbero passati i Nomadi, l'Equipe 84 e tanti altri musicisti" [p.
54], e la Grondaia, un locale messo su da un amico dello stesso
Guccini. Alla Grondaia Francesco va spesso in compagnia di una ragazza
universitaria di nome Roberta, sua fidanzata e futura sposa.

------------------------------------------------------

Risulta
forse piu' chiaro perchè, PRIMA di incontrare F. Guccini in queste
pagine occorra fare una piccola parentesi su due Gruppi musicali
emiliani - modenesi che incrociarono la vena poetico-musicale di
Guccini esordiente..

Stesso discorso varrà per la PFM e i New Trolls che hanno avuto un ruolo non secondario nella discografia-suonata di De Andre'.

Per
completezza, gli Area, i Formula3 e le Orme rappresentano il mix di
esperimenti musicali italo-stranieri della prima metà degli anni
settanta.

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Tratto da qui


NOMADI


- La storia fino agli inizi anni '80

I Nomadi sono un gruppo musicale rock italiano fondato nel 1963 dal tastierista Beppe Carletti, dal cantante Augusto Daolio
e dal batterista Leonardo Manfredini
.La band, tuttora presente
sulla scena musicale, ha pubblicato un totale di 55 album tra dischi in
studio, dal vivo e raccolte varie lungo il corso dei suoi 46 anni di
storia, divenendo una delle principali realtà della musica italiana.
La musica e le idee
Il
messaggio che sin dagli inizi i Nomadi trasmettono è¨ di denuncia e
impegno sociale, mai troppo politicizzato. Questo messaggio è¨
trasportato in giro per l'Italia in maniera capillare, anche nei paesi
più piccoli, dato che i Nomadi sono sempre in viaggio, in un tour
quasi permanente - in questo sembrano nomadi. Contano in media 130
concerti l'anno, ma negli anni ottanta hanno raggiunto la cifra di 220
concerti in un anno.Il sound dei Nomadi è riconoscibile, semplice ed
efficace, anche se alcuni arrangiamenti dei vecchi dischi tendono ad
essere un po' ampollosi, come si usava negli anni
sessanta.Caratteristica dei loro concerti sono i messaggi, gli
striscioni e i regali mandati dal pubblico sul palco e letti tra una
canzone e l'altra, con un continuo scambio tra "popolo nomade" e il
gruppo stesso. Sempre segno di questo rapporto sono i cori che in
taluni casi possono esser ripresi durante il live anche 4-5 volte.
Storia del gruppo
Gli esordi (1961-1965)
Nel
1961 il tastierista Beppe Carletti fonda insieme al batterista Leonardo
Manfredini il gruppo musicale de "I Monelli". L'anno seguente Carletti
conosce Franco Midili, un chitarrista di Novellara che si unisce al
nucleo dei Monelli. Nello stesso periodo viene completato l'organico
con l'arrivo del sassofonista Gualberto Gelmini e del bassista Antonio
Campari.Nel 1963 Midili presenta a Beppe Carletti il cantante Augusto
Daolio che viene inserito subito come voce del gruppo.In quell'anno il
nome Monelli viene modificato in "I Sei Nomadi" per poi diventare
successivamente nel 1964 "I Nomadi", in seguito all'abbandono di
Gelmini e Campari e all'ingresso del bassista Gianni Coron e del
batterista Gabriele Coppellini.I Nomadi esordiscono in uno dei periodi
più fervidi del panorama musicale italiano, gli anni sessanta; in
quegli anni nascevano e scomparivano decine di gruppi, accomunati
dall'atmosfera del dopo-boom che scopriva un'Italia arricchita
economicamente, ma allo stesso tempo impoverita socialmente, nella
quale i giovani iniziavano a sentirsi strozzati da un sociale ancora
intriso di convenzioni antiquate.La prima formazione ufficiale del
gruppo è composta da Augusto Daolio (voce), Beppe Carletti (tastiere),
Franco Midili (chitarra), Leonardo Manfredini (batteria), Gualberto
Gelmini (sax), Antonio Campari (basso).Sempre nel 1963 i Nomadi vennero
scritturati dal Frankfurt Bar di Riccione. Dopo poche esibizioni Franco
Midili dovette lasciare il gruppo per adempiere al servizio di leva,
seguito poi nel 1964 da Manfredini che lasciò la band a causa della
scomparsa dei genitori.
I Nomadi di Augusto Daolio (1965-1992)
Nel
1965 i Nomadi pubblicano il loro primo 45 giri, contenente le canzoni
Donna, la prima donna (cover dell'omonimo brano di Dion & The
Belmonts, con testo di Mogol) e Giorni tristi (composta dai Nomadi, ma
firmata Mozzarini - Verona). La distribuzione del disco viene
effettuata a singhiozzo e limitatamente al solo nord Italia; il disco
vende pochissime copie, ma ciò non impedisce al complesso di entrare
nuovamente in sala d'incisione.Nel 1966 il gruppo riscuote il suo primo
successo con la traccia Come potete giudicar, cover di The Revolution
Kind di Sonny Bono e Cher, inno al beat, narrante di capelloni e
benpensanti. Sulla scia di questo successo, Odoardo "Dodo"
Veroli, produttore della band, affida il gruppo ad un giovane ed ancora
sconosciuto autore, Francesco Guccini, che avrebbe regalato al gruppo
alcuni dei maggiori successi della loro lunghissima carriera come Noi
non ci saremo Noi non ci saremo, Dio è morto, Per fare un uomo e
Canzone per un'amica. Dalla collaborazione con questo autore nasce
sempre in quello stesso anno il 45 giri Noi non ci saremo/Un riparo per
noi.Mogol presentò un giorno ai Nomadi un giovane Lucio Battisti,
chiedendo loro di incidere la canzone Non è Francesca, ma essi avevano
già deciso di rendersi interpreti di Guccini e non se ne fece nulla.
Frutto
della collaborazione con Guccini è anche il primo LP del gruppo,
pubblicato nel 1967 con titolo Per quando noi non ci saremo.
All'interno del disco è la traccia Dio è morto quella che più desta
scalpore. Subito censurato dalla RAI per i suoi contenuti, il brano
viene tranquillamente trasmesso da Radio Vaticana che ne capisce il
senso e ne autorizza la riproduzione.
Nello stesso anno esce
anche il 45 giri Un figlio dei fiori non pensa al domani.E' del 1968 il
45 giri intitolato Ho difeso il mio amore (cover di Nights in White
Satin dei Moody Blues, precedentemente realizzata dai Profeti),
contenente sul retro il brano scritto da Guccini In morte di S.F. che
sarebbe stato successivamente intitolato Canzone per un'amica.
I Nomadi pubblicano anche il 45 giri Il nome di lei, contenente sul retro Per quando è tardi, e l'LP I Nomadi, disco che raccoglie i brani proposti sui precedenti 45 giri, alcune cover e nuove composizioni di Guccini.Nel
1969 Bila Coppellini abbandona il gruppo per dedicarsi alla fotografia
e viene sostituito da Paolo Lancellotti. L'anno seguente (1970) anche
Gianni Coron abbandona la band, venendo rimpiazzato da Umberto Maggi.
Nello stesso anno escono il 45 giri Io Non Sono Io, contenente sul
retro Un pugno di sabbia, brano che al concorso Disco per l'estate
porta i Nomadi fino alla finalissima e al quarto posto finale, e il 45
giri Ala Bianca contenente sul retro la traccia Mille e una sera,
divenuta subito una canzone popolarissima essendo la sigla dell'omonima
trasmissione televisiva in onda il sabato sera sul Secondo Programma,
dedicata ai cartoni animati di tutto il mondo.Il 1971 è l'anno della
prima partecipazione del gruppo al Festival di Sanremo insieme a Mal
con il brano Non dimenticarti di me abbinato al retro Tutto passa.
Sempre nel 1971 vengono pubblicati i 45 giri So che mi perdonerai
(finalista a Un disco per l'estate) e Suoni, il 33 giri Mille e una
sera e la musicassetta So che mi perdonerai, riepilogativi degli ultimi
tre anni di attività .Nel 1972 Franco Midili lascia i Nomadi e viene
temporaneamente sostituito da Amos Amaranti, musicista che rimane nel
gruppo per appena nove mesi, ma in tempo per godere del successo del 45
giri Io vagabondo (finalista a Un disco per l'estate 1972), che vende
un milione di copie. Al successo del singolo si accompagna la
pubblicazione della raccolta Io vagabondo, ancora una volta edita solo
su musicassetta, e il 45 giri Quanti Anni Ho? contenente sul retro il
brano Oceano.Nel 1973 Franco Midili ritorna nei Nomadi mentre Augusto
Daolio si dedica ad una fugace esperienza solista, sulla falsariga di
Beppe Carletti che l' anno prima aveva realizzato il singolo 20.000
leghe sotto lo pseudonimo di Capitan Nemo, cantando Una ragazza come
tante, brano facente parte della colonna sonora del film La ragazza di
via Condotti. Nello stesso periodo i Nomadi partono per un viaggio
negli Stati Uniti d'America dove tengono sei concerti a Boston,
Filadelfia, New York e Albany. Successivamente il gruppo partecipa a Un
disco per l'estate 1973 con Un giorno insieme, 45 giri comprendente sul
lato B l'inedita Crescerai, e l'omonimo 33 giri contenente brani
celebri come Stagioni (cover di Seasons di Elton John) e Abbi cura di
te. Sempre nel corso del 1973 la EMI pubblica il 33 giri I Nomadi
cantano Guccini come summa dei pezzi di Francesco Guccini fino ad
allora incisi dai Nomadi. Il 45 giri Mamma giustizia è colonna sonora
del film No, il caso è felicemente risolto mentre l'ultimo 45 giri per
quell'anno, Voglio ridere, sigla di coda del famosissimo quiz
televisivo Rischiatutto condotto da Mike Bongiorno, presenta sul retro
il brano Ieri sera sognavo di te.Nel 1974 Franco Midili abbandona
definitivamente i Nomadi; al suo posto viene contattato l'irlandese
Christopher Patrick Dennis, chitarrista e violinista. Francesco
Guccini, ormai diventato famoso come cantautore, è omaggiato dalla band
con il nuovo album I Nomadi interpretano Guccini, realizzato in
versione quadrifonica in Inghilterra; la raccolta Canzoni d'oltremanica
e d'oltreoceano contenente tutte le cover interpretate dai Nomadi a
partir dagli anni sessanta e la musicassetta Tutto a posto comprendente
tre inediti vanno a completare le pubblicazioni di quell'anno.

Con il singolo Tutto a posto, i Nomadi partecipano a Un disco per
l'estate 1974, ottenendo un buon piazzamento nella serata finale di
Saint Vincent.Il 1975 vede l'uscita dell'album Gordon, primo disco a
non contenere cover, ma solamente brani inediti che la critica
considererà psichedelico. Tra i brani compaiono Il destino, Immagini e
l'omonima Gordon. A Roma dove si trovano per una trasmissione
radiofonica ai Nomadi viene rubato il camion con la strumentazione
tanto che in alcuni concerti successivi gli strumenti usati per le
esibizioni dal vivo sono presi a noleggio. Per il sesto anno
consecutivo, sono a Saint Vincent, finalisti della manifestazione Un
disco per l'estate con Senza discutere.Nel 1977 i Nomadi decidono di
dar spazio a nuovi autori, perlopiù giovani e sconosciuti; esce l'album
Noi ci saremo, diviso in due parti parallele: La foresta, in
riferimento alla società , e L'albero, in riferimento all'uomo come
individuo.È invece del 1978 l'album Naracauli, sei canzoni blues-rock.
Tra le tracce è da ricordare, oltre a Naracauli, l'appassionante e
terribile Joe Mitraglia.

Nel 1979 in seguito ad un nuovo
incontro con Francesco Guccini e sull'onda dell'analoga esperienza tra
Premiata Forneria Marconi e Fabrizio De Andrè, esce l'album live Album
concerto cui avrebbe dovuto far seguito un tour vero e proprio. A causa
di alcuni dissapori con l'entourage del cantautore il progetto naufraga
e le date utilizzate per la registrazione del live restano così un
unicum nelle carriere di Nomadi e Guccini.

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Tratto da qui

Equipe 84

il complesso senza complessi: un breve riassunto della loro attività, dagli inizi della carriera fino ad oggi.

Modena, primi anni 60.


Tra
la ripresa economica (che dava la possibilità ai ragazzini di farsi
comprare uno strumento dai genitori) e nuovi generi musicali importati
dall'America e dall'Inghilterra (da scopiazzare e tradurre alla meglio)
era facile agli inizi del '60 mettere su un complesso, per divertirsi,
girare le balere e i locali della propria zona, conoscere nuove ragazze
e scimmiottare i propri idoli. Modena e dintorni avrà da li a poco la
possibilità di vantarsi di una generazione di ragazzi che faranno
parlare di loro negli anni a venire: iniziano infatti a girare fra le
balere e i locali i 6 nomadi (ovvero i futuri Nomadi), i Giovani leoni
(nome preso in prestito da una pellicola di quegli anni, con Marlon
Brando) i Marinos, Paolo e i Gatti, i Gatti (e fra questi gruppi ci sono i futuri quattro membri dell'Equipe 84 e Francesco Guccini).

Come
accadeva solitamente all'epoca, la formazione cambiava spesso: chi
abbandonava per gli studi, chi per lavoro e chi partiva per il
militare...dopo vari cambi si arrivò nel 1963 alla formazione
definitiva. Il gruppo (Maurizio Vandelli, Victor Maria Sogliani, Alfio
Cantarella e Franco Ceccarelli) è guidato da Pier Farri (in precedenza
aveva suonato con Sogliani in un gruppo, Gli Hurricanes) che diventa il
produttore artistico (da considerare a tutti gli effetti il quinto
elemento del gruppo); sarà lui a scegliere molte canzoni straniere da
trasporre in italiano, registrandole su nastro da radio Lussemburgo, e
prendere altre importanti decisioni per il complesso. Il nome Equipe 84
è stato coniato traendo spunto dal disco di un artista,tale EQUIPE
TAHITIENNE, che capitò nelle mani del gruppo in quel periodo. Dopo vari
tentativi di aggiunta di un aggettivo alla parola Equipe (Equipe
Fantastica, Equipe di Modena) venne fuori l'84. Molti scrissero che era
la somma dei loro anni (che invece era 85), ma in realtà, stando alle
scherzose parole di Vandelli, si trattava di un modo per farsi
contattare dalla Stock 84 per un carosello.

Dopo mesi di prove
(vicino all'autodromo di Modena, in una fredda e buia cantina) e
concerti, presso le balere e i locali dell'epoca, arriva il loro
debutto discografico. Il gruppo si affaccia timidamente sulla scena
musicale italiana con un 45 giri: "Canarino va" e "Liberi di amare",
per l'etichetta Caravel, disco distribuito per lo più allo stadio
(Canarino va è una canzone dedicata alla squadra del Modena Calcio),
stampato in un migliaio di copie.

Qui parte la storia discografica del complesso: dal
64 al 67 la maggior parte dei brani saranno canzoni di gruppi o artisti
stranieri, italianizzate; altre volte (dal 67 al 72) saranno firmati da giovani artisti e compositori (dapprima Mogol, Battisti, Guccini, poi Baldan Bembo, Totaro, Dalla, Conte...).
Ci
metterà un pò Vandelli a tirare fuori il genio creativo e a comporre da
solo le proprie canzoni, inizierà con alcuni brani di Stereoequipe, e
saranno fra i più sperimentali e audaci del gruppo, oltre a comporre
ballate d'amore melodiche molto efficaci, da solo o a quattro mani con
altri compositori.

Il periodo Vedette


Sogliani
parte per il militare e Romano Morandi (in futuro sarà Romano VIII e
registrerà alcuni discreti singoli agli inizi degli anni 70) prende il
suo posto come bassista e incide (ora sotto etichetta Vedette) il
secondo e terzo singolo, fino al ritorno di Victor.

Tra il 64 e
il 66 registrano sei 45 giri (per la Vedette) che andranno quasi tutti
a formare il primo 33 giri omonimo del gruppo, più altri 2 postumi al
33 che segneranno la fine del contratto fra il complesso e la casa
discografica. I motivi di questa separazione possono essere una scarsa
vendita degli ultimi 45 giri e divergenze di opinioni con i produttori.
In questi 2 anni l'Equipe 84 si impone discretamente sul mercato e si
fa conoscere da tutti i ragazzi italiani. Un buon risultato che andrà a
migliorare con gli anni a venire.

La fine dei rapporti con la
Vedette difatti si rivelerà molto fortunata; firmano un contratto con
la Ricordi, una delle case discografiche più importanti dell'epoca.
Arriveranno successo, fama e denaro.

Da sottolineare le due
importanti partecipazioni a gare canore dell'epoca; partecipano infatti
al Festival di Napoli con "Notte senza fine" (1965) e con "Un giorno tu
mi cercherai" il complesso partecipa al Festival di Sanremo del 1966 in
coppia con i Renegades.

Il periodo Ricordi

Dal
66 al 72 rimarranno legati alla ricordi e realizzeranno molti singoli
(con ottimi riscontri di vendita) e quattro 33 giri, ma non tarderanno
liti interne e cambi di formazione. Ma facciamo un passo per volta.

Il primo disco targato Ricordi (nel 1966) è "Io ho in mente te" (preceduto
da 2 singoli, che saranno fra i più acquistati dell'anno ovvero "Bang
Bang" e "Io ho in mente te") che otterrà un consenso favorevole dal
pubblico (e verrà ristampato a più riprese); segue a ruota (1968)
Stereoequipe che conterrà i quattro singoli campioni di vendita usciti
fra il 67 e il 68 più alcuni inediti. Questo disco è realizzato con la collaborazione di Battisti e Mogol (autori di 3 canzoni) e
Vandelli inizia a comporre qualche brano, oltre che a suonare il sitar
in alcuni canzoni (uno dei primi dischi italiani dove veniva suonato
questo strumento).

Stereoequipe, nonostante i singoli che
l'hanno preceduto non avrà un grande successo, forse per il fatto che
solo 4 canzoni sono inedite. questo va a incrementare la valutazione
odierna del disco. Il disco è un piccolo capolavoro di psichedelia
orchestrale, ricco di strumenti indiani, di suoni artefatti e puramente
lisergici, il tutto registrato in un avveniristico 8 piste...cosa che
non a tutti all'epoca era possibile usare; é un peccato che sia uscito
troppo tardi (un anno dopo i primi singoli di questo 33 giri,
praticamente alla fine del 68; avrebbe sicuramente riscosso ancor più
successo prima). Il disco comunque rimane indiscutibilmente un
capolavoro di quegli anni (anche se formato quasi per intero da
singoli, le canzoni sono attaccate un all'altra con inserimenti di
parti orchestrali scritte da Maurizio)... pochi gruppi riusciranno a
realizzare in quel periodo un opera tanto complessa e tanto
affascinante.

Il complesso apre a Milano un negozio di abiti;
tutti i capi sono firmati Equipe. Seguiranno altri 18 "EQUIPE BAZAR" in
tutta Italia.

Iniziano i primi problemi all'interno del gruppo.
Vandelli utilizza sempre di più musicisti esterni (Franz di Cioccio,
secondo una sua intervista rilasciata tempo fa, afferma che avrebbe
suonato la batteria in "Tutta mia la città") e non ha buoni rapporti
con l'altro chitarrista, Franco.

Nel febbraio del 1970
ci fu l'arresto del batterista Alfio; venne trovato dai carabinieri
nella sua casa un piccolo quantitativo d'hashish e venne carcerato per
tre mesi. Uscito da San Vittore verrà chiamato dalla Ricordi per la
risoluzione del contratto. Era impossibile per l'epoca (in Italia,
logicamente...) avere sotto contratto una persona che aveva avuto
problemi con la giustizia.

........................................................................
Seguono alcuni video-canzoni....

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"L'arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi". Steven Biko: 



L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù. Gino Strada

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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:20

Cantastorie ha scritto:In spoiler alcuni video-canzoni dei Nomadi-Guccini..
Spoiler:

In spoiler alcuni video-canzoni dell'Equipe 84

Spoiler:








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Re: Cantautori & Cantastori (Puntate Precedenti)

Messaggio Da anna il Lun 10 Ott - 13:22

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