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Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto.

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Messaggio Da anna Dom 3 Apr - 12:18

anche questa in fondo è una storia di poco conto, Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 2 30341 almeno per chi ci amministra, ma ha a che fare con la nostra realtà

Gli assistenti educativi messi a dieta dal Comune

Ore 11.36 minuti di mercoledì 30 marzo. Il mio telefono segnala un nuovo messaggio, che dice : “Da oggi noi assistenti educativi culturali non possiamo più mangiare a scuola neanche portandoci il pranzo. Cosa dico a Diletta quando la porto a tavola?”. Leggo e rileggo. E penso: ma che dice l’Aec di Diletta? Decido di chiamare, ma non faccio in tempo. Sono già dentro il municipio per uno dei miei soliti impegni giornalieri (quelli che di fatto mi rendono dipendente ad interim della pubblica amministrazione. Dipendente a tempo indeterminato, ma a costo zero. Non mi pagano, ma garantiscono che neanche altri datori di lavoro possano farlo perché mi impegnano quotidianamente!). Cambio corridoio e chiedo meglio. Le prime conferme.

Cambio municipio e vado in un altro. E inizio a voler capire chi è lo scienziato che durante una notte insonne, per una cena indigesta, ha deciso di mettere a dieta gli Aec e non se stesso. Leggo un foglio di sottecchi che viene sfilato e velocemente allontanato dalle mie mani. E’ una circolare della metà di marzo: dice che, poiché gli Aec sono dipendenti di cooperative e i loro rapporti di lavoro sono regolati dalle singole norme contrattuali, non possono usufruire del pasto gratuito. Fin qui ho anche pensato ci fosse qualcosa di sensato. In fondo perché il comune dovrebbe pagare il pasto a personale pagato da una cooperativa ?

Sorge il tipico, lapalissiano paradosso all’italiana: non possono essere introdotti pasti all’interno della scuola. L’Aec non può allontanarsi dall’alunno ove questo necessiti dell’assistenza al pasto. Di solito, se necessita dell’assistenza al pasto, necessita anche della presenza dell’Aec nelle ore precedenti e successive. Diciamo quindi che non può uscire dalle 12 alle 14 circa. Bene, può pranzare alle 11 o alle 15. Sarà un po’ equiparato a un lattante o rischierà l’abbuffata, ma ci posso ancora stare.

Ciò che mi sconcerta è invece l’aspetto riabilitativo. Per gli alunni (tutti) la mensa è (se preferite, dovrebbe essere) un momento educativo (alimentare, didattico, di relazione, di regola, di rispetto civile ecc). Per l’alunno disabile, specie nella pluridisabilità, spesso si prevede l’ingresso a mensa poco prima o molto dopo l’ingresso generale . Ciò tende a temperare l’impatto con la confusione che può causare momento di stress su certi disturbi legati a talune patologie. Il pasto consumato con l’Aec porta stimolo all’autonomia, scambio alla pari, psicologicamente si va insieme a mangiare non si riceve il pasto attraverso la manovra tecnica dell’ assistente che imbocca.

Parliamo di 3 euro a pasto. Le cooperative in tempo reale hanno detto che sono disponibili a pagare. E ove questo è stato fatto (telefonicamente, per ora) è stato risposto che prima si deve attivare la convenzione/procedura/burocrazia. E intanto? E intanto a mia figlia ho fatto dire che l’Aec è a dieta. Per non mortificarla nel ricevere il pasto come si fa quando si porge la ciotola al nostro amato fido.

Poi ho fatto due conti e mi sono chiesta : i poteri internazionali sfoderano cene e banchetti da sogno a costi da superenalotto per decidere come cambiare le regole del mondo. Questi pesanti 3 euro per ogni Aec non potevano essere gestiti diversamente con soluzioni più umane? Si poteva ad esempio comunicare alle cooperative di dover provvedere entro i canonici 30 giorni a stipulare apposita convenzione, si potevano stampare dei buoni mensa e metterli a disposizione degli Aec. Però, poi, ho riflettuto e ho capito : così facendo saremmo stati cittadini europei. Noi invece siamo “solo” italiani.

Vi prometto, se avrete voglia e piacere di seguire questa avventura, che vi terrò aggiornati. Nella speranza di poter dire qualcosa di più civile. Intanto un dato è certo: avremo gli Aec più magri, pronti per l’estate !

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/01/gli-assistenti-educativi-messi-a-dieta-dal-comune/101498/

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Messaggio Da Lucy Gordon Lun 11 Apr - 12:27

Alla visita di leva Giuffrida dichiarò ai medici di Augusta di essere omosessuale. L'ospedale militare informò la Motorizzazione civile che il giovane non era in possesso dei "requisiti psicofisici richiesti" e la patente di guida fu sospesa in attesa di una revisione all'idoneità. Giuffrida fu costretto anche a ripetere l'esame di guida. Lo superò, ma per vedersi riconosciuta una patente valida per un solo anno invece dei dieci previsti. La motivazione rimase la stessa. Tramite l'avvocato Giuseppe Lipera, il ragazzo presentò quindi ricorso al Tar di Catania che sospese il provvedimento osservando che l'omosessualità "non può considerarsi una malattia psichica.

Viva l' itaglia!!!!



CATANIA - Era stato privato della patente perché gay. La notizia aveva fatto il giro del mondo 1 e del caso si era occupata anche la Bbc. A distanza di quasi dieci anni, i ministeri della Difesa e dei Trasporti sono stati condannati in secondo grado a versare 20mila euro come risarcimento danni a Danilo Giuffrida, oggi ventottenne, nei cui confronti fu avviato l'iter di sospensione della patente di guida dopo che alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale. Lo ha deciso la Corte d'appello civile di Catania che ha confermato la sentenza di primo grado emessa nel luglio del 2008, ma ha ridotto di 80mila euro l'indennizzo inizialmente fissato in 100mila euro dal presidente della V sezione civile del Tribunale di Catania, Ezio Cannata Baratta.

Nelle motivazioni della prima sentenza il giudice scrisse: "I comportamenti tenuti dalle due amministrazioni appaiono in evidente discriminazione sessuale del Giuffrida e in evidente dispregio dei principi costituzionali. I comportamenti dei due ministeri hanno cagionato grave danno e sofferenza per l’umiliante discriminazione subita". Quindi, "il comportamento delle due amministrazioni ha gravemente offeso ed oltraggiato la personalità del Giuffrida in uno dei suoi aspetti più sensibili e ha indotto in lui un grave sentimento di sfiducia nei confronti dello Stato". Giuffrida aveva accolto la sentenza definendola "un passo avanti per i diritti civili".

Alla visita di leva Giuffrida dichiarò ai medici di Augusta di essere omosessuale. L'ospedale militare informò la Motorizzazione civile che il giovane non era in possesso dei "requisiti psicofisici richiesti" e la patente di guida fu sospesa in attesa di una revisione all'idoneità. Giuffrida fu costretto anche a ripetere l'esame di guida. Lo superò, ma per vedersi riconosciuta una patente valida per un solo anno invece dei dieci previsti. La motivazione rimase la stessa. Tramite l'avvocato Giuseppe Lipera, il ragazzo presentò quindi ricorso al Tar di Catania che sospese il provvedimento osservando che l'omosessualità "non può considerarsi una malattia psichica 2".

"L'omosessualità - si leggeva nell'ordinanza della terza sezione del Tar - non può essere considerata un fatto che fa sorgere subbi sull' idoneità psico-fisica del titolare della patente di guida". "E' evidente - scrissero i giudici - che le preferenze sessuali non influiscono in alcun modo sulla capacità del soggetto di condurre con sicurezza veicoli a motori" e inoltre "non può considerarsi una vera e propria malattia psichica, essendo per l'appunto una mero disturbo della personalità" tanto da "giustificare l'esonero dal servizio di leva" ma "non certo l'adozione di ulteriori misure 'sfavorevoli'".

Contro la decisione di ridurre a 20mila il risarcimento del danno, il legale di Danilo Giuffrida, l'avvocato Giuseppe Lipera, ha presentato ora ricorso in Cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza di secondo grado, con rinvio a altra Corte d'appello per "omessa motivazione, illogicità e erroneità nella quantificazione del danno morale". Il penalista ha spiegato: "E' stata una follia che i gusti sessuali di una persona siano stati fatti pesare sulla capacità di guida delle vetture. E' stato veramente un genio al contrario il soggetto che aveva iniziato il procedimento a carico del mio assistito". Inizialmente la richiesta di Giuffrida era stata di 500mila euro.
(10 aprile 2011)


http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/10/news/catania_gay-14748810/
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Messaggio Da anna Lun 11 Apr - 13:30

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/italia-piu-cocaina-per-tutti/2148691

Italia, più cocaina per tutti
Politici. Manager. Medici. Giudici. Piloti. Preti. Con prenotazioni on line.
E taxisti che fanno il doppio lavoro, trasformandosi in corrieri a domicilio della polvere bianca.
Indagine su un Paese che vince lo stress sniffando


Signor giudice, prego". E lui s'è ritrovato seduto lì, in mezzo ai ragazzini beccati con la cocaina in discoteca: "Mi chiamo Luigi. La uso da sei anni. Ma non fraintendete, solo così, per vincere lo stress. Sono un po' stanco, con il lavoro che faccio...". Ha 55 anni e, dentro la toga, tutto avrebbe immaginato tranne che sniffare fosse una condanna senza appello. Tirava in bagno. Un'abitudine, un piccolo segreto diventato enorme. L'illusione di stare meglio, di non fare fatica. Fino a qualche settimana fa, quando il suo pusher ha smesso di rispondere al cellulare: staccato. Un giorno, due giorni, poi Luigi ha sentito un dolore dritto nello stomaco. E s'è trovato in un bagno di sudore mentre tirava pugni contro il muro. "Mi sono spaventato a morte. Al mattino ho chiamato un taxi e gli ho dato l'indirizzo". Milano, via Bolzano 26. � la sede di Saman, una delle maggiori associazioni no profit per il recupero dei tossicodipendenti. E a guardarsi intorno, qui, c'è lo spaccato di un'Italia. Quella che sniffa sempre di più. Dal Parlamento fino alla sala operatoria.

Gli esperti l'hanno battezzata "cocaina prêt-à-porter". E' la nuova piaga silenziosa che si sta divorando il Paese. Sta fuori dalle statistiche ufficiali. E questo perché non ha niente a che fare con i vecchi tossici sfatti, con le braccia blu per i buchi. Al centro di recupero ormai sfilano gli insospettabili: manager, piloti, chirurghi, autisti di bus, chef, assessori e parlamentari, preti e architetti in crisi di idee. Gente che in teoria ha tutto. Laurea, curriculum, soldi e felicità. Ma che senza sniffare non ha più nulla. Non cercano la nottata folle da teenager. Per loro ogni giorno è sabato sera. Lavorano, e per lavorare a ritmi sempre più frenetici devono avere in tasca la pallina di coca. E farsela come se fosse la vitamina C: "Ti dà forza, infonde coraggio, ti fa sentire un leone. Si comincia così, poi non smetti più", racconta Luigi. Basta una riga sul piatto scaldato al microonde, magari assieme al cappuccino, e tutto torna a posto. Entri in ufficio e sorridi, ti disegni il tuo grattacielo, operi tre pazienti in un giorno o leggi mille pagine di scartoffie giuridiche e cucini per 300 persone.

L'ultimo a finire in prima pagina sui giornali si chiama Vincenzo. � un ginecologo di Napoli che, in nove mesi, giusto il tempo di una gravidanza, ha pagato il pusher mille volte. Senza coca non se la sentiva nemmeno di operare: "Sto per fare un cesareo. Allora?", protestava: "Ehi, è passata più di mezzora... come te lo devo spiegare, io non posso stare fermo".

Quando suo padre, un luminare della fecondazione assistita, s'è visto piombare in casa lo spacciatore, ha capito tutto. Ma quello, come se niente fosse, ha chiamato in ospedale: "Dottò, forse è successo un problemino con vostro padre?". Il problemino è che così fan tutti. Perché come il ginecologo Vincenzo e il giudice Luigi ce n'è a migliaia.

Il fenomeno dilaga da quando i cartelli sudamericani del grande narcotraffico hanno abbassato i prezzi e inondato l'Europa con la "bamba" a basso costo. Arriva in nave e in aereo. Nella pancia dei "muli" pagati pochi spiccioli, o nella stiva dei cargo. Quando sbarca a Milano da un chilo ne hanno fatti cinque. E il prezzo scende. Eppure fino a oggi non se ne parlava. Sono serviti anni, anni in cui la coca ha "dormito" dentro di loro, prima che qualcuno se ne accorgesse.

Da qualche tempo succede. Fra ospedali, centri di recupero, Asl, questure: "I casi come questo si stanno moltiplicando", racconta Achille Saletti, fondatore di Saman: "Gente che non c'entra nulla con i tossici che si buttano sulla cocaina per strafare. Né con i ragazzi in cerca di emozioni forti. Sei o sette anni fa hanno cominciato a farsi di coca per trovare le forze e l'entusiasmo di affrontare la giornata. Età media fra i 35 e i 50, più maschi che femmine. Formazione medio-alta. Sanno che la cocaina non dà dipendenza fisica, per cui sono convinti di tenere la propria vita sotto controllo". Una convinzione che cresce frai medici, tantissimi, che sniffano: "Lì si aggiunge la facilità nel reperire le sostanze, la conoscenza scientifica, un generale senso di controllo della situazione. Ora, passato il periodo finestra, i problemi arrivano".

I protagonisti non sembrerebbero persone ai margini, le storie e quello che c'è intorno secondo me si, è una di quelle realtà che si fa finta di non vedere o sapere Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 2 197349

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Messaggio Da Lucy Gordon Ven 15 Apr - 10:08

Ce l'hanno fatta i signori della guerra hanno ucciso Vittorio.


per il bastardo che sta sempre al sole
per il vigliacco che nasconde il cuore
per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del dolore






Vittorio Arrigoni arriva a Gaza nell’Agosto del 2008, come inviato de “Il Manifesto”, ed arriva per raccontare il dramma che vivono i palestinesi della striscia di Gaza. Alla fine del 2008, durante l’operazione israeliana “Piombo Fuso”, una orrenda operazione militare che causerà la morte di migliaia di persone,Vittorio Arrigoni riesce a documentare a tutto il mondo il dramma di quei giorni. Riesce a farlo con dei memorabili reportage inviati dai pochi internet point in funzione durante quelle giornate tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Un capodanno che Vittorio Arrigoni non dimenticherà mai. L’operazione militare “Piombo Fuso” è stata successivamente condannata dalle Nazioni Unite (vedi il rapporto Goldstone) come crimine contro l’umanità.

Non è facile riuscire a parlare con Vittorio. I continui attacchi israeliani e le continue difficoltà di spostamento rendono difficile un contatto. Ma siamo riusciti a metterci in contatto con lui, e con estrema lucidità ci ha raccontato le ultime notizie provenienti da Gaza:

“Gli attacchi israeliani ci sono quotidianamente, sempre contro i civili della striscia di Gaza. Ci sono ogni giorno alcuni adolescenti che raccolgono al confine materiale riciclabile e sono sempre bersaglio dei cecchini. Ormai sono 4 anni che Israele impedisce l’ingresso di materiali edili per la ricostruzione. Manca il cemento,manca il ferro, manca il vetro. Per cui questi ragazzi si recano spesso al confine, a Nord, dove ci sono molti edifici distrutti dopo “Piombo Fuso”, e cercano di riciclare quello che possono. E questi ragazzi sono sempre le vittime rituali dei cecchini israeliani. Vi è stata un escalation nelle ultime settimane. Vi è stato un rapporto di ben 21 organizzazioni che operano qui a Gaza per il rispetto dei diritti umani, tra cui Amnesty International e Save The Children, che hanno messo in luce una cosa importante. Lo scorso 20 Giugno Israele aveva dichiarato che l’assedio era stato “allentato”, ma secondo quanto denunciano le organizzazioni, si è trattato solo di un operazione ipotetica e di facciata.

Nei negozi di Gaza possiamo trovare 5 tipi di bibite israeliane, 3 tipi di patatine , mentre negli ospedali mancano le attrezzature mediche. Una lista stilata da alcune organizzazioni documenta come manchino 130 tipi di farmaci e di attrezzature mediche. A Gaza non si può fare la dialisi, non si può fare la chemioterapia, mancano le valvole cardiache. Il tanto ventilato “allentamento” dell’assedio a Gaza non è avvenuto. Per i progetti delle Nazioni Unite per la ricostruzione degli oltre 50.000 edifici danneggiati durante l’operazione militare “Piombo Fuso” era necessario l’invio di 670.000 camion per iniziare il progetto della ricostruzione. Di questi 670.000 ne sono entrati solo 700. Parliamo quindi solo dell’ 1% . Si tratta di progetti di ricostruzione certificati dalle “Nazioni Unite”. A Gaza, anche se hai i documenti in regola, con passaporti e visti, è molto difficile lasciare la regione. Per 500 malati curabili, l’assedio alla striscia di Gaza ha rappresentato una vera condanna a morte. Pur avendo avuto la disponibilità ad essere ospitati da altre strutture ospedaliere, come quella di Ramallah, non hanno avuto il permesso israeliano per uscire e sono deceduti. Anche io ho conosciuto personalmente un ragazzo che aveva sua madre ricoverata in gravi condizioni. Non avendo potuto lasciare Gaza, sua madre è deceduta, pur sapendo che sua madre poteva essere curata a solo poche decine di chilometri di distanza. Senza dare la possibilità di far entrare ed uscire merci e persone, è chiaro che questo significa l’intero collasso dell’economia interna. Il 93% dell’industria ha dovuto chiudere, ed ora il 70% della popolazione di Gaza è disoccupata. I dati Unicef dicono che il 98% della popolazione vive solo di aiuti umanitari. Vi è un economia di sussistenza, legata prevalentemente alla pesca. Anche su questo, vi è da dire che i pescherecci di Gaza non possono andare oltre le 3 miglia dalla costa. Quando ci provano, perché devono farlo, perché le acque vicino alla costa sono povere di pesce, finiscono sotto il tiro della marina israeliana. Recentemente anche la croce rossa internazionale ha definito illegale l’assedio a Gaza. L’art. 33 della IV convenzione di Ginevra condanna le punizioni collettive. Ed i pescatori subiscono ogni giorno punizioni collettive da parte degli israeliani. I pescatori non possono andare a pescare nel loro mare, ed i contadini non possono andare a coltivare le loro terre. Sempre secondo le Nazioni Unite, dopo Piombo Fuso, il 35 % dei terreni coltivabili di Gaza non sono più accessibili ai contadini perché sotto il tiro dei cecchini israeliani. Dal 20 Giugno sono stati documentati ben 59 casi di agguati di militari israeliani a civili palestinesi. Questa è la realtà che a Gaza si vive ogni giorno”.

Dopo la tragedia della “Freedom Flotilla” è cresciuto l’isolamento internazionale di Israele. Quanto potrà durare ancora secondo te , in queste condizioni, l’assedio a Gaza?

“Il massacro della Freedom Flotilla ha scosso l’opinione pubblica più di Piombo Fuso. La morte di 9 attivisti è riuscita a fare molto di più del massacro di 1.300 bambini. Questo ci fa capire che ci sono morti di serie A e morti di serie Z.

I caduti della Mavi Marmara hanno cambiato molte cose. L’Egitto, per esempio, ha ceduto su alcune cose, come riaprire subito il valico di Rafah. Per molti palestinesi questo ha rappresentato una speranza. Qualcuno di loro è riuscito ad uscire, a ricongiungersi con i familiari sparsi per il mondo. Per la fine dell’assedio, bisognerebbe avere fiducia nella campagna di boicottaggio verso Israele. Non dimentichiamo che negli anni ’80 Nelson Mandela veniva definito come un terrorista da capi di stato importanti, come Margaret Thatcher. Eppure Nelson Mandela ha continuato a combattere contro l’Apartheid, anche con il boicottaggio. E qui a Gaza la campagna di boicottaggio ha avuto effetti migliori in 5 anni di quanti non ne abbia avuti in 20 anni l’African National Congress. L’illegalità dell’assedio a Gaza è stata percepita anche dal principale sindacato inglese, che rappresenta 6.000.000 di lavoratori, che ha iniziato una sensibile campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani. Dopo “Piombo Fuso “ i governi di Svezia e Danimarca hanno iniziato a convincere le loro industrie a non investire in Israele, riconosciuto come stato responsabile di crimini di guerra e violatore dei diritti umani. Anche molte rockstar si sono rifiutate di tenere concerti in Israele, come hanno fatto Santana e gli U2 di Bono Vox”.

Durante “Piombo Fuso” sono state usate armi al fosforo. Che notizie hai in merito?

“Durante Piombo Fuso sono stato personalmente testimone oculare di fosforo bianco usato contro i civili e contro gli ospedali, alcuni dei quali dati alle fiamme usando proprio il fosforo bianco. Anche a Jabalia sono stato testimone dell’uso del fosforo bianco. Durante i bombardamenti non sapevamo, né io né chi era con me, cosa ci stavano tirando addosso. E’ chiaro che nel vedere le assurde ferite che provocava ai civili, era evidente che gli israeliani stavano usando armi non convenzionali. Vi è anche un problema che riguarda i terreni. Essendo Gaza sotto assedio, Israele proibisce l’ingresso di esperti per analizzare la contaminazione dei terreni e delle falde acquifere. Per questo motivo anche i controlli che si devono fare sono molto approssimativi, dato che anche i laboratori scientifici sono inutilizzabili da 4 anni. Questo è un fatto gravissimo che va denunciato. Pochi giorni fa ho incontrato una delegazione di medici turchi che vorrebbero fare chiarezza sui molteplici casi di cancro e di nascite di bambini deformi che si stanno verificando nelle zone bombardate. E’ la stessa identica cosa che è successa a Falluja in Iraq”.

Tu sei stato uno dei pochi che è riuscito a raccontare con coraggio l’operazione “Piombo Fuso”, vivendo in prima persona quei drammatici giorni. Che ricordo ne hai oggi?

“Le ferite sono ancora aperte. Ogni giorno puoi vedere sempre tutte le 50.000 abitazioni ancora distrutte. Le sofferenze e le cicatrici le vedi ogni giorno negli occhi della gente, soprattutto quelle dei bambini. Ricordo che a Gaza city su 1.500.000 di abitanti ci sono 800.000 bambini. I drammi psicologici, soprattutto per loro, sono stati grandissimi. Molti di loro soffrono di patologie psichiatriche. Non è facile per loro vedere tutto quello che hanno visto. Non è stato facile per loro vedere tutti quei corpi letteralmente macellati e a pezzi. I miei ricordi, insieme a quelli dell’International Solidarity Movement , sono sempre drammatici. Eravamo gli unici attivisti presenti a Gaza in quei giorni. Si dice che la verità è la prima vittima di una guerra. Se pensiamo che Israele ha impedito a tutti i giornalisti internazionali di entrare nella striscia di Gaza, per “Piombo Fuso” è stato proprio cosi. L’obiettivo delle operazioni militari israeliane erano le ipotetiche basi di Hamas. In realtà, hanno bombardato scuole, ospedali, case, mercati e persino la sede delle Nazioni Unite. Non hanno avuto neanche scrupolo di colpire le ambulanze, violando tutte le convenzioni internazionali. Io e quelli dell’I. S.M. avevamo chiesto cosa potevamo fare ai nostri coordinatori. E ci avevano detto di scendere dalle ambulanze dove eravamo saliti per aiutare i feriti, perché non volevano altre Rachel Corrie. Ma ci fu risposto: ‘con voi sulle ambulanze continuano a sparare; ma sparano un po’ meno…’ E cosi decidemmo tutti di restare sulle ambulanze. Ho perso un amico che lavorava all’ospedale di Jabalia. E’ morto al centro di Gaza, mentre cercava di soccorrere un ferito. Mentre lo soccorreva, un carro armato israeliano ha fatto fuoco sull’ambulanza, uccidendo il mio amico. Sono immagini che resteranno sempre impresse in modo indelebile nella mia memoria. Le ferite peggiori sono quelle interne, che non si chiuderanno più. Il ricordo più brutto è stato quando ho visto tanti bambini dilaniati dalle bombe. In ogni caso, dopo tutta questa carneficina, l’opinione pubblica mondiale ha capito chi è la vittima e chi è il carnefice. Israele continua ad espandersi, la Palestina continua a morire”.



Posterò tutto quello che troverò di te perchè nessuno dimentichi chi sei.
Ciao Vittorio.
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Messaggio Da anna Ven 15 Apr - 10:20

questo è il suo blog
http://guerrillaradio.iobloggo.com/
e la sua pagina fb
https://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451

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Messaggio Da Lucy Gordon Ven 15 Apr - 11:30

Non ti viene il desiderio di ritornare a casa, di metterti in salvo?

"No. Abbiamo fatto questa scelta e siamo consapevoli del rischio. Sappiamo che siamo un target, tra di noi volontari ne parliamo tutti i giorni e sappiamo che forse non ci saremo tutti, alla fine. Vogliamo portare avanti questo impegno preso con i medici, anche se ora bersagliano pure le ambulanze e noi non siamo più un deterrente..., ma loro ci chiedono di restare, vogliono che filmiamo, che raccontiamo all'Occidente cosa accade qui, nell'inferno di Gaza".

Vittorio Arrigoni 11 gennaio 2009


http://www.infopal.it/leggi.php?id=10404


Vittorio Arrigoni e i suoi colleghi dell'ISM sono nel mirino di http://stoptheism.com/, un sito di criminali che invita a uccidere i volontari che prestano servizio a Gaza e di quelli che prendono parte ai viaggi del Free Gaza mov. Se fosse un sito islamico il media gli avrebbero dato prima pagina e i politici si sarebbero prodigati in condanne indignate, ma è un sito di estremisti israeliani, e il mondo tace.
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Messaggio Da seunanotte Ven 15 Apr - 12:30

Mamma che tristezza,anzi di più,che dolore.
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Messaggio Da anna Ven 15 Apr - 14:38

E' vero Seu
forse si può comiciare a reagire grazie alle sue stesse parole

RESTIAMO UMANI

RESTIAMO UMANI è l'adagio con cui firmavo i miei pezzi per il manifesto e per il blog ed è un invito a ricordarsi della natura dell'uomo, io non credo nei confini nelle barriere, nelle bandiere.Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana.

VITTORIO ARRIGONI


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L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù. Gino Strada

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Messaggio Da Lucy Gordon Ven 15 Apr - 20:29

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Messaggio Da anna Dom 17 Apr - 22:32

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/17/vieni-fuori-a-picchiarci-tutti-se-hai-il-coraggio/105130/

“Vieni fuori a picchiarci tutti se hai il coraggio!”


Doveva essere la giornata del film sul divano dopo un bel piatto di lasagne per cena. Il prescelto era un film di fantascienza del 2005, Serenity, che risulta difficilmente reperibile se non in questi grandi negozi come Fnac o Mediaworld. Ed è proprio da Mediaworld che sono andata ieri, nel grande centro commerciale vicino casa, Porte di Roma.

Doveva essere una “toccata e fuga”, giusto dieci minuti per prendere il film, pagare e tornare a casa, ma il caso ha voluto diversamente e i dieci minuti sono diventati tre ore. Infatti non appena uscita dal negozio con il mio dvd nella borsa, mi trovo di fronte una marea di gente ammassata davanti a un altro negozio a una cinquantina di metri. Saranno state 300 persone. Il mio primo pensiero è stato “ma i saldi non erano finiti?” ma dopo qualche secondo capisco che i vestiti non c’entrano proprio niente. Dal gruppo iniziano a sollevarsi cori da stadio: “Vergogna, vergogna!” e “Fascista, fascista!” e “In galera!”.

Ovviamente mi avvicino e non faccio in tempo a chiedere spiegazioni che mi arriva in mano un volantino.

Leggo e rimango sconvolta. La titolare del negozio in questione, Tezenis, a Porte di Roma (ma ne possiede anche un altro in via Ugo Ojetti, sempre della stessa catena di intimo) ha picchiato senza pietà una giovane commessa, Sara, per ben 50 minuti, nel magazzino dietro il negozio, sotto gli occhi delle colleghe, e alle suppliche della ragazza rispondeva frasi come “non mi fanno pena neanche i cani, mi inchino solo davanti al Duce”. Tutto perché si era rifiutata di firmare una lettera di dimissioni richiesta per aver osato chiedere spiegazioni sulle circa 50 ore di straordinari non pagati.

E per aggiungere offesa a lesioni gravi (questa frase è un modo di dire ma oggi calza talmente a pennello che vengono i brividi), le colleghe in questione hanno fatto capire a Sara che non hanno intenzione di testimoniare la verità nel processo che sarà istituito dopo che, con coraggio, la ragazza ha denunciato la violenza fisica e psicologica alla polizia.

Fortunatamente la storia ha raggiunto il programma “Le Iene” che hanno girato un servizio con interviste e telecamere nascoste, mostrando le minaccie della titolare, Vera Emilio, verso le commesse, e con le dichiarazioni delle ragazze testimoni oculari dell’accaduto.

La verità è praticamente saltata fuori ed ora attende solo di essere confermata in un giusto processo.

Dopo aver visto il servizio, un gruppo di cittadini ha aperto una pagina facebook chiamata “Tutti uniti contro Vera Emilio”, ha lanciato un sit-in al quale hanno aderito via via sempre più persone.

Ma la maggioranza delle persone fuori il negozio sono capitate lì per caso, che si sono fermate prima incuriosite e poi, come me, arrabbiate.

La folla è pacifica ma inferocita e non smette di gridare ed è aumentata notevolmente. Ci sono tre uomini del servizio di vigilanza del centro commerciale a guardia del locale che, dopo un’ora circa, non può far altro che chiudere. All’abbassarsi delle saracinesche parte un lungo applauso e qualche grido come “questa è la fine che deve fare il tuo negozio, chiuso per sempre!” e il mai interrotto “Sara! Sara! Sara!”.

Sulla pagina facebook si sono dati appuntamento a sabato prossimo, alle ore 16.00, per far chiudere di nuovo le saracinesche e far perdere ancora una volta gli incassi del sabato pomeriggio ad una persona che, se il processo dovesse confermare quello che la televisione ha già dimostrato, dovremmo smettere di chiamare “persona” per non offendere il genere umano.

Sara ha avuto dai medici 15 giorni di prognosi e a seguito della violenza subita ha iniziato a soffrire di stati di ansia, di depressione e attacchi di panico (tutti documentati da un neurologo) eppure tutto questo non le ha impedito di trovare il coraggio di denunciare i soprusi.

Sara si è trovata sola contro tutti, contro la donna che la picchiava e contro le colleghe che le hanno voltato le spalle nei giorni a seguire e ieri le persone che si sono riunite davanti Tezenis erano là proprio per quello, per mandare un messaggio alla signora (“vieni fuori a picchiarci tutti se hai il coraggio”) e soprattutto a Sara: “non sei sola, siamo con te”.

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Messaggio Da Lucy Gordon Lun 18 Apr - 18:43



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Messaggio Da Lucy Gordon Mer 20 Apr - 19:01


Un altro martire della verità.


Misurata, colpiti fotoreporter
Ucciso Hetherington, ferito Hondros




Tim Hetherington

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MISURATA - Quattro fotogiornalisti occidentali sono rimasti coinvolti nei combattimenti oggi a Misurata, uno è morto e altri tre sarebbero rimasti feriti. La vittima è Tim Hetherington, che con Chris Hondros - rimasto gravemente ferito - era al fronte da pochi giorni per coprire l'assedio della città da parte delle forze leali a Gheddafi. I due reporter sono nomi molto conosciuti nell'ambiente del reportage forogiornalistico, entrambi più volte vincitori di importanti riconoscimenti internazionali.

Hetherington, 41 anni di Liverpool, era anche il coautore di un documentario sulla vita di un plotone di soldati Usa in Afghanistan, "Restrepo", nominato per l'Oscar quest'anno come miglior documentario. Il film era basato sull'esperienza sul campo di Hetherington che per Vanity Fair aveva vissuto con la squadra di militari incaricati di difendere una collina intitolata a un medico militare americano, Restrepo, ucciso in battaglia. Nel 2007 aveva vinto il Word Press Photo con l'immagine di un soldato americano che si copriva il volto dopo un giorno di battaglia.

Chris Hondros, 41 anni di New York, è stato nominato finalista per il Pulitzer nel 2004 nella categoria Breaking News. Nel 2005 si è aggiudicato il premio Robert Capa, il più prestigioso riconoscimento di fotogiornalismo. Lavora per Getty Images.


Hetherington studia letteratura a Oxford[3] e fotogiornalismo con Daniel Meadows e Colin Jacobson a Cardiff nel 1996.[4] Il suo primo impiego è da tirocinante presso il The Big Issue di Londra, dove è l'unico fotografo dello staff.[4]

Hetherington spende la maggior parte dei dieci anni successivi in Africa occidentale, dove documenta gli sconvolgimenti politici ed i loro effetti sulla vita quotidiana in Liberia, Sierra Leone, Nigeria ed altre nazioni. Durante la guerra civile in Liberia del 2003, Hetherington ed il suo collega James Brabazon sono stati gli unici giornalisti stranieri a vivere dietro le linee ribelli, che li fa guadagnare un ordine di esecuzione dall'allora presidente Charles Taylor. Realizza le fotografie dei libri Liberia: An Uncivil War (2004) e The Devil Came on Horseback (2007).

Nel 2006, Hetherington ha preso una pausa dalla fotografia per lavorare come investigatore per il Security Council’s Liberia Sanctions Committee delle Nazioni Unite. Nel 2007 ha vinto il World Press Photoof the Year 2007 grazie alla fotografia scattata ad un soldato statunitense in Afghanistan, realizzata per Vanity Fair.[5] Hetherington ha fatto numerosi viaggi in Afghanistan fra il 2007 ed il 2008 insieme allo scrittore Sebastian Junger, con il quale ha collaborato per un documentario uscito nel 2010: Restrepo. Il film ha ricevuto il gran premio della giuria come miglior documentario al Sundance Film Festival.

Nel 2009 ha ricevuto un Alfred I. duPont Award nel giornalismo televisivo[6], e nel 2008 il Rory Peck Award per il suo servizio televisivo intitolato Afghanistan - The Other War, sempre realizzato in Afghanistan e trasmesso da Nightline della ABC.




Ciao bel ragazzo e grazie. Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 2 16239

Un abbraccio a chi hai lasciato a casa.





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Messaggio Da anna Mer 20 Apr - 19:18

Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 2 16239

e a proposito di 'effetti collaterali, posto qui questo scritto di Laura Boldrini, facciamo raccontare a chi è veramente impegnato in tal senso quali sono i problemi delle 'persone'

Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 2 Boldrini

Dalla Libia si continua a scappare senza sosta. Siamo arrivati a quota 550mila persone in fuga. Questo fiume in piena si è riversato principalmente verso la Tunisia con 257mila persone e l’Egitto con 219mila, due paesi che nonostante i problemi interni hanno lasciato le frontiere aperte, onorando gli obblighi internazionali. Ma il flusso è arrivato oltre, si è spinto anche in Niger (47mila), in Algeria (14mila), in Ciad (6200), in Sudan (2800). Ad attraversare il Mediterraneo finora invece sono stati in pochi, 4770 persone verso l’Italia e 1130 a Malta. Gran parte dell’opinione pubblica italiana però è concentrata sugli arrivi via mare dei 23mila giovani tunisini. Questo ha distolto l’attenzione dalla portata dell’esodo libico e dall’impatto del conflitto nei paesi confinanti così come dagli importanti cambiamenti in corso in alcuni paesi del Nord Africa.

I primi ad andarsene dalla Libia in preda alla violenza sono stati migliaia di cittadini di paesi come Italia, Francia, Cina, Turchia, Marocco, ed altri che hanno potuto mandare subito i mezzi per riportare i connazionali a casa. Poi è toccato a quei lavoratori migranti che invece hanno dovuto aspettare il loro turno – finora circa 100mila persone – e si sono iscritti nelle liste dell’evacuazione umanitaria organizzata da Oim, Unhcr e vari governi. Infine sono scappati verso la Tunisia e l’Egitto anche coloro che non avevano un paese dove ritornare cioè i rifugiati del Corno d’Africa e dell’Africa Subsahariana che abitavano in Libia.

Ma a poco a poco anche per i libici la situazione è diventata insostenibile e decine di migliaia di civili sono stati costretti a varcare la frontiera verso la Tunisia e l’Egitto. Si stima che almeno 130mila di loro, molte famiglie con bambini, abbiano trovato una sistemazione in questi due paesi, in attesa di tempi migliori.

Negli ultimi giorni si è aperto un nuovo varco di fuga dalla regione libica delle Montagne Occidentali, da dove oltre 10mila libici si sono riversati a Dehiba, nel sud della Tunisia. Grazie al senso di ospitalità e solidarietà dei tunisini la maggior parte di queste persone è stata ospitata presso le famiglie che hanno letteralmente aperto le proprie case.

Ma c’è anche chi non ce la fa a mettersi in salvo raggiungendo la frontiera e rimane bloccato all’interno del paese: si stima che siano circa 100mila gli sfollati interni in fuga specialmente dalle zone più martoriate come Misurata e Ajdabiya. Sfollati che cercano un luogo sicuro dove ripararsi.

La fuga dei civili è il primo “effetto collaterale” della guerra. Non vi è mai stato un conflitto senza colonne di disperati che cercano un riparo lontano dalla violenza. E così sta succedendo anche in Libia.

Eppure, nonostante nella sponda nord del Mediterraneo parecchi continuino a sostenere che sia meglio aiutarli lì, evitando che arrivino a Lampedusa, mancano all’appello le risorse disponibili per continuare le operazioni di soccorso delle agenzie umanitarie sia nelle aree di frontiera che all’interno della Libia. Chi dovrebbe finanziare l’assistenza a queste persone? Non ci dovrebbe essere uno sforzo collettivo anziché far ricadere l’onere solo sugli stati confinanti – che in questo caso hanno anche i loro problemi interni? Come al solito è una questione di priorità: guerra si, aiuti di prima necessità forse.
http://boldrini.blogautore.repubblica.it/2011/04/350/?ref=HREA-1


Uomini e donne ai margini. Storie di poco conto. - Pagina 2 30341 tanto risolviamo il problema mandando gli addestratori militari...

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Messaggio Da anna Gio 21 Apr - 17:41

In vista della giornata in onore delle vittime del terrorismo e delle stragi, Repubblica.it pubblicherà le storie dei giudici uccisi dai terroristi.
Penso possa essere utile riportarle, se qualcuno avesse voglia di leggerle, per ricordare cosa furono gli 'anni di piombo' e quali pericoli corriamo, non è in gioco solo la vita delle persone, ma del nostro stesso paese

Francesco Coco, ucciso per un no


Francesco Coco, sardo di Terralba, 67 anni, procuratore generale a Genova, fu il primo magistrato a venir ucciso dalle Brigate Rosse - ore 13,30 di lunedì 8 giugno 1976 - sulla scalinata di Santa Brigida: una morte così lontana, e così poco onorata, che perfino Wikipedia gli dedica una scarna paginetta. Pagò la sua fermezza nel rifiutare, due anni prima, lo scambio tra il giudice Mario Sossi - rapito dalle Br perché ritenuto "il dottor manette" - e otto detenuti di una banda di terroristi chiamati 22 Ottobre. La Corte d'assise d'appello aveva già concesso d'ufficio la libertà provvisoria, ma Coco la impugnò ("un arrogante voltafaccia" chiosò Renato Curcio): tre giorni dopo, il 23 maggio 1974, le Br liberarono Sossi a Milano, 35 giorni dopo averlo rapito.

Furono almeno cinque i killer che lo freddarono, prima di dileguarsi indisturbati nei vicoli della città vecchia, e scomparire letteralmente dalla storia, al punto che il figlio di Coco, Massimo, musicista, in una delle rare interviste, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo ("I silenzi degli innocenti" -Bur Rizzoli, 2006), si domanda con dolore: "Per favore possono sapere chi fu a ucciderlo? Posso conoscere almeno nomi e cognomi dei macellai che hanno sconvolto la mia vita e quella dei famigliari?"

Aveva 15 anni, Massimo, ed era al mare a Pietra Ligure con gli amici - la Liguria avvampava nella prima calura - quando notò un capannello di persone attorno all'edizione straordinaria di un quotidiano. Quello è il suo ricordo di quel pomeriggio. Passava per uomo di destra, Coco, ma era semplicemente un uomo che credeva profondamente nello Stato e nel diritto: da giovane aveva difeso i Berlinguer, il padre e il figlio Enrico, dall'accusa di propaganda antifascista. All'indomani, sui giornali dell'epoca, la parola Brigate Rosse o non vi compare, oppure fa capolino tra le righe, come a un'entità misteriosa. In quei mesi la vecchia guardia è smantellata, Curcio definitivamente in galera (vi resterà fino al 1993); ha preso il comando militare Mario Moretti, un ex ragazzo di Gioventù studentesca. Lo Stato latita. La signora Coco dovette telefonare personalmente al presidente Leone per farsi riconoscere finalmente la pensione: "Ho tre figli, dobbiamo mangiare".

Morirono anche i due angeli custodi di Coco, l'appuntato dei carabinieri Antioco Deiana - 40 anni, sardo come lui, sposato, un figlio di 9 anni, Massimo - e il brigadiere Giovanni Saponara, 42 anni, lucano, sposato, due figli, Gianluigi di 9 e Angelo Giuseppe di 12. Deiana sostituì all'ultimo minuto un collega, l'agente Niesotto; il fratello di Saponara, Donato, seppe della notizia alla radio. L'allora ministro dell'interno Francesco Cossiga andò in tv a parlare alla nazione, e all'indomani, a Torino, dove si processava la prima generazione brigatista, Prospero Gallinari tentò di leggere un delirante messaggio di rivendicazione, cosa che scatenò tumulti in aula. Nella sua biografia, (Un contadino nella metropoli, Bompiani, 2006), ricorda quel momento con freddo compiacimento ("anche se con molte stonature usciamo dall'aula cantando l'Internazionale"); nei cortei del '77 risuonò tante volte lo slogan "Coco Coco, è ancora troppo poco...": quelli erano gli uomini, e i tempi.


http://www.repubblica.it/politica/2011/04/21/news/francesco_coco_ucciso_per_un_no-15220540/?ref=HREC1-4

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Messaggio Da anna Ven 22 Apr - 16:20

"Io, commessa invisibile a Roma
costretta a lavorare il 1° maggio"
Cristina, una giovane addetta alle vendite che il giorno della festa dei lavoratori dovrà stare in negozio, come molti altri, perché la giunta capitolina ha stabilito che il commercio non si ferma, scrive al sindaco



"Caro Alemanno ti scrivo.
Sì, ti scrivo per esprimere il punto di vista di un'addetta vendita (laureata, che parla 3 lingue), in merito alla decisione di tenere i negozi aperti domenica 1 Maggio, Festa dei Lavoratori. Forse tu non sai cosa voglia dire lavorare nel commercio. Provo a spiegartelo io.

Vuol dire dimenticarsi di cenare a un orario normale con la tua famiglia, perché se il negozio chiude alle 21.00 o alle 22.00 arrivi a casa in "seconda serata".

Vuol dire non avere un weekend col proprio fidanzato, col proprio marito, coi propri figli perché il sabato e la domenica per te non esistono. In compenso hai il tuo giorno di riposo in mezzo alla settimana quando invece tuo marito lavora e i tuoi figli sono a scuola.

Vuol dire sorridere davanti ai telegiornali, quando senti che in parlamento si discute animatamente se tenere o meno gli uffici chiusi per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Sai già che tu non rientri in questo discorso. Sai già che se gli altri italiani festeggiano, tu, italiana come i parlamentari, lavorerai. Magari con una coccarda tricolore appesa alla divisa, ma lavorerai.

E questo discorso vale per molte altre festività civili o religiose che siano (1 novembre, l'8 dicembre, il 6 gennaio, il 25 aprile, il 2 e 29 giugno, il 15 agosto). Per te queste sono solo date. Quasi ti scordi che cosa simboleggiano. Per alcuni rientra in questo elenco anche il 26 dicembre e il lunedì dopo Pasqua.

Questo è il settore del commercio: dove la vendita è lo scopo, il cliente è la preda, il dipendente è lo strumento. E lo strumento deve essere sempre disponibile. Io l'ho accettato, consapevole di questi sacrifici, per necessità. Non ho mai detto nulla e mai mi sono lamentata. Fino ad oggi

Il 1 Maggio a Roma c'è la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. Evento eccezionale, certamente, ma che altrettanto certamente non deve intaccare la possibilità di festeggiare l'unica festa nazionale civile rimasta al lavoratore commesso: la festa del lavoro. E il mio non può considerarsi di certo uno di quei mestieri che non conoscono riposo in quanto fortemente necessari al cittadino come può essere il medico, l'infermiere, il poliziotto. Il mio è quello di commessa di abbigliamento. Un bene che non è certo di prima necessità. Io non offro servizio al cittadino. Io offro lo sfizio. E il 1 maggio un turista può rinunciare allo sfizio.
Liberalizzare il 1 maggio non significa "favorire quel lavoratore che vuole lavorare", come ritiene il presidente della Confcommercio capitolina Cesare Pambianchi. Significa favorire il datore di lavoro che fa lavorare il dipendente. E se è vero che il dipendente può rifiutare la prestazione lavorativa richiesta dal datore di lavoro, è altrettanto vero che come effetto quest'ultimo ci metta un attimo a porre fine al tuo contratto quasi sempre malato di precarietà cronica.

Grazie a te, caro Alemanno, magari i turisti saranno più contenti ma metà dei tuoi cittadini, quegli anonimi invisibili commessi del centro storico, a cui voi politici chiedete ogni volta se per loro c'è qualche "convenzione" straordinaria per avere degli sconti... ecco, loro lo saranno un po' meno.

Auguri e buone feste".

Cristina
(25 anni)

http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/04/22/news/lettera_ad_alemanno-15256481/

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